Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

rapideNon so se avete presenti le rapide. Quelle dei fiumi, nei canyon.
Io non le ho mai attraversate, le ho solo viste da lontano o ammirate da uno schermo, nei film americani. Ma c’è chi le affronta: per sport, per provare l’adrenalina della discesa, dell’accelerazione, il sapore del rischio.
Ecco, per provare almeno un po’ quello che stanno passando Dafne e Alberto, dobbiamo cercare di andare lì col pensiero, in quel punto preciso in cui il fondo del fiume comincia ad inclinarsi, l’acqua a correre, il rumore a sovrastarti. Se non sei preparato, se solo stai pensando che tutto sta filando liscio, sono veramente cavoli amari.  Cercate d’immaginare lo strattone, la percezione di non poterti fermare, l’acqua che imbarchi. Non riuscire più a vedere oltre gli spruzzi e la nebbia di goccioline che oscura tutto.
E la paura blu dei massi, che ti colpiscono ai fianchi, a tradimento.
Le storie recenti di Alberto e Dafne hanno in comune proprio lo stesso punto di stacco, di avvio della discesa a rotta di collo: la separazione dai propri compagni di vita. Un taglio netto, improvviso, che nel caso di Alberto è reso più doloroso da un conflitto duro con la ex moglie, da una guerra che neanche i Roses.
E’ da lì che cominciano le difficoltà: le spese da affrontare da soli, la vita da ricostruire, i figli di mezzo. Lì parte la corrida con la vita: non sei più una coppia, con due stipendi su cui contare. Sei da solo e la linea di galleggiamento si alza pericolosamente. Sei da solo e da solo non sei più “ceto medio”.
L’affitto, la spesa, per Alberto pure il mantenimento. Ti guardi intorno, e all’inizio una mano ti arriva dalla cerchia più vicina: Alberto torna per tre mesi dai genitori; Dafne, più in là con l’età, cerca una sistemazione autonoma con la propria figlia dodicenne. L’ex marito le affitta pure la casa, perché la figlia vuole tornare a vivere vicina ai compagni di scuola (“e cosa non si farebbe per i figli?”); ma proprio l’ex marito finirà per darle lo sfratto, per morosità.

Quel punto di stacco, sulla linea del tempo, è diverso per i due: undici anni fa per Dafne, due anni fa per lui.
Dafne, addetta in una mensa, non poteva e non può contare su uno stipendio sufficiente a mantenere lei e la figlia; Alberto, nel nuovo caotico assetto, cerca di conservare il suo posto di tecnico specializzato, collaudatore.
Ma, si sa, le rapide non hanno l’abitudine di mollare troppo presto; e i guai, come si dice, non arrivano mai da soli.
Che poi, per Dafne, non si potrebbe nemmeno parlare di guai, perché è davvero un peccato considerare così la nascita di una nipotina, due anni fa. E dunque non più due, ma tre, in casa e i costi di una nuova vita sbilanciano il gommone.
Per Alberto, invece, c’è la cassa integrazione a zero ore. Dopo dodici anni di fiero lavoro, in un’azienda che aveva allora 350 dipendenti, ritrovarsi a malapena in 120, la metà in cassa integrazione.
Per fortuna c’è una nuova compagna, che ti tiene appena a galla, in tutti i sensi.

E allora, che fare?
Un’amica di Dafne e un vicino di casa di Alberto consigliano loro di andare alla Caritas.
Andare alla Caritas. Mi pare di vederla Dafne che si rigira tra i denti questo boccone per settimane; ingoiare, sputare, non si riesce a decidere. Una strada che non si vorrebbe intraprendere, una porta a cui non si vorrebbe bussare. Vergogna? “Sì, - mi dice lei, senza tanti giri di parole – vergogna. Imbarazzo. La sensazione di aver fatto qualcosa di male. Ma io non ho fatto niente di male. Vero?”.
Poi, un giorno d’autunno, la decisione presa, senza più pensarci, come afferrare un ramo improvvisamente spuntato dal nulla, nella corrente. Si va al Centro d’ascolto, senza appuntamento.
Vada come deve andare. O la va, o è comunque già spaccata.
E al Centro Dafne viene accolta, senza grandi formalità, ascoltata. Piange.
Nel giro di un paio di settimane le fanno la proposta dell’Emporio, che neanche immaginava esistesse.
Alberto, invece, dice che non ha avuto vergogna. “Forse – mi dice senza ombra di autoironia – perché sono umile di mio. Sono uscito di casa a diciott’anni e ho sempre fatto scelte in autonomia. L’appartamento, le scelte professionali, la mia famiglia. Finché ho potuto ho fatto anche beneficienza e solidarietà, donando qualche euro a chi me lo chiedeva. Insomma, andare alla Caritas è stata una scelta come le altre nella mia vita, naturale. Prima donavo, poi ho avuto la necessità di chiedere aiuto.
Sì, beh, diciamo che un po’ di pudore c’è stato,  soprattutto perché al Centro d’ascolto ci sono un sacco di extracomunitari, e questo ti mette a diretto confronto con una realtà, diciamo… diversa dalla nostra”.

Per qualche mese Alberto ritira il suo pacco di aiuti alimentari e poi approda all’Emporio: “Dal ricevere il sacchetto, a fare la spesa, ho fatto un bel salto. All’inizio ero basito. Mi dicevo: ma chi diavolo l’ha pensata e creata, questa cosa qui. Ci deve essere sotto un gran lavoro…”.
Anche Dafne mi confida che i primi tempi era un po’ in imbarazzo, ma poi ha trovato persone che l’hanno accolta, sostenuta nelle scelte per gli acquisti: “Qui trovi sempre qualcuno che ti chiede “Ciao, come va, tutto bene?”. “I ragazzi – così chiama i volontari – sono affabili. E simpatici”.
Nella corrente del fiume, che ha rallentato solo un po’, l’Emporio diventa così un punto di riferimento; Dafne ci viene due volte la settimana, con la sua bicicletta, e non è che viva proprio lì a fianco. Alberto invece fa la spesa ogni quindici giorni: pasta, sughi, pannolini, tonno, detersivi, scatolame, latte, biscotti,  carta igienica.
Alberto va comunque al supermercato – quello vero - per il fresco, Dafne nemmeno per quello; ci corre solo per colmare qualche buco, se ha finito qualcosa e non se ne è accorta.

Entrambi tra qualche mese finiranno il loro percorso di un anno all’Emporio; dovranno restituire la tessera a punti.
Nella nostra chiacchierata accenno al tema con un po’ di timore, chiedo loro del futuro.
Alberto si fa una risata di gusto, trascinante; poi spalanca i suoi occhi azzurri e mi dice che si sente come bloccato, che non sa, che vede buio.

Il loro viaggio nelle rapide, parallelo e per molti versi simile, forse cesserà al prossimo punto di svolta, che intravvedono all’orizzonte. Nel 2018.
Gennaio: fine della cassa integrazione di Alberto; settembre, fine dell’asilo nido per la nipotina di Dafne.
Entrate su, o costi giù.
Semplice, no?
Sì, semplice. Come pagaiare su un fiume ritornato amico, come lasciarsi andare sul suo letto; come non doversi più svegliare la notte per i pensieri, come restituire la tessera all’Emporio e dire grazie, ora ce la faccio da solo.
C’è chi l’ha fatto, qualche settimana fa. E sono soddisfazioni.
Buon viaggio, Alberto. Buon viaggio, Dafne.

Oliviero Motta

Guardo e ripenso a lungo al filmato caricato sul nostro sito: il portamento elegante, l’esposizione lucida e appassionata dei valori di fondo, quella leggera arrotatura nella parlata. Ora don Gian Paolo non c’è più.

donGpinaugurazionesedeSolo lo scorso 9 di maggio era ancora con noi nell’assemblea di approvazione del bilancio sociale ed economico, dove, come di consueto, non aveva voluto rinunciare a dare il suo contributo per ricordare la centralità dell’opera verso gli ultimi. All’assemblea di dicembre, in un clima di festa e di brindisi, ci aveva un poco sorpreso quando ci aveva consegnato - ad uno ad uno - un’immaginetta con il Gran Paradiso, dicendoci che lui avrebbe fatto il pioniere, l’apripista. Nessuno capì, anche perché in pochissimi sapevamo della gravità della malattia.

Del resto lo spirito con cui affrontava le avventure era sempre lo stesso. Senza paura. Ma con speranza e tanta fiducia in Dio e negli uomini. Anche in quella lontana estate 2003 si era buttato con tanta passione nell’esperienza della cooperativa, che completava il novero delle altre organizzazioni che aveva stimolato a far nascere, confidando che la cooperativa avrebbe aggiunto quella professionalità e continuità necessarie alle opere più complesse del territorio.

In questi giorni abbiamo ricordato il lungo parto del nome, nel caldo afoso e tra le zanzare nella sede di Caritas di Casa Magnaghi: “Intrecci”. Il nome gli era subito piaciuto, perché ci aveva visto la tensione all’unità, la priorità del dialogo costante, la concretezza dello sporcarsi le mani nelle situazioni di bisogno. E tutto sotto il segno del tau francescano, che avrebbe difeso strenuamente anche di fronte alla rivisitazione del logo di cooperativa qualche anno più tardi.

Quanti momenti vissuti insieme e quanti ricordi. Progetti , interventi, tensioni. Ma anche iniziative culturali, convegni, serate, libri, personaggi illustri. La pedagogia dei fatti, su cui tanto si è scritto e riflettuto in questi anni in Caritas Ambrosiana, a lui sorgeva immediata e spontanea. Ma anche momenti di festa e gioia vissuti insieme, occasioni di confronto, di monitoraggio e di rilancio delle attività. Per poi trovarsi una volta al mese nell’atmosfera intima dell’Eremo in Casa Magnaghi, dove depositare tutte le tensioni nel silenzio e ripartire per le strade del mondo.

A luglio abbiamo perso un socio fondatore. Ma ancora di più un amico, un punto di riferimento, un maestro di vita.

Il dolore è per tutti noi immenso. Al diffondersi della notizia, alla tristezza si è unito lo smarrimento. Un profondo vuoto che non sarà facile colmare.
Di fronte al suo corpo esanime composto nella camera ardente, ho avvertito profondamente che il nostro don GP non ci ha lasciati soli. La sua presenza si è solo trasformata. La sua testimonianza di grande misericordia verso tutte le persone ed in particolare verso i più poveri e gli esclusi è il suo lascito anche per Intrecci. In questo tempo difficile, dove il mondo sembra allontanarsi sempre di più dal comandamento dell’Amore, la nostra cooperativa ha un pioniere, il suo fondatore, lassù in cielo, a sostenere la nostra azione di intrecciare pazientemente ed umilmente l’umanità con un mondo più giusto e più buono.

Tocca a noi ora continuare a fare la nostra parte, seguendo gli insegnamenti che con la sua vita ci ha mostrato.

Massimo Minelli

Carla ha compiuto 90 anni a maggio. Nata e cresciuta a Caronno Pertusella, vive da sola in questa casa e in questa corte da oltre 40 anni. Ha quindi vissuto i cambiamenti economici e sociali del contesto Italia con lo sguardo di una donna lavoratrice che abita una delle corti storiche del centro del paese. Il cambiamento lo ha avvertito guardandosi intorno, osservando negli anni le famiglie autoctone lasciare posto a quelle meridionali e poi a quelle straniere, prima provenienti dall’est europeo e poi dal mondo.  Questo cambiamento ha modificato le relazioni sociali tra gli abitanti che prima si conoscevano e si aiutavano reciprocamente e poi, gradualmente, sono divenuti  estranei e talvolta diffidenti l’un l’altro.

housing caronnoLa comparsa del Servizio Housing nel 2010 ha ulteriormente scombussolato l’equilibrio della corte: famiglie che risiedono per periodi temporanei, uomini e donne di diversa nazionalità… ci è voluto del tempo per conoscerci e superare il muro della diffidenza, accorciare le distanze: “Buongiorno/buonasera, come sta? Ha bisogno di qualcosa?” sull’uscio di casa. Poi: “Vieni a bere il caffè? Ti faccio vedere la mia casa, ecco le foto appese alle pareti sono i miei nipoti ..”, poi: “vieni alla festa di Natale? Così ci scambiamo gli auguri, viene anche il Don a salutarci”. E allora, presa la confidenza e poi la fiducia passando per il rispetto, il Servizio Housing gradualmente è diventato il ponte tra il dentro e il fuori, il tramite per abbassare le difese e lasciare spazio ai sorrisi, alle chiacchiere, alla domanda di aiuto, alla voglia di vivere una dimensione di prossimità e contaminazione.

È da qualche mese che avevamo in mente i 90 anni della Carla, che mai aveva festeggiato il suo compleanno.  Abbiamo deciso che doveva essere una festa a sorpresa, una festa in cui partecipare tutti, coinvolgendo gli altri abitanti della corte, le famiglie ospiti del progetto, il Don, i volontari dell’associazione Peri che portano avanti diverse attività sul territorio, e chiaramente i parenti della Carla, che incrociamo quando vengono a farle visita.

Quel giorno di maggio abbiamo quindi allestito la stanza addobbandola con palloncini e festoni, preparando torte fatte in casa, portando bibite e patatine, un piccolo regalo.

Quando sono arrivati tutti, siamo andati a prenderla a casa, lentamente abbiamo varcato l’ingresso e la festa ha avuto inizio!

“Grazie, grazie a tutti, mi ricorderò per sempre questo giorno speciale” ha ripetuto durante il pomeriggio.

L’informalità del momento, la gioia della festa hanno permesso alle persone presenti di sentirsi parte di una piccola comunità, di viversi non come abitanti/utenti/parenti/volontari ma persone, persone appartenenti a etnie, generazioni, storie diverse, dove la diversità non è più un ostacolo, un muro, ma ricchezza.

Crediamo che l’integrazione non si realizzi dall’oggi al domani, ma sia un lavoro quotidiano dove l’attenzione per la persona è il filo rosso che permette di costruire  esperienze comunitarie  in cui nessuno si sente solo e dove c’è lo spazio per sperimentare percorsi di cittadinanza attiva, responsabile e solidale.

Barbara Casasola e Caterina Balpasso

stellapolare lab 380px“Ho iniziato a frequentare il laboratorio teatrale dieci anni fa, quando mi hanno proposto di entrarne a far parte. A quel tempo ero molto più giovane di oggi e mi ritenevo ancora capace di fare qualcosa di importante. E’ stata una bellissima esperienza, la nostra esperta era una donna forte e coraggiosa che riusciva a motivare e far uscire da ognuno di noi quel sentimento e quella passione nascosti. Un vero esempio di amore verso la vita.

Mi sono poi dovuta fermare qualche tempo, perché la vita mi stava riservando un periodo molto difficile e buio. Appena mi sono sentita in forza ho ripreso la frequenza il Centro e quindi anche l’attività del teatro, ed è stato per me una “salvezza”.

Il gruppo del teatro mi ha accolta con gioia e calore, mi ha aiutata a “rimettermi in gioco”, a cercare di superare i profondi dolori che avevo dentro; ho sempre sentito incoraggiamento e sostegno da parte di tutti.

Le difficoltà non sono mancate, ho una memoria un po’ compromessa da una malattia riscontrata in adolescenza, ma ho accolto dei suggerimenti, delle strategie per riuscire a ricordare le battute, così mi sono sentita più forte.

Questo impegno che per me è una vera passione mi aiuta a dimenticare delle sofferenze importanti, nel tempo dell’attività è come se mi staccassi dalla mia vita per entrare in quella del personaggio che sto rappresentando. La presenza delle altre persone anziane e dell’educatrice, fa sì che ci sentiamo un gruppo in cui esiste un vero legame di affetto e rispetto. 

Ricordo di una rappresentazione teatrale in Auditorium di molti anni fa in cui io vestivo i panni di una bambina, in quell’occasione tra il pubblico c’era una scolaresca, io mi sono sentita una vera attrice ed al termine dello spettacolo i bambini mi hanno posto delle domande alle quali sono riuscita a rispondere con capacità e determinazione. Mi sono sentita importante, capace di fare qualcosa di bello.

Anche quest’anno faremo uno spettacolo in Auditorium in occasione della feste per l’Anniversario del Centro; io farò parte, come voce narrante, dell’animazione teatrale e poi dello spettacolo proposto dal Centro sociale, in cui tornerò a vestire i panni di una bambina.

Nel mio armadio conservo ordinatamente tutti i miei abiti da scena e quest’anno, che emozione, tornerò ad indossare gli stessi abiti del mio primo spettacolo, dovrò fare qualche aggiustamento, ma saranno proprio gli stessi, allora rivivrò tutto quello che c’è stato, tutte le persone che magari ora non ci sono più ma che mi hanno accompagnata nel percorso della mia vita, e mi sentirò ancora capace di fare e di dare, e darò testimonianza che l’anziano non è colui che “non riesce più…”

Wanda

ilcortile 300x300All’interno del Progetto “Il Cortile” una mattina del Luglio 2014 Dina inizia con la nostra èquipe educativa e le sue due figlie un nuovo cammino che le permetterà di prendere in mano la sua vita di donna e mamma. Ma facciamo un passo indietro…

Prima di arrivare a Guanzate, Dina viveva a Napoli con il marito e padre delle due bambine. La situazione famigliare non permetteva alle tre giovani donne di vivere con serenità; per questo motivo Dina ha preso la decisione di provare ad iniziare un nuovo capitolo della loro vita, partendo da Napoli con le sue figlie Anna e Natalì, cinque valigie e un cavallo peluche gigante, scappando dalla casa coniugale. Ha cercato sostegno nel comasco, dove aveva vissuto in passato e mantenuto delle buone relazioni amicali. Dopo pochi giorni è entrata in un appartamento de "Il Cortile" di Guanzate.
Ha deciso di fuggire per permettere alle figlie di avere quel futuro, migliore e più sereno, che il marito connazionale non era in grado di dar loro, avendo costretto Dina ad una vita di maltrattamenti (sia fisici che psicologici) e soprusi: le impediva addirittura di uscire di casa, se non accompagnata. A causa di questo passato, era evidente la sua difficoltà a relazionarsi con gli uomini, fino a non riuscire ad alzare lo sguardo mentre qualcuno le rivolgeva la parola.
Nonostante questo, sono emerse le "carte in più" di Dina: oltre ad essere sempre sorridente e disponibile, ha una laurea in lingue conseguita nel suo paese di origine.

Dina si è affidata alle educatrici del progetto, verbalizzando successivamente di essersi sentita da subito sostenuta ed accompagnata in questa nuova vita, riuscendo ad ottenere il permesso di soggiorno e impegnandosi in varie attività lavorative.
Ora Dina si sente una donna nuova, è consapevole delle sue competenze genitoriali, si sente forte ed affronta ogni giorno con positività. Nonostante abbia conosciuto varie realtà territoriali, l’esperienza di vita avuta nel progetto le ha fatto decidere di scegliere Guanzate come luogo “per la vita”, quindi luogo in cui cercare casa per vivere con le sue figlie. L’occupazione lavorativa legata alle sue competenze linguistiche e la rete di amicizie creata le hanno permesso di poter trovare abbastanza velocemente un appartamento che rispondesse alle sue necessità.

Il venerdì prima dello scorso Natale è stata organizzata una festa di saluto all’interno del Cortile, a cui hanno partecipato tutte le persone che Dina e le sue bimbe hanno incontrato nel corso del progetto: dalle famiglie di Casa Betania agli amici di scuola delle bimbe, dall’equipe educativa alle persone della parrocchia di Guanzate, dagli altri nuclei ospiti del Progetto, agli insegnanti di Anna e Natalì.

E’ stato un momento di festa, in cui è emerso che tutti “gli attori” di questa storia hanno contribuito a dare a Dina e alle sue bambine una nuova opportunità e una nuova occasione.
Per ripartire verso una nuova avventura….GOOD LUCK!!

Il Progetto “IL CORTILE” si trova in un piccolo comune nella provincia di Como, si rivolge a nuclei monoparentali (mamma con minori) che necessitano di un accompagnamento educativo per superare le fragilità e per sostenere un percorso che ha come obiettivo la completa autonomia e l'inserimento nel territorio. Ci sono tre appartamenti a disposizione del Progetto di semi-autonomia, collocati all'interno di una corte di proprietà della Parrocchia. Inoltre nella corte sono presenti: tre famiglie residenti dell'Associazione Betania, l'ufficio dell'èquipe educativa e la sede Caritas. I nuclei inseriti sono segnalati dai Servizi Sociali (Area Tutela Minori). Il Progetto prevede un lavoro di rete con la comunità territoriale: parrocchia, Caritas, famiglie dell'Associazione Betania e famiglie volontarie.

Per info:
Elena Raimondi
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