Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

La cooperativa Intrecci ospita in molte delle sue strutture di accoglienza richiedenti asilo politico e rifugiati. A volte le vite di queste persone vengono strappate a paesi e guerre dimenticati. A volte invece le loro storie si intrecciano all'attualità che ogni giorno seguiamo sui giornali e in televisione, e che spesso consideriamo, erroneamente, lontana da noi.

Akram è un ragazzo di trentadue anni, viene dalla Siria, e in Italia ha ottenuto lo status di rifugiato. E' stato ospite di un centro di accoglienza, ma oggi non lo è più. E' diventato un lavoratore e un socio della cooperativa Intrecci.

La storia recente di Akram e del suo paese è fatta di migliaia di morti (non esistono statistiche attendibili, ma gli attivisti parlano di circa 10000 vittime), di 600 bambini uccisi negli ultimi mesi, di circa 30000 feriti e 50000 persone arrestate. Si intreccia con l'atroce cronaca di questi giorni, la cronaca di una Siria macchiata dal sangue della repressione dopo le proteste dei suoi cittadini. Akram è informato su quanto sta accadendo, è in contatto con molti amici e famigliari che non vede da quando ha lasciato il paese: prima per andare a studiare medicina in Ucraina e poi per rifugiarsi in Italia. «Sono cresciuto ad Aleppo, nel nord della Siria, in quella che è considerata la capitale economica del paese. Lì ho studiato fino alle scuole superiori, poi sono andato in Ucraina dove ho vissuto per più di dieci anni e mi sono laureato. Da due anni mi trovo in Italia».

La situazione della Siria, al di là di come appare nei servizi sempre più brevi che le vengono dedicati nei telegiornali di casa nostra, è molto frammentata ed è molto difficile comporre un quadro della situazione perché le informazioni viaggiano con difficoltà : «Quello che sta succedendo adesso interessa soprattutto le città di Homs, Daraa, Hama e Idleb situate al nord della Siria e nelle province di Damasco, Aleppo e Der-al-Zor. In questi luoghi la situazione assomiglia ad una guerra civile tra l'esercito regolare e l'esercito siriano libero, composto da ex-militari che hanno disertato, hanno tenuto le armi e fanno la guerra contro il governo».
Le sommosse sono iniziate il 15 marzo del 2011. «Quel giorno c'è stata una grande manifestazione a Damasco e a Daraa. E' successo che alcuni ragazzini a Daraa avevano scritto "libertà" e frasi contro il regime sui muri. Il Governo li ha arrestati, e i loro genitori, parenti e amici hanno organizzato le proteste».
Le proteste sono cominciate dalle periferie dei grandi centri abitati, in contesti di estrema povertà , «la rabbia della gente è dovuta a tante motivazioni diverse che si sono coagulate in un unico sentimento di insofferenza. In Siria la vita e le attività delle persone dipendono dai contatti che si hanno con il paese e con lo Stato. La gente sa che la politica è una cosa che non si può toccare, della quale non si deve parlare, e ognuno ha impresso nella memoria i massacri degli anni '80 ad Hama, Idleb ed Aleppo (le vittime furono circa 30000). Inoltre c'è un opprimente clima di controllo gestito dai diversi organi dei servizi segreti: io, siriano, sia se abito in Siria o all'estero, ho paura di parlare con altri siriani. Sono cresciuto tra spie e infiltrati che mandano informazioni allo Stato».

Il Governo in Siria si regge su un partito solo, il Baath ("resurrezione" ). «Il partito unico governa il paese dal 1963. Dal 1970 il presidente è stato Hafez-al-Assad. Quando è morto, nel 2000, si è insediato il figlio Bashar al-Assad. Il gruppo religioso del presidente, gli Alawiti, e tutti i suoi parenti sono stati introdotti nei ruoli chiave dello stato e delle forze armate, sebbene in realtà questo gruppo religioso in Siria sia una minoranza, circal'11% dei siriani. Dal 1970 fino ad adesso la maggioranza non-baathita è stata discriminata: se non collabori con il governo non riesci a vivere. Da qui le proteste, che sono fondate più su una richiesta di libertà che su motivi religiosi. Sono cominciate nelle periferie e nei villaggi e la gente che ha iniziato a protestare era la gente semplice e più povera che ha mischiato tanti motivi: economia, lavoro, discriminazioni, persecuzioni».

Attualmente la resistenza alle violenze del governo si muove su due versanti, «all'inizio l'opposizione siriana ha fatto più di un incontro con i partiti all'estero e con i partiti di opposizione. Hanno cercato di creare un comitato che possa presentarsi a livello mondiale come opposizione unica dei siriani, ma ovviamente sono intervenute le polizie segrete, e l'esercito. Il presidente di questo comitato si trova all'estero e sta cercando l'aiuto dell'opinione pubblica internazionale. All'interno del paese invece si è formato un esercito siriano libero che prosegue la battaglia contro il regime e la difesa dei cittadini che protestano».
«L'unica possibilità per il mio paese era che ci fosse un fermo intervento a livello diplomatico della comunità internazionale, intervento che purtroppo non c'è stato. Al contrario, il governo siriano ha ricevuto l'appoggio di potenze straniere come la Russia, la Cina, l'Iran, l'Iraq e l'aiuto di Hezbollah. Serve che si illumini un riflettore sulle proteste perché possa accadere quel che è successo con la primavera araba degli altri paesi. E' l'unico modo per fermare le violenze».
«La Siria sembra essere a un bivio: da un lato si potrebbe tornare alla brutta situazione precedente le proteste (anche se è difficile che la gente possa dimenticare tutto quello che è successo in quest'ultimo anno e tutte le vittime che ci sono state); dall'altro, questa situazione rischia di sfociare in una guerra civile vera e propria, che porterebbe ulteriori morti e che non avrebbe un esito scontato».

«Bisogna considerare anche che, qualora tutto tornasse come prima, con il partito Baath al potere, le migliaia di rifugiati che già sono fuori dal paese (in Turchia, Libano e Giordania soprattutto) non potrebbero rientrarvi, e gli attivisti che stanno organizzando le proteste finirebbero sicuramente in carcere».

I primi 32 anni della vita di Akram sono stati tormentati, la sua famiglia è stata disgregata, e le notizie in arrivo tutti i giorni gli fanno male perché lui è qui e non può fare nulla per la Siria e i siriani. Oggi è una risorsa preziosa per la cooperativa Intrecci e attende il riconoscimento della sua laurea, per poter fare progetti per il futuro. Ma il suo sogno è quello di poter tornare, un giorno, nella sua Siria.

Intervista a cura di Dario Giacobazzi

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