Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

burkinafasoDove si trova il Burkina Faso? Quanto è lontano dall’Italia? Probabilmente non ne abbiamo la minima idea; a malapena arriviamo a localizzare le nazioni più importanti dell’Africa, ma un paese così insignificante per noi, dove diavolo andiamo a pescarlo? Le radici di Marie stanno proprio lì, incastrate tra il Mali e il Niger, nella fascia che corre sotto il Sahara. Primogenita di quattro fratelli e sorelle, Marie perde la madre molto piccola e, a otto anni, deve seguire il padre alla ricerca di un futuro in Italia. Da sola, perché gli altri fratelli vengono lasciati in custodia alla nonna, in attesa che la fortuna giri dalla parte giusta. Possiamo solo immaginare le difficoltà e le sfide che deve affrontare una bimba così piccola, approdata di colpo in un paesino della provincia lecchese. Ma la fortuna, per Marie, non è disposta a voltarsi con troppa facilità: il padre infatti si risposa con una connazionale che non lega affatto con la giovane figlia; ne è anzi molto gelosa. Dopo qualche anno, ancora minorenne, si  fidanza con un ragazzo africano e rimane incinta; è allora che entrano in scena i servizi sociali: viene prima collocata in una comunità per mamme e bambini e poi, come tappa intermedia verso l’autonomia, al “Cortile” di Guanzate.
Qui la accolgono le famiglie e gli educatori che animano il progetto, mettendo a disposizione un appartamento e tante energie per raggiungere due obiettivi: consolidare le proprie competenze genitoriali e raggiungere una piena autonomia.

A Guanzate Marie passa due anni decisivi della sua vita. Cresciuta senza punti di riferimento, con un padre incapace di mostrare affetto e una matrigna ostile, Marie deve cercare la sua strada. D’altra parte, le sue radici così lontane non le servono a molto per orientarsi verso il futuro.

Quando chiedi alle educatrici del “Cortile” di descrivere Marie, ti rispondono con alcune parole chiave che sono tutto un programma: consapevolezza, resilienza, senso del dovere, confusione, incertezza. Come se la sua infanzia e adolescenza abbiano fatto maturare una persona conscia delle sue risorse e delle sue criticità, resistente e centrata sui doveri, ma al contempo senza una bussola affidabile, sempre incerta sul passo successivo da fare.

Da qui tutte le difficoltà vissute nel primo periodo al “Cortile”: Marie stenta ad affidarsi, fa fatica. Accetta i colloqui con gli educatori, ma vi si sottopone come a un dovere, una necessità alla quale non si può derogare. Quanto a farsi accompagnare, non se ne parla proprio. Sono settimane delicate, nelle quali la fiducia deve essere conquistata palmo a palmo, sotto lo sguardo diffidente e valutativo di Marie, che tiene le distanze e, non raramente, ti respinge. E’ come una prova di quanto tu sia in grado di “rimanere”, di non tradire le aspettative, di essere davvero un punto di riferimento. Finalmente.

L’impegno delle famiglie e degli educatori si dipana lungo i due anni su tre linee principali: da un lato l’ascolto e la ricostruzione della sua storia personale, dall’altro il maternage nei confronti di Marie, quell’accudimento che ha sperimentato troppo brevemente e che poi non ha più percepito attorno a sé. Infine il rinforzo costante delle sue capacità e delle sue competenze, tutt’altro che residuali.

E poi c’è Jeson, il piccolino, che ha riempito con i suoi sorrisi e i suoi schiamazzi i giorni di vita insierme. Per lui si è mobilitata tutta la rete di famiglie, sia quelle residenti al “Cortile”, sia quelle che seguono l’esperienza come volontari, qualche ora la settimana. Soprattutto quando Marie ha trovato un lavoro, da un giorno all’altro, c’è stato bisogno di tutto il supporto e la disponibilità delle famiglie. Che non è mancata.

Già, perché Marie, dopo i primi tre mesi di diffidenze e distanze, si è affidata agli educatori e alle famiglie e ha fatto un percorso davvero positivo. In primo luogo ha terminato le scuole superiori, diplomandosi. Poi si è presa la patente. Infine la buona sorte ha finalmente tolto la benda dagli occhi: un’azienda della zona che esporta macchine utensili in l’Africa cerca una persona madrelingua francese per sviluppare la sua funzione commerciale. Et voilà.

Ovviamente non è stato un viaggio in discesa, perché la tendenza a rinviare, la confusione e l’indecisione di Marie hanno sempre lavorato contro la crescita della sua autonomia.

E allora dai, tutti a spingere Marie a mollare gli ormeggi, ad affrontare le prove senza eccessivo timore, facendole sentire che sotto i tanti trapezi che l’attendono nella vita, c’è una rete robusta che è in grado di accogliere anche i suoi eventuali fallimenti.

Così è stato anche per l’esame della patente, rinviato più volte. O per quel viaggio a Roma, per sistemare al Ministero i documenti scaduti: una fatica decidersi, poi una via crucis per comprare i biglietti, infine il viaggio da sola in treno, fino alla capitale. Voleva essere accompagnata, perché non era mai uscita dal suo paesino lecchese, non era mai stata nemmeno a Milano.
Alla fine ce l’ha fatta; quel giorno ha telefonato dieci volte, ma è tornata radiosa.

E’ stata aiutata anche a ritrovare la sua dimensione di giovane donna, oltre che di mamma: gli educatori l’hanno spinta a uscire la sera, a divertirsi, a recuperare qualcosa di quella stagione che non ha mai vissuto pienamente. Uscire a mangiare una pizza diventa così un ulteriore passo verso una vita come dio comanda. Normale.

Ora, a ventidue anni, Marie ha fatto la scelta che gli educatori e le famiglie non si aspettavano. Ha deciso infatti di tornare nel lecchese, a vivere non lontana da suo padre, quel padre che la faceva piangere ogni volta che telefonava in comunità. Perché puntualmente Marie sperimentava il suo distacco, la sua freddezza, la sua incapacità di rivolgere verso di lei uno sguardo adulto che la sostenesse.

Boccone amaro per gli educatori, che avrebbero preferito per Marie una collocazione qui in zona, vicino al suo lavoro e più aderente alla sua “nuova” vita.

Ma d’altra parte, questa scelta così controcorrente è proprio il frutto più maturo del lavoro svolto al suo fianco, negli ultimi due lunghi anni.

Buon viaggio Marie.

Il Burkina Faso è davvero lontano.

villoresi villastanzaFa molto caldo in questo mese di luglio. Un tuffo nelle acque fresche del Villoresi. Così per gioco. insieme agli amici e connazionali, che ora vivono a Villastanza e con i quali ha attraversato mezza Europa a piedi.

Mohamed ora non c’è più. Non è più risalito a galla. Invano i soccorsi hanno cercato di riportarlo in vita. A neanche 17 anni la sua esistenza è stata interrotta da un tuffo galeotto. Lo piangono i genitori che in queste ore stanno arrivando frettolosamente dall’Egitto. Lo piangono gli operatori della comunità di Casa del Giovane di Milano, dove aveva trovato accoglienza e ospitalità da mesi. Lo piangiamo noi di Intrecci, che pur non conoscendolo, abbiamo con noi ormai da un anno e mezzo tanti altri ragazzi minorenni stranieri come lui, che approdano, stanchi e sfiniti, ai nostri confini, con il desiderio di una vita migliore, senza guerre, carestie, fame.

Provo a pensare a quanta esperienza questo ragazzo deve avere vissuto in un così breve lasso di tempo: il distacco dalla sua terra, dai genitori, dagli amici, dalle abitudini e dai costumi in cui era cresciuto. Provo a immaginare la leva che ha fatto intraprendere un così lungo viaggio, a soli 16 anni, e non trovo una spiegazione plausibile. Non la trovo perché non rientra nel bagaglio delle mie esperienze e il racconto di altri, anche se reiterato, non è mai sufficiente a farmi comprendere fino in fondo. Poi penso al coraggio necessario per iniziare questa avventura che sai quando inizia e mai quando finisce. Soprattutto, come il triste epilogo dimostra, come finisce.
Mi resta fisso in mente la strada. La tanta strada percorsa. Quasi sempre a piedi o con trasporti occasionali e di fortuna. Gli stenti, le insidie, il buio, il freddo. La paura e le violenze. La solitudine, la voglia di mamma e papà, dei fratelli. Le lacrime, il pianto e la disperazione. Il ritornare sui propri passi. Non ce la faccio più, mi arrendo. Gli amici, una mano comprensiva, il senso del gruppo che convince a riprendere la strada. Il viaggio continua.

Milano è una città straordinaria. A Mohamed, anche se nessuno lo conosceva, ha dato un letto, buon cibo e un progetto di integrazione. Persone che si sono prese cura di lui, che vogliono aiutarlo a costruire un futuro, anche se le difficoltà sono tante, perché Mohamed, anche se non sembra, resta ancora un adolescente e prima di tutto deve curare le ferite profonde di un distacco, di un viaggio e di un cambiamento, che, volente o nolente, sono per lui un macigno.

In queste notti di afa estiva, non si muove nulla. Solo silenzio. Penso ai tanti Mohamed caduti in mare o per la via della fortuna. Ed immagino un largo prato verde con le croci bianche. Proprio come quelle dei caduti sulle spiagge della Normandia.
Anche loro militi ignoti. Ma in questo caso contro la schiavitù dell’egoismo e dell’opulenza di una società che non comprende la grande opportunità di libertà che l’arrivo di questi piccoli fratelli ci offre.

Massimo Minelli

classeTalvolta sottovalutiamo il valore e l’efficacia di poter parlare ad alta voce con qualcuno, per rimettere in ordine i propri pensieri e bisogni.
Romina viene allo sportello senza troppo entusiasmo. In realtà,  si trova subito molto bene con l’educatrice e si crea velocemente un rapporto di fiducia che la porta a richiedere… cinque altri colloqui! Romina, infatti, utilizza il tempo del colloquio per sfogarsi e per rielaborare le fatiche, ancora presenti,  in merito alla separazione dei genitori. Durante gli incontri parla molto del ruolo che hanno i genitori e del rapporto che c’è tra di loro, ma progressivamente porta sempre più spesso sentimenti e pensieri su di sé, sulle proprie insicurezze e sulla fatica di trovare una sua collocazione all’interno degli intrecci familiari.

Lo sportello la ascolta e cerca  di aiutarla nella ricerca di una propria identità, distinta da quella dei suoi genitori,  di una messa a fuoco dei suoi bisogni e delle sue possibili richieste .
Nel tempo si assiste ad una evidente modificazione nel suo atteggiamento che viene esplicitato dalla ragazzina stessa. Nell’ultimo incontro, in particolare, si rende conto di avere maggior consapevolezza delle proprie paure (fino a poco tempo prima presenti nella quotidianità) che le impedivano di vivere serenamente i cambiamenti degli ultimi anni. Oggi si percepisce come una persona distinta dalla  madre e non sente di dovere più prendere posizione tra i due genitori.

Nel corso dei mesi, ha imparato a riconoscere i suoi pregi, le conquiste ed il faticoso percorso di crescita compiuto, iniziando ad accettare anche le zone d’ombra della sua storia ed i difetti del suo corpo, imparando però a valorizzarlo.

In un momento in cui la famiglia non poteva più essere il solo luogo in cui depositare le proprie difficoltà ed in cui il contesto amicale offriva poco ascolto e sostegno, Romina ha trovato nello sportello uno spazio in cui potersi ritrovare, rinforzare e relazionarsi con una figura adulta, senza timori o rabbia.

scuole dic2012Carlotta è una ragazza  che lo sportello conosce molto bene, poiché  fin dalla prima media vi accede con naturalezza e consapevolezza. Quest’anno fa richiesta di un appuntamento per parlare della sua paura per gli esami orali: dice di aver difficoltà ad esprimersi ad alta voce. In realtà, si capisce subito che vuole parlare di un altro problema, legato alla comunicazione! Riferisce infatti di avere una serie di problemi nel comunicare con sua madre ed esplicita che queste difficoltà la fanno sentire  triste ed arrabbiata allo stesso tempo, ma non sa come uscirne.

Lo sportello propone  a Carlotta di scrivere  una lettera alla mamma per depositarle i suoi vissuti. Lei accetta volentieri e esplicita alla madre il bisogno di ricevere più attenzioni e affetto: spiega che sua mamma resta ferma e non sorride mai quando riceve i suoi abbracci. Inoltre, quando Carlotta accenna a ciò che prova o desidera dalla loro relazione, la mamma sposta il discorso sulla questione ‘dieta’!  Un vero e proprio tasto dolente per questa ragazza che è già consapevole di essere in sovrappeso! “Tutti mi stanno addosso  per questa storia del peso, perfino i nonni litigano per quanto debba mangiare o meno”. La ragazza in realtà è confusa,  perché non riesce a capire quali siano le regole giuste per una buona alimentazione oltre a dover fare i conti con il valore consolatorio che ha il cibo per lei.

Grazie alla lettera c’è però un momentaneo riavvicinamento tra Carlotta e sua madre.

“Ora mi sento meglio, ci abbracciamo tanto e lei ricambia l’abbraccio, (…)”

Qualche mese più tardi Carlotta ritorna allo sportello e  rivela che sono ripresi i litigi con la mamma, evidenziando una forte gelosia nei confronti del fratello più piccolo ed un desiderio di attenzione affettiva molto elevato da parte della mamma.

Lo sportello allora propone a Carlotta un colloquio congiunto con la mamma affinché, anche con la nostra mediazione, possa parlarle a voce, questa volta.
La mamma si è presentata e si è mostrata estremamente disponibile a comprendere i bisogni della figlia, pronta anche a  cercare un sostegno psicologico esterno allo sportello.

copertina 22dic2014Due realtà che si incontrano e intrecciano i loro cammini, per conoscersi, per condividere un’esperienza, per ascoltarsi reciprocamente, per guardarsi negli occhi, per creare insieme: sono gli anziani che frequentano il Centro Anziani “Stella Polare” di Rho e i ragazzi di Casa Elim, la comunità per minori stranieri non accompagnati situata a Villastanza di Parabiago.

Sono due realtà molto diverse anagraficamente, geograficamente e culturalmente ma con aspetti comuni sorprendenti: l’iniziale imbarazzo dato dalla nuova situazione, l’avvicinamento reciproco graduale ma via via più intenso, la voglia di conoscere l’altro e di realizzare con l’altro, il bisogno di riconoscimento e di affetto sincero e il desiderio di comunicare.

Per cinque giovedì, due nel mese di novembre e tre nel mese di dicembre, alcuni ragazzi di Casa Elim, accompagnati da Sara - una delle educatrici di riferimento del gruppo - hanno così incontrato alcuni anziani che frequentano “Stella Polare”, per partecipare ad un progetto comune: la realizzazione di portafoto per ognuno dei partecipanti.

I ragazzi e gli anziani hanno collaborato per dar vita a delle cornici che sono poi state dipinte a mano. In seguito sono state fatte delle foto significative ad ogni ragazzo insieme ad un anziano del centro che sono state poi inserite nelle cornici e consegnate ai ragazzi e agli anziani che hanno aderito al progetto.

Ciò che ha reso speciale questa piccola iniziativa, non è stata tanto la creazione del prodotto finale, ma il percorso che ha portato alla realizzazione delle cornici e delle foto: un percorso nel quale sia i ragazzi che gli anziani con il loro esserci si sono sentiti parte di un’unica realtà, viva e palpitante.

Questa singolare e positiva esperienza ci conferma, ancora una volta, che spesso le barriere ed i limiti vengono posti dal pregiudizio, dalla paura e dal non conoscersi. E’ stato “sufficiente” spiegare, comunicare, osservare, ascoltare, condividere, offrire colori, colla e cartoncino, per creare un clima di gioia e rispetto e per far sperimentare ad ognuno l’essere protagonista corale di un unico progetto.

Federica, Ada e Monica

martini hp

video intrecci hp

caritas amb hp