Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

Un giovane profugo proveniente dal Camerun racconta la sua storia.
Partito da un paese incapace di dare opportunità ai giovani, decide di inseguire il suo sogno di diventare calciatore andando in Libia. Ma qui si trova nel bel mezzo della rivolta contro Gheddafi. Unica via di fuga il mare. Giunto a Lampedusa, accolto dal sistema di emergenza, è poi approdato a Rho dove condivide un appartamento della cooperativa Intrecci insieme ad altri cinque profughi. Una storia fatta di voglia di rischiare e di conquistare un futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

jeanclaudeMi chiamo Jean Claude e sono un giovane camerunese. Sono andato via dal Camerun perché nel mio paese, famoso per essere considerato la "piccola africa", non ci sono molte possibilità per i giovani come me. Il paese è vittima di continue crisi economiche ed è costituito ancora di comunità rurali. Il nostro presidente, al governo da quasi 30 anni, ha fatto negli anni molte promesse, ma non ne ha potuta mantenere quasi nessuna. Il risultato è che l'economia del Camerun è in fortissima difficoltà .

Ho cercato quindi fortuna altrove e mi sono diretto in Libia per realizzare il mio sogno: diventare un calciatore di successo.
Arrivato in Libia dopo poco tempo ho trovato un ingaggio presso la squadra di Al Charara, la stessa del figlio di Gheddafi. Il guadagno era buono (l'equivalente di circa 2.300 ‚¬) e questo mi permetteva di inviare del denaro in Camerun. In questo modo potevo aiutare la mia famiglia e tenere una parte del guadagno per me, per progettare il mio futuro, per alimentare i miei sogni. Aiutare la mia famiglia è importante ed il peso che adesso sento più forte sulle mie spalle è proprio quello di non poter essere di aiuto ai miei famigliari. Non nascondo che con i soldi guadagnati potevo anche permettermi una vita agiata.

Bisogna però dire che non è tutto oro quello che luccica. Spesso le partite che giocavamo erano truccate: a volte giocavamo contro una squadra data sfavorita alle scommesse e dovevamo perdere per favorire "alcuni" scommettitori. La frustrazione è alta quando devi sottometterti a queste regole non scritte ed in particolare lo era per me che giocavo in attacco. Che attaccante sei se non puoi fare goal?! Per di più sbagliare un goal non è così facile, devi saperlo fare senza che i tifosi se ne accorgano.

Tutto questo è durato fino alla rivolta. Davanti ai disordini non era possibile tornare indietro, a casa propria: qualsiasi frontiera africana era bloccata. Unica via per la fuga attraversare il mare.

Se mi chiedono di parlare di politica posso dire che non me ne intendo molto. In Libia del resto ero uno straniero, un immigrato che aveva trovato un'opportunità . Ricordo le parole di Gheddafi che diceva "Renderò Nera Lampedusa!", ma in genere gli africani che vivono in Libia amano Gheddafi, forse perché lì si trovavano opportunità che i paesi d'origine non erano stati in grado di offrire. Altra cosa è stato aver a che fare con i libici in genere.
Il viaggio è durato due giorni, naturalmente senza cibo e senza acqua. La nave era completamente piena anche sottocoperta e la stiva scoppiava di persone. E' stata molto dura, ma grazie a Dio ce l'hanno fatta tutti. Arrivati a Lampedusa siamo stati registrati e per alcuni giorni siamo stati passati da un campo all'altro. Ho attraversato l'Italia con persone che non conoscevo, ma che hanno vissuto la mia stessa esperienza: da Lampedusa siamo passati in Sicilia, poi a Napoli, a Campobasso, e infine a Milano dove sono stato accompagnato a Rho. Adesso vivo in un appartamento insieme ad altri due camerunesi, un ragazzo del Marocco, uno della Costa d'Avorio ed uno del Burkina Faso.

Il giorno in cui siamo stati accompagnati in Questura, gli operatori hanno fatto una piccola deviazione: siamo passati intorno allo Stadio di San Siro, lo stesso stadio dove gioca (o meglio giocava) il mio idolo E'too. Un altro sogno che si è avverato.

Il nostro giovane ospite è ora in possesso di un permesso di soggiorno da richiedente asilo, un documento temporaneo della durata di 6 mesi. A febbraio lo aspetta il colloquio presso la Commissione Territoriale e lì dovrà spiegare perché ha lasciato il suo paese.Dopo qualche tempo di permanenza a Rho, il nostro giovane profugo è stato notato mentre giocava a calcio ed è stato inserito presso una squadra di calcio rhodense affiliata alla Juventus F.C. Per ora può solo allenarsi, ma chissà che in un futuro non lontano possa giocare con gli altri e realizzare il suo sogno di diventare calciatore.

Non ho mai avuto una mentalità assistenzialista. Se avessi voluto vivere alla giornata, senza progetti, me ne sarei restato in Camerun. Ho invece accettato la sfida di lasciare il mio paese per cercare un futuro migliore.

So che dovrò attendere molto prima di sapere se potrò restare in Italia. Per il momento mi alleno e presto comincerò a studiare la lingua italiana che già con i compagni di squadra sto cominciando ad imparare. Finché Dio mi darà la forza, userò tutta la forza che mi darà. Non mi aspetto miracoli dalle istituzioni. So che sarà difficile: lo è per un italiano medio, per uno straniero come me lo sarà ancora di più. Ma da quel giorno che ho lasciato il mio paese, mi sono preparato ad affrontare le difficoltà .

Jean Claude

martini hp

video intrecci hp

caritas amb hp