Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

casaitaca SAM 0138 420Per la burocrazia sono “minori stranieri non accompagnati”, sono partiti dall’Egitto, dall’Albania e dal Bangladesh per ritrovarsi, in dodici, a Casa Itaca. Quando si dice il destino scritto nei nomi! E il loro viaggio è stato davvero un’odissea, mettendo la vita costantemente a rischio per inseguire un sogno, o un miraggio. Casa Itaca è stata aperta cinque anni fa grazie a una collaborazione tra Comune di Rho, Caritas cittadina e Intrecci per ospitare famiglie e adulti in grave stato di bisogno, abitativo e sociale. Oggi è diventata il primo rifugio per minori che hanno intrapreso il grande viaggio da soli e si sono infranti sulle rive della grande città. E’ a Itaca che hanno trovato un approdo provvisorio – un progetto di appena tre mesi – e l’accoglienza di sei educatori che hanno cercato di costruire, come dice Angelo, “un ambiente accogliente, buono, sano, educato”. E con Angelo anche Danilo – che coordina l’equipe – Francesca, Olga, Andrea ed Enzo. Sono qui dal 1 ottobre e i primi due mesi sono stati vissuti di corsa, cercando di provvedere ai bisogni elementari dei ragazzi: vitto e alloggio, ma anche salute, documenti, lingua italiana e qualche esperienza di socializzazione.

E’ stata una fatica, per gli educatori, ma è ormai quasi un destino, anche questo: muoversi in fretta per rispondere alle emergenze dell’ente pubblico, costituire una nuova equipe, pronti via. I tempi contratti della partenza e l’incertezza del futuro sono gli elementi che rendono ancora più vicini gli educatori agli ospiti. Ciascuno nel proprio ruolo, ben inteso, e non sempre è facile: accogliere le lacrime per la nostalgia di mamma e papà, contenere la sana aggressività d’adolescenti, i braccio di ferro per far capire che “le pulizie non sono cosa da donne” e, soprattutto, cercare di spiegare che la distanza tra il sogno dell’Italia ricca e prospera e la realtà attuale è tutt’altro che breve.

Perché il sogno è per tutti i ragazzi più o meno uguale: partire per lasciarsi alle spalle una situazione assai depressa dal punto di vista economico, arrivare in Italia per lavorare e fare soldi, ritornare a casa. Questi i punti fermi, tutto il resto è immerso nell’indeterminatezza e nella inconsapevolezza che si possono avere quando si è giovanissimi. Fanno tenerezza i racconti di Francesca attorno alle osservazioni ingenue dei ragazzi sulla “ricchezza” degli educatori: vivi in un Paese ricco, lavori a tempo pieno, e quindi come mai non possiedi il modello più cool di cellulare e una macchina in grazia di Dio?

Non che siano ragazzi “cattivi”, tutt’altro. Tutti gli educatori confessano apertamente di considerarsi fortunati: infatti è un gruppo tranquillo, positivo, senza teste calde. Fanno riflettere gli episodi che rimarranno per sempre nel cuore di Danilo, Francesca, Olga, Andrea, Enzo e Angelo, soprattutto se li metti a confronto con i nostri adolescenti: i ragazzi che in Metrò si alzano per far sedere due donne anziane, la visita al centro diurno “Stella Polare” dove si fanno sbaciucchiare e ballano con un gruppetto di ultra-ottantenni, lo sguardo rispettoso verso chi ha più anni di loro. Ma al contempo gli educatori possono toccare con mano la tenacia della loro speranza, della loro immaginazione – i motori che li hanno spinti fin qui – e la loro grande apertura al futuro. Tutte cose che fanno a pugni con il nostro refrain di crisi e lamentela, di rinuncia e pessimismo.

Alla luce di tutto questo, si può comprendere meglio la preoccupazione degli operatori in merito al futuro di questi ragazzi, la paura che il cozzo tra la loro linfa interiore e la fredda realtà italiana si riveli più violento di quanto si pensi. Ma intanto si lavora a costruire umanità e nuova cittadinanza, come una scommessa al buio: lavorare come se tutto potesse continuare così, come se ci potesse mai essere una risposta positiva all’ennesima loro candida domanda: “Possiamo rimanere a Casa Itaca?”.

Mentre l’emergenza detta le regole del gioco e batte nervosamente il tempo, si lavora con tutti quei pezzi della città che non si sottraggono alle loro responsabilità educative e si mettono in gioco: volontari, oratori, servizi sanitari, servizi sociali, scuole. Piccole alleanze contratte nel tempo che costruiscono un volto diverso dell’Italia sognata o vista attraverso la rete globale  da un villaggio del Bangladesh.

Intanto fioriscono i segni della cittadinanza che vorremmo; piccoli segnali che solo gli educatori possono riferirci: il ragazzo egiziano che indossa con naturalezza e rispetto il tradizionale pigiama bengalese, o l’albanese che chiama gli altri “bai”, che in lingua bengalese significa fratelli.

Piccoli semi che germogliano anche grazie al lavoro quotidiano: a quell’attività incessante di comprensione reciproca - a partire, ovviamente, dalla lingua - che passa attraverso le pulizie di casa, il cucinare, fare la spesa insieme.

Dopo i marosi del viaggio, anche Ulisse sarà tornato docile a questa quotidianità che fa cittadini di Itaca e del mondo?

Domenica gita al Museo di storia naturale. E poi? Poi si vedrà. Con tanta fiducia e quel po’ di coraggio.

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho subito avuto un momento di “empasse”, perché credo che non sia mai semplice raccontare le emozioni legate ad un momento di vita professionale  e personale importante. E’ anche vero però… che la gioia dei “piccoli grandi amori” si condivide con le persone care!
Lo scorso 26 febbraio, presso l’Aula U7-24 dell’Università Bicocca di Milano, all’interno del Laboratorio “Comunicare il Servizio Sociale”, ho incontrato alcune  studentesse del corso di laurea in Servizio sociale, Facoltà di Sociologia, sul  tema dell’Advocacy dei Diritti degli Stranieri, promosso dal Gruppo “Migrazione e  Asilo” – Ordine Assistenti Sociali Consiglio Regionale della Lombardia (di cui sono parte integrante da due anni).

Il mio intervento, si è basato sulla presentazione, discussione e costruzione di un percorso di accompagnamento in favore  di un minore straniero non accompagnato. In tal senso è stato un momento davvero interattivo e partecipativo che mi ha fatto  tornare indietro di un bel po’ di anni…!!!  La determinazione, la curiosità, la criticità e la competenza della rappresentanza di studenti che ho incontrato, mi ha fatto pensare al patrimonio genetico  e a quanto dunque  l’azione volta alla tutela dei diritti sia nel DNA della professione di assistente sociale. Questo patrimonio ha un cuore normativo,  deontologico, etico, responsabile. Nel lavoro quotidiano l’assistente sociale, in modo silente, mediante la valorizzazione e l’autonomia della persona, traduce questo patrimonio in azioni preventive a situazioni di emarginazione, bisogno, disagio. Tutto ciò in uno scenario sociale particolarmente fragile e precario.

In questi quindici anni di attività professionale, sono stata  sempre sostenuta ed  incoraggiata da persone particolarmente care e speciali a cui oggi va il mio GRAZIE!  Il loro mondo di sentimenti, di pensieri, di intelligenza, mi ha dato sempre la consapevolezza, di quanto la professione di  assistente sociale, sia ispirata a principi e valori che esaltano l’individuo come soggetto attivo all’interno di una relazione di aiuto. 

Lavorare con le persone e per le persone è ciò che in questi anni ho vissuto. Il rapporto con ognuna di loro mi ha arricchito professionalmente e personalmente e ciò ha permesso di conoscere meglio anche me stessa.

Olga Sagnelli

Un giovane profugo proveniente dal Camerun racconta la sua storia.
Partito da un paese incapace di dare opportunità ai giovani, decide di inseguire il suo sogno di diventare calciatore andando in Libia. Ma qui si trova nel bel mezzo della rivolta contro Gheddafi. Unica via di fuga il mare. Giunto a Lampedusa, accolto dal sistema di emergenza, è poi approdato a Rho dove condivide un appartamento della cooperativa Intrecci insieme ad altri cinque profughi. Una storia fatta di voglia di rischiare e di conquistare un futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

jeanclaudeMi chiamo Jean Claude e sono un giovane camerunese. Sono andato via dal Camerun perché nel mio paese, famoso per essere considerato la "piccola africa", non ci sono molte possibilità per i giovani come me. Il paese è vittima di continue crisi economiche ed è costituito ancora di comunità rurali. Il nostro presidente, al governo da quasi 30 anni, ha fatto negli anni molte promesse, ma non ne ha potuta mantenere quasi nessuna. Il risultato è che l'economia del Camerun è in fortissima difficoltà .

Ho cercato quindi fortuna altrove e mi sono diretto in Libia per realizzare il mio sogno: diventare un calciatore di successo.
Arrivato in Libia dopo poco tempo ho trovato un ingaggio presso la squadra di Al Charara, la stessa del figlio di Gheddafi. Il guadagno era buono (l'equivalente di circa 2.300 ‚¬) e questo mi permetteva di inviare del denaro in Camerun. In questo modo potevo aiutare la mia famiglia e tenere una parte del guadagno per me, per progettare il mio futuro, per alimentare i miei sogni. Aiutare la mia famiglia è importante ed il peso che adesso sento più forte sulle mie spalle è proprio quello di non poter essere di aiuto ai miei famigliari. Non nascondo che con i soldi guadagnati potevo anche permettermi una vita agiata.

Bisogna però dire che non è tutto oro quello che luccica. Spesso le partite che giocavamo erano truccate: a volte giocavamo contro una squadra data sfavorita alle scommesse e dovevamo perdere per favorire "alcuni" scommettitori. La frustrazione è alta quando devi sottometterti a queste regole non scritte ed in particolare lo era per me che giocavo in attacco. Che attaccante sei se non puoi fare goal?! Per di più sbagliare un goal non è così facile, devi saperlo fare senza che i tifosi se ne accorgano.

Tutto questo è durato fino alla rivolta. Davanti ai disordini non era possibile tornare indietro, a casa propria: qualsiasi frontiera africana era bloccata. Unica via per la fuga attraversare il mare.

Se mi chiedono di parlare di politica posso dire che non me ne intendo molto. In Libia del resto ero uno straniero, un immigrato che aveva trovato un'opportunità . Ricordo le parole di Gheddafi che diceva "Renderò Nera Lampedusa!", ma in genere gli africani che vivono in Libia amano Gheddafi, forse perché lì si trovavano opportunità che i paesi d'origine non erano stati in grado di offrire. Altra cosa è stato aver a che fare con i libici in genere.
Il viaggio è durato due giorni, naturalmente senza cibo e senza acqua. La nave era completamente piena anche sottocoperta e la stiva scoppiava di persone. E' stata molto dura, ma grazie a Dio ce l'hanno fatta tutti. Arrivati a Lampedusa siamo stati registrati e per alcuni giorni siamo stati passati da un campo all'altro. Ho attraversato l'Italia con persone che non conoscevo, ma che hanno vissuto la mia stessa esperienza: da Lampedusa siamo passati in Sicilia, poi a Napoli, a Campobasso, e infine a Milano dove sono stato accompagnato a Rho. Adesso vivo in un appartamento insieme ad altri due camerunesi, un ragazzo del Marocco, uno della Costa d'Avorio ed uno del Burkina Faso.

Il giorno in cui siamo stati accompagnati in Questura, gli operatori hanno fatto una piccola deviazione: siamo passati intorno allo Stadio di San Siro, lo stesso stadio dove gioca (o meglio giocava) il mio idolo E'too. Un altro sogno che si è avverato.

Il nostro giovane ospite è ora in possesso di un permesso di soggiorno da richiedente asilo, un documento temporaneo della durata di 6 mesi. A febbraio lo aspetta il colloquio presso la Commissione Territoriale e lì dovrà spiegare perché ha lasciato il suo paese.Dopo qualche tempo di permanenza a Rho, il nostro giovane profugo è stato notato mentre giocava a calcio ed è stato inserito presso una squadra di calcio rhodense affiliata alla Juventus F.C. Per ora può solo allenarsi, ma chissà che in un futuro non lontano possa giocare con gli altri e realizzare il suo sogno di diventare calciatore.

Non ho mai avuto una mentalità assistenzialista. Se avessi voluto vivere alla giornata, senza progetti, me ne sarei restato in Camerun. Ho invece accettato la sfida di lasciare il mio paese per cercare un futuro migliore.

So che dovrò attendere molto prima di sapere se potrò restare in Italia. Per il momento mi alleno e presto comincerò a studiare la lingua italiana che già con i compagni di squadra sto cominciando ad imparare. Finché Dio mi darà la forza, userò tutta la forza che mi darà. Non mi aspetto miracoli dalle istituzioni. So che sarà difficile: lo è per un italiano medio, per uno straniero come me lo sarà ancora di più. Ma da quel giorno che ho lasciato il mio paese, mi sono preparato ad affrontare le difficoltà .

Jean Claude

La cooperativa Intrecci ospita in molte delle sue strutture di accoglienza richiedenti asilo politico e rifugiati. A volte le vite di queste persone vengono strappate a paesi e guerre dimenticati. A volte invece le loro storie si intrecciano all'attualità che ogni giorno seguiamo sui giornali e in televisione, e che spesso consideriamo, erroneamente, lontana da noi.

Akram è un ragazzo di trentadue anni, viene dalla Siria, e in Italia ha ottenuto lo status di rifugiato. E' stato ospite di un centro di accoglienza, ma oggi non lo è più. E' diventato un lavoratore e un socio della cooperativa Intrecci.

La storia recente di Akram e del suo paese è fatta di migliaia di morti (non esistono statistiche attendibili, ma gli attivisti parlano di circa 10000 vittime), di 600 bambini uccisi negli ultimi mesi, di circa 30000 feriti e 50000 persone arrestate. Si intreccia con l'atroce cronaca di questi giorni, la cronaca di una Siria macchiata dal sangue della repressione dopo le proteste dei suoi cittadini. Akram è informato su quanto sta accadendo, è in contatto con molti amici e famigliari che non vede da quando ha lasciato il paese: prima per andare a studiare medicina in Ucraina e poi per rifugiarsi in Italia. «Sono cresciuto ad Aleppo, nel nord della Siria, in quella che è considerata la capitale economica del paese. Lì ho studiato fino alle scuole superiori, poi sono andato in Ucraina dove ho vissuto per più di dieci anni e mi sono laureato. Da due anni mi trovo in Italia».

La situazione della Siria, al di là di come appare nei servizi sempre più brevi che le vengono dedicati nei telegiornali di casa nostra, è molto frammentata ed è molto difficile comporre un quadro della situazione perché le informazioni viaggiano con difficoltà : «Quello che sta succedendo adesso interessa soprattutto le città di Homs, Daraa, Hama e Idleb situate al nord della Siria e nelle province di Damasco, Aleppo e Der-al-Zor. In questi luoghi la situazione assomiglia ad una guerra civile tra l'esercito regolare e l'esercito siriano libero, composto da ex-militari che hanno disertato, hanno tenuto le armi e fanno la guerra contro il governo».
Le sommosse sono iniziate il 15 marzo del 2011. «Quel giorno c'è stata una grande manifestazione a Damasco e a Daraa. E' successo che alcuni ragazzini a Daraa avevano scritto "libertà" e frasi contro il regime sui muri. Il Governo li ha arrestati, e i loro genitori, parenti e amici hanno organizzato le proteste».
Le proteste sono cominciate dalle periferie dei grandi centri abitati, in contesti di estrema povertà , «la rabbia della gente è dovuta a tante motivazioni diverse che si sono coagulate in un unico sentimento di insofferenza. In Siria la vita e le attività delle persone dipendono dai contatti che si hanno con il paese e con lo Stato. La gente sa che la politica è una cosa che non si può toccare, della quale non si deve parlare, e ognuno ha impresso nella memoria i massacri degli anni '80 ad Hama, Idleb ed Aleppo (le vittime furono circa 30000). Inoltre c'è un opprimente clima di controllo gestito dai diversi organi dei servizi segreti: io, siriano, sia se abito in Siria o all'estero, ho paura di parlare con altri siriani. Sono cresciuto tra spie e infiltrati che mandano informazioni allo Stato».

Il Governo in Siria si regge su un partito solo, il Baath ("resurrezione" ). «Il partito unico governa il paese dal 1963. Dal 1970 il presidente è stato Hafez-al-Assad. Quando è morto, nel 2000, si è insediato il figlio Bashar al-Assad. Il gruppo religioso del presidente, gli Alawiti, e tutti i suoi parenti sono stati introdotti nei ruoli chiave dello stato e delle forze armate, sebbene in realtà questo gruppo religioso in Siria sia una minoranza, circal'11% dei siriani. Dal 1970 fino ad adesso la maggioranza non-baathita è stata discriminata: se non collabori con il governo non riesci a vivere. Da qui le proteste, che sono fondate più su una richiesta di libertà che su motivi religiosi. Sono cominciate nelle periferie e nei villaggi e la gente che ha iniziato a protestare era la gente semplice e più povera che ha mischiato tanti motivi: economia, lavoro, discriminazioni, persecuzioni».

Attualmente la resistenza alle violenze del governo si muove su due versanti, «all'inizio l'opposizione siriana ha fatto più di un incontro con i partiti all'estero e con i partiti di opposizione. Hanno cercato di creare un comitato che possa presentarsi a livello mondiale come opposizione unica dei siriani, ma ovviamente sono intervenute le polizie segrete, e l'esercito. Il presidente di questo comitato si trova all'estero e sta cercando l'aiuto dell'opinione pubblica internazionale. All'interno del paese invece si è formato un esercito siriano libero che prosegue la battaglia contro il regime e la difesa dei cittadini che protestano».
«L'unica possibilità per il mio paese era che ci fosse un fermo intervento a livello diplomatico della comunità internazionale, intervento che purtroppo non c'è stato. Al contrario, il governo siriano ha ricevuto l'appoggio di potenze straniere come la Russia, la Cina, l'Iran, l'Iraq e l'aiuto di Hezbollah. Serve che si illumini un riflettore sulle proteste perché possa accadere quel che è successo con la primavera araba degli altri paesi. E' l'unico modo per fermare le violenze».
«La Siria sembra essere a un bivio: da un lato si potrebbe tornare alla brutta situazione precedente le proteste (anche se è difficile che la gente possa dimenticare tutto quello che è successo in quest'ultimo anno e tutte le vittime che ci sono state); dall'altro, questa situazione rischia di sfociare in una guerra civile vera e propria, che porterebbe ulteriori morti e che non avrebbe un esito scontato».

«Bisogna considerare anche che, qualora tutto tornasse come prima, con il partito Baath al potere, le migliaia di rifugiati che già sono fuori dal paese (in Turchia, Libano e Giordania soprattutto) non potrebbero rientrarvi, e gli attivisti che stanno organizzando le proteste finirebbero sicuramente in carcere».

I primi 32 anni della vita di Akram sono stati tormentati, la sua famiglia è stata disgregata, e le notizie in arrivo tutti i giorni gli fanno male perché lui è qui e non può fare nulla per la Siria e i siriani. Oggi è una risorsa preziosa per la cooperativa Intrecci e attende il riconoscimento della sua laurea, per poter fare progetti per il futuro. Ma il suo sogno è quello di poter tornare, un giorno, nella sua Siria.

Intervista a cura di Dario Giacobazzi

casaitaca SAM 0138 420Difficile definire cosa sia lavoro sociale: certo è importante lo studio e la preparazione, ma tutto deve essere ricondotto all'azione e all'incontro quotidiano con le persone. Per una giovane tirocinante iscritta al primo anno di Scienze del Servizio Sociale presso l'Università Cattolica di Milano il servizio di Casa Itaca è stato il primo approdo formativo sul campo ed occasione per sperimentarsi in prima persona. Il confronto con una marginalità accompagnata all'autonomia le ha dato nuovi stimoli e motivazioni per costruire il suo percorso professionale. Il tirocinio diventa quindi un modo per «raccontare» il lavoro sociale e la realtà di Casa Itaca: ascoltiamo dalla viva voce di Benedetta il racconto di quest'esperienza.

Ho avuto il piacere di conoscere da vicino la Cooperativa Intrecci grazie all'esperienza di tirocinio che ho svolto presso il servizio Casa Itaca, affiancata dall'assistente sociale. Infatti, ho frequentato il primo anno di università di Scienze del Servizio Sociale, durante il quale è prevista un'esperienza di tirocinio formativo di circa una quarantina di ore che ha lo scopo di aiutare gli studenti a conoscere approfonditamente la realtà di un servizio, stando anche e soprattutto a contatto con l'utenza. E' stata la mia prima esperienza nel campo del sociale e ne esco molto contenta. E' stato intenso ed arricchente: mi ha permesso di scontrarmi con una realtà nuova per me, quella dei senza fissa dimora e dei rifugiati, di conoscere diverse figure professionali all'interno dell'équipe e, infine, anche di confrontarmi con me stessa. Tutto ciò ha avuto buoni risultati e l'esito che speravo: desideravo trovare conferme in merito al mio percorso di studi che mi condurrà a svolgere una professione bella ma anche piuttosto delicata, e quest'esperienza mi ha fatto fare un bel passo avanti in questo senso.
Il tirocinio è stato completo, perché ho potuto coniugare l'interazione con gli utenti e l'affiancamento all'assistente sociale nelle sue mansioni più "burocratiche". E' stato interessante interagire con gli ospiti di Casa Itaca; ho avuto la possibilità di scambiare due parole un po' con tutti, ma anche di parlare più approfonditamente con alcuni e quindi di conoscere le loro delicate storie di vita e percepire i loro stati d'animo. Una sera mi sono anche fermata a cenare con gli ospiti ed è stato bello condividere con loro un momento più "informale" come la cena. Devo dire che essi si sono dimostrati sempre cortesi nei miei confronti; tutti accettavano di buon grado la mia presenza anche durante i loro colloqui con gli operatori a cui io assistevo da "osservatrice". Mi sono sentita accolta sia da loro che dagli operatori, sempre disponibili e attenti a coinvolgermi e a spiegarmi tutto e verso i quali, per questo, nutro profonda gratitudine.

Nella casa si respirava un bel clima; tra operatori e ospiti ho riscontrato un buon rapporto: questi ultimi sono riconoscenti ai primi, consapevoli del loro preoccuparsi e attivarsi per loro, e li considerano come punti di riferimento. Gli ospiti arrivano da contesti differenti, hanno alle spalle storie difficili, ognuna diversa e unica, ma a Casa Itaca possono trovare un approdo sicuro da cui ripartire non più soli. E' già molto sapere che quando rincasano alla sera troveranno con certezza un ambiente caloroso e confortevole, un pasto caldo e un letto, oltre che altre persone che condividono la loro stessa situazione con cui parlare e confrontarsi e operatori disponibili ad ascoltarli ed aiutarli.

Tuttavia, dalle parole di molti ho percepito trasparire una marcata preoccupazione per il futuro, per quello che sarà quando il loro periodo di permanenza presso Casa Itaca sarà terminato. Devo dire che ho provato un forte senso di ingiustizia nei confronti delle loro vicende, la sofferenza in genere mi fa rabbia, poiché non c'è una risposta al perché essa esista; quindi sono persuasa che non resti che essere umili e disposti ad accettare l'aiuto di altri per rialzarsi e ripartire. E' questo che si propone Casa Itaca: tendere la mano verso chi non ce la fa a ripartire da solo. E penso che il primo modo di aiutare una persona, in particolare nel mio lavoro futuro di assistente sociale, sia donarle un sorriso e un'accoglienza calorosa, cose che ho constatato all'interno del Centro e che anch'io ho cercato di mettere in pratica, grazie anche alla sensibilità che mi caratterizza. Infatti, un elemento essenziale delle professioni sociali che non deve mai passare in secondo piano, altrimenti si rischia di perdere il senso di tutto, è sicuramente una spiccata umanità .

Da questa esperienza porto a casa molto: è stata sicuramente un'occasione di crescita personale, non solo formativa per i miei studi in senso stretto; del resto, solo l'incontro e il confronto con persone diverse da noi, anche per cultura ed etnia, come i rifugiati, non possono che arricchirci e stimolarci. Infatti, personalmente, ho sempre manifestato una certa curiosità e un certo fascino verso chi è culturalmente diverso da me, consapevole che mi possa insegnare molto. Per questo, in futuro mi piacerebbe lavorare in questo ambito.

Da ultimo, ringrazio la Cooperativa Intrecci, e in particolare l'équipe di Casa Itaca, per avermi permesso di applicarmi e sperimentarmi. Oltre a ricordare come una bella esperienza questo tirocinio, mi impegnerò a custodire i frutti che mi ha dato.
Benedetta Zucchetti

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