Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

Sono partito dal mio paese, il Pakistan, nel settembre del 2008. Avevo 21 anni. Sognavo di arrivare in Inghilterra, di cambiare vita. Conoscevo un paio di ragazzi che erano arrivati lì, si erano sistemati, studiavano e lavoravano.

Perché hai deciso di partire?

La mia famiglia gestiva un negozio di forniture meccaniche. Gli affari non andavano molto bene, mio padre doveva chiedere in continuazione prestiti per far quadrare i conti. Le prospettive non erano buone. Se fossi rimasto, il mio destino sarebbe stato quello di lavorare nel negozio, e la nostra situazione avrebbe continuato a peggiorare. Io desideravo qualcosa di più, per me e per la mia famiglia.

Come è iniziato il tuo viaggio?

Senza pensarci troppo ho convinto mio padre che dovevo partire. Lui inizialmente non era d'accordo, ma poi si è rassegnato e mi ha aiutato. Ha preso contatti con un uomo che organizzava i viaggi degli emigranti verso l'Europa. Gli hanno chiesto 7000 dollari per farmi arrivare in Grecia. Ha dovuto chiedere prestiti e vendere l'auto, ma alla fine è riuscito ad esaudire il mio desiderio. Arrivato a quel punto sentivo tanta responsabilità sulle mie spalle, e capivo di non potermi più tirare indietro.

Siamo partiti in autobus, da Peshawar. Ero insieme ad altri due ragazzi, anche loro avevano come orizzonte quello dell'Europa. Un signore ci ha indicato il pullman sul quale salire, mentre a bordo c'era un altro uomo, più giovane, che era la nostra "guida". Questa è una cosa che si è ripetuta durante tutto il viaggio, fino alla Grecia: le persone che avevano l'incarico di condurci si davano il cambio in continuazione, facendo solo la staffetta per un breve tratto. Nessuno sapeva chi fossero, i loro veri nomi. Ma loro sapevano chi eravamo noi. La nostra prima tappa è stata a Quetta, dopo un viaggio di circa 10 ore. Lì ci hanno condotti in una sorta di albergo di bassa categoria, dove abbiamo aspettato un paio di giorni.

Aspettato cosa, esattamente?

Quetta, e quell'albergo in particolare, veniva utilizzato come "centro di raccolta" : io e gli altri due siamo arrivati da Peshawar, il giorno dopo sono arrivati una decina di ragazzi dalla zona di Karachi, due giorni dopo dei tizi che venivano da Lahore. Da Quetta saremmo poi ripartiti tutti insieme. Anche questa è una cosa che succede di continuo: si fanno tratti di strada in gruppetti di poche unità , poi magari si diventa un grande gruppo, anche più di cinquanta persone, per tornare successivamente ad essere in pochi.

Tutti uomini?

Sì. Tutti ragazzi e tutti piuttosto giovani, perché questo tipo di viaggio non può essere tentato da donne, anziani o bambini.
Da Quetta, sempre in autobus, ci siamo spostati a Taftan, al confine con l'Iran. Anche qui c'è stata una sosta di qualche giorno, dettata dal fatto di dover attendere le "condizioni favorevoli" per l'attraversamento della frontiera (probabilmente poliziotti corrotti di cui bisognava aspettare il turno). Abbiamo attraversato il confine a piedi, in piena notte, poco lontano da un posto di polizia, passando sotto una rete sollevata e correndo poi verso alcuni furgoni che ci hanno portato a Zahedan. Un giorno di sosta e siamo ripartiti, a bordo di alcuni pick-up, viaggiando sempre di sera o di notte, con un'auto che precedeva la piccola carovana andando in avanscoperta per avvisare in caso di presenza di posti di blocco. Non so dove fossimo esattamente, ricordo che eravamo su strade di montagna, non sempre agevoli. Ad un certo punto ci hanno fatti scendere e ci hanno spiegato che bisognava proseguire a piedi, su un sentiero, per girare al largo di un posto dal quale non si doveva passare. Ricordo come fosse ieri quella "passeggiata" : quattro ore di cammino, al buio, il sentiero illuminato quasi esclusivamente dalla luna, il rischio di cadere e farsi male ed essere abbandonati lì, in mezzo al nulla, senza sapere nemmeno il nome di quel luogo. Dopo un altro "passaggio" in auto e una sosta di qualche giorno in una sorta di rifugio sperduto tra le montagne, siamo partiti alla volta di Teheran stipati su delle auto dove venivano caricate una dozzina di persone per volta: quel tratto io l'ho fatto viaggiando nel bagagliaio, insieme ad un altro ragazzo, perdendo la nozione del tempo e sentendomi male anche fisicamente; quella sensazione è uno dei ricordi più brutti che conservo.

E poi, da Teheran?

A Teheran abbiamo fatto una delle soste più lunghe, credo una decina di giorni, per poi ripartire e viaggiare a singhiozzo alternando tratti in auto, solitamente stando nascosti, spesso nel cassone di un pick-up coperti con un telo, e brevi tragitti a piedi. Brevi almeno fino al confine tra Iran e Turchia, che abbiamo "valicato" con una camminata (quasi in cordata) di circa sei ore, notturna. Lo ricordo come uno dei momenti più difficili, con il fiato che mi mancava, il freddo, la paura. In Turchia ci hanno fatto "riposare" per qualche giorno, dopodiché io e altre 7-8 persone siamo stati fatti partire per Istanbul nel bagagliaio di un autobus. Ad Istanbul siamo rimasti un paio di settimane. Ricordo di aver chiamato casa nel giorno della festa islamica dell'Eid al-Adha, di aver parlato con mia mamma e pianto insieme a lei: era la prima volta che mancavo da casa nel giorno della ricorrenza, ed ero partito da Peshawar da quasi due mesi.
Da Istanbul ci hanno portati ad Izmir, in un albergo. La sera successiva al nostro arrivo ci hanno portati su una spiaggia; c'era un gommone ad attenderci, penso potesse portare una decina di persone, ma noi eravamo almeno il doppio. Avevamo paura di salire a bordo. "Lì c'è la Grecia, chi vuole sale, chi non vuole è libero di andarsene e non farsi più vedere". Hanno cercato qualcuno che sapesse manovrare il gommone, "loro" non sarebbero venuti. Ho pensato a tutto quello che avevo passato durante quel viaggio, all'Europa come la sognavo in quel momento, al fatto che mi stavo affidando al destino. Sono salito.
La "navigazione" è stata veloce, di poche ore, ma decisamente movimentata dalle onde alte del mare aperto. Ad un certo punto abbiamo avvistato una luce, simile a quella di un faro, e abbiamo cercato di proseguire in quella direzione. All'approdo abbiamo distrutto il gommone e il motore, per paura che potessero rimandarci indietro. L'isolotto su cui eravamo giunti era poco più di uno scoglio, ma era vicino ad un'isola decisamente più grande (della quale non ho mai saputo il nome). Finalmente eravamo in Grecia, in Europa.

All'alba dei pescherecci ci hanno visti ed hanno avvertito la polizia. Sono venuti a prenderci solo a pomeriggio inoltrato. Da quell'isola siamo stati trasferiti quasi subito, via nave, in un centro di accoglienza chiuso e recintato, su un'altra isola vicina. Lì ci hanno preso le impronte digitali, fatto avere un foglio di via, e poi messi su un'altra nave, destinazione Atene.

Ad Atene mi sono ritrovato praticamente solo, con pochi soldi in tasca, e senza più nessuna guida (il lavoro dei passatori era terminato). Ho cercato contatti. Connazionali e passatori. Greci e trafficanti. Mi sono fatto mandare altri soldi da mio padre. Con quelli mi sono mantenuto per qualche giorno in un postaccio che offriva vitto e alloggio a 6 euro al giorno. Con altri 3000 euro sono riuscito ad avere un passaporto autentico falsificato con la mia fotografia. E un visto per la Germania.

Ho "festeggiato" il capodanno del 2009 ad Atene, poi a metà gennaio ho preso un volo per Milano.

E a Milano si conclude questa tua odissea?

No, perché da Milano sono andato subito, in treno, a Roma. Ero senza documenti perché il passaporto l'avevo strappato e buttato via appena uscito dall'aeroporto: così mi avevano detto di fare. Nella capitale sapevo di poter trovare qualche contatto, e poi volevo raggiungere due ragazzi che conoscevo a Foggia; in realtà su consiglio di mio padre sono poi andato ad Ancona, e poi a Macerata, dove mi ha ospitato un connazionale che conoscevo di vista. Sono rimasto lì qualche giorno, e ho cominciato ad apprezzare il luogo nel quale mi trovavo. Ero stanco di viaggiare e di spostarmi, volevo un po' di stabilità . Mi sono reso conto che questo era il paese in cui volevo restare, in cui volevo provare a realizzarmi. Ho deciso che sarei rimasto in Italia, che qui avrei fatto domanda di asilo politico, senza più cercare la strada verso l'Inghilterra. Ho pensato allora di raggiungere i miei conoscenti a Foggia, che stavano in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (che ho poi scoperto essere il CARA di Borgo Mezzanone), pensavo che ci sarei potuto entrare anche io. Non avevo ancora presentato istanza d'asilo, quindi in realtà non potevo avere accesso alla struttura, ma i ragazzi mi hanno fatto passare di nascosto, e ho trascorso qualche giorno e qualche notte lì.

Sei l'unica persona che conosca che anziché scappare da un CARA ci è entrato di nascosto!

Sì! In realtà quando sono arrivato ho visto che loro stavano in questa struttura grandissima, composta da tanti prefabbricati, e mi è sembrato squallido. In più ero clandestino anche dentro il CARA e avevo paura di farmi vedere e parlare con gli operatori. Così dopo pochi giorni, a seguito di un contatto con un connazionale a Venezia, sono ripartito, e sono arrivato a Mestre. Mi sono fatto accompagnare in polizia, a Marghera, mi sono presentato per formalizzare la richiesta di asilo, ma mi hanno detto di tornare il giorno successivo. Avevo il telefono scarico, non potevo contattare nessuno, e così mi sono sistemato sotto il portico di una chiesa per passarci la notte e ripresentarmi in polizia il mattino dopo. Era il 27 gennaio, e faceva molto freddo. Mi ero già addormentato quando sono stato svegliato dal parroco della chiesa: pensavo volesse cacciarmi, invece mi ha chiesto cosa facessi lì e mi ha offerto di passare la notte al coperto. Il mattino dopo, molto presto, ho presentato la mia domanda di asilo politico.

Ed è iniziata la tua nuova vita.

Sì, sono rimasto per un po' a Venezia, ho iniziato a studiare l'italiano, poi sono stato trasferito a Varese, dove ho conseguito il diploma di terza media. Ho lavorato come muratore, e con i soldi guadagnati mi sono pagato un corso ASA. Nel frattempo mi sono messo in regola con i documenti. Oggi sono felice, ho un lavoro, e anche se non ho raggiunto quello che era il mio sogno "inglese" mi sento fortunato: posso aiutare la mia famiglia, vivo in un paese che amo, e guardo al futuro pensando di avere tante possibilità di fronte a me.

Intervista a cura di Dario Giacobazzi

Nel mio peregrinare estivo sul territorio di Rho, per offrire servizi di accompagnamento e consegna pasti agli anziani rimasti soli in città , ho incrociato numerosi volti e storie.
Gli incontri sono stati delle istantanee sulla vita quotidiana di numerose persone anziane che aprendomi la loro porta di casa hanno permesso che accedessi al loro mondo.

Nell'andare su e giù per le scale di numerose abitazioni ho varcato la soglia di molte abitazioni (dalla casa di ringhiera agli appartamenti signorili, dalla villetta al condominio) e sono entrato in qualche modo nell'intimità dei luoghi e delle persone e delle loro famiglie più o meno presenti.
Si sono succeduti di giorno in giorno piccoli scatti che mi hanno offerto uno spaccato di cosa significhi vivere l'esperienza dell'anzianità in un momento di generalizzata crisi economica, sociale ed esistenziale. Dalla casa con una lontana anima argentina e con appesi alle pareti tutti i ritratti dei Papi del XX secolo, alla premurosa offerta di un bicchiere d'acqua da parte di una signora con sempre meno luce negli occhi, dalla signora ultranovantenne con ancora Napoli nel cuore alla pensionata che con il suo reddito sociale sostiene un nucleo famigliare segnato dalla crisi e dalla mancanza di lavoro. Ed ancora il rhodense doc che chiede sempre "Come va oggi?", ma per sentirsi restituire la stessa domanda, la stessa cura con un grande desiderio di contatto; la signora in lacrime fortemente provata dal recente lutto per la morte del marito, ma che avanti in età ha comunque imparato ad usare il computer ed a navigare su internet, la signora affetta da Alzheimer con la mente confusamente immersa in un mondo di luoghi ed affetti lontani. Spesso e volentieri a far da sottofondo alla quotidianità di questi anziani la televisione, una finestra aperta sul mondo a contrastare le troppo spesso chiuse finestre dei cortili.
Con il servizio Estate Sicura Anziani a partire dal soddisfacimento di alcuni bisogni primari come il pasto ed il sostegno in alcune attività quotidiane, credo si sia riusciti ad aprire almeno in parte le porte di alcune abitazioni di Rho, contrastando una diffusa cultura che proprio della "porta chiusa", in nome della sicurezza, fa propaganda.

La cultura della porta chiusa in realtà "ci danneggia, ci atrofizza, ci separa" e miete le sue vittime proprio fra gli anziani.
Al termine di questa mia esperienza lavorativa nell'ambito del progetta Estate Sicura Anziani mi sento di dare ragione a quanto scriveva Norberto Bobbio nel suo De senectute: "La vecchiaia non è scissa dal resto della vita precedente; è la continuazione della tua adolescenza, giovinezza, maturità". Intendere la vita come "una montagna impervia da scalare", come un fiume che ti avvolge e "corre lentamente alla foce" oppure come una "selva" oscura dove incerta è la via da seguire e condiziona anche il modo di vivere quell'età della vita che chiamiamo anzianità o con un termine meno politically correct"¦. vecchiaia. L'esistenza è fatta di crisi e passaggi, ma esiste una continuità che l'anzianità rende visibile in tutta la sua concretezza.

Per continuare a dare dignità all'anzianità dobbiamo quindi innanzitutto continuare ad intrecciare tempo del servizio e racconto dell'esperienza. Il Progetto Estate Sicura Anziani mi ha permesso di approfondire sempre di più la consapevolezza che la verità risiede nell'incontro, nella relazione e nella partecipazione alla vita delle persone. Alla luce di questa consapevolezza, la narrazione degli incontri, del dinamico rapporto fra io e tu che innerva la stoffa del mondo e l'anima della storia diventa sempre più un compito primario per il lavoro sociale.

Offriamo nuovi spazi di racconto ed incontro fra e con gli anziani delle nostre città e forse comprenderemo meglio la profonda dignità della vita di ogni uomo.

Danilo Giansanti

"La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l'ha presa per svegliarsi stamattina, l'autista al volante dell'autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti e più vicino. Chi la usa è lì con te. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu".

Questo è solo un frammento dell'incipit dell'ultimo libro di Roberto Saviano Zero Zero Zero. Non si parla certo di farina d'alta qualità o presidi Slow Food, ma bensì di cocaina. Un pugno nello stomaco questo attacco di Saviano al sistema delle nuove dipendenze.

Era uno di noi, forse un insospettabile anche il giovane che, in collaborazione con Caritas Ambrosiana, ha collaborato per qualche mese con i servizi della nostra Cooperativa. Anche lui figlio, fratello, fidanzato, amico, collega di lavoro che per riempire un insormontabile vuoto esistenziale si faceva forza con la cocaina. In questo modo quegli angosciosi blocchi relazionali, quella difficoltà ad accettarsi svanivano, il confronto con gli altri sembrava più tollerabile. Quella polvere bianca (ma sporca di sangue e violenza) sapeva regalare come nessun altro una nuova personalità e per qualche ora al giorno una nuova vita.

Purtroppo però da una piatta normalità il nostro giovane è passato all'altrettanto vuota quotidianità della Casa Circondariale di San Vittore, con la differenza che prima il vuoto era percepito, mentre dietro le sbarre ed i cancelli di un carcere il vuoto è reale. Un periodo duro quello di "appoggiato" nel VI raggio di San Vittore, un carcere concepito architettonicamente secondo i dettami utilitaristici del Panopticon di Jeremy Bentham, ma dal progetto alla realtà c'è decisamente un bel salto. Congestione, sovraffollamento, difficoltà di convivenza, scarsezza igienica e sanitaria, scarso impiego del tempo detentivo sono solo alcune delle esperienze più comuni raccontate dai detenuti. Una realtà detentiva quella del "civico 2" di San Vittore in cui si sperimenta tutta la drammaticità di vivere in attesa di giudizio. Ma anche a San Vittore ci si abitua alla routine quotidiana e si apprende un nuovo gergo: la spesa proveniente dal bettolino, la battitura delle sbarre da parte degli agenti per verificarne l'integrità , il tempo notturno dove il pensiero può castellare evadendo dalla realtà . Per far conoscere questa realtà un gruppo di detenuti si è pure inventato un gioco: il Criminal Mouse (http://libri.terre.it/libri/collana/12/libro/39/Criminal-mouse), il gioco del carcere, una specie di gioco dell'oca che con autoironia fa conoscere la realtà detentiva dalla casella n° 1 "L'arresto" all'ultima "Libertà".

Dopo qualche mese di reclusione il gioco del carcere è finito anche per il nostro giovane. Si sono così riaperti i cancelli ed il giovane, con una modalità ancora troppo poco diffusa, è stato affidato dal Magistrato di Sorveglianza competente ai servizi sociali penitenziari (UEPE) per avviare un percorso di pena alternativa: ritorno al lavoro, controllo periodico presso i servizi specialistici/riabilitativi ed attività di volontariato. Quale realtà rappresentativa sul territorio l'Area Carcere di Caritas Ambrosiana ha subito pensato alla cooperativa Intrecci ed in breve tempo il giovane ha quindi cominciato a collaborare come volontario con l'equipe di Casa Itaca e con il progetto "Buon Fine" nei servizi logistici ed approvvigionamento viveri. Un servizio di supporto semplice ma che ha permesso al giovane di entrare in contatto con realtà di disagio e riscatto sociale forse mai immaginate prima. Attraverso la consegna del cibo quotidiano, ha potuto sperimentare l'importanza ed il significato dei gesti più quotidiani a partire dal cibo. Il cibo infatti è vita, anche quando magari il gusto ed il significato del mangiare non sono gli stessi del proprio paese d'origine.

Anche questo percorso sperimentato ad Intrecci ha fatto quindi emergere quanto già proposto più volte dal Cardinal Carlo Maria Martini a proposito del tema carcere e giustizia: "Non esistono persone soltanto negative, tutte e sempre malvagie, identificabili nel reato; in ognuna c'è del frumento buono mescolato alla zizzania, come nel campo evangelico; le capacità del bene e del male nella persona umana convivono. L'uomo che sbaglia conserva sempre alcuni diritti-doveri fondamentali. Il reato è sintomo di un disagio profondo, interiore, che produce violenza, ingiustizia, criminalità. All'uomo in errore non deve essere proposta unicamente la sanzione. Va quindi superata la cieca fiducia nella pena retributiva, meccanica, come unica forza capace di migliorare i comportamenti del delinquente ["¦]. Alla base del nuovo modo di concepire la pena e la sua esecuzione dev'essere posta la riconciliazione come proposta di partenza e traguardo d'arrivo del trattamento rieducativo".

Ci auguriamo che anche il nostro giovane amico abbia sperimentato nei mesi di collaborazione con Intrecci quella fiducia e quella riconciliazione che sole permettono un vero cambio di segno e una nuova pista da seguire.

Danilo Giansanti
Coordinatore "Casa Itaca", Rho

casa itaca minoriChe cos'è la giustizia? Come è possibile riparare ad un errore compiuto in giovane età , magari in età adolescenziale? Questi sono gli interrogativi che hanno fatto nascere l'esigenza di sperimentare nuove vie, nuovi metodi (del resto méthodos in greco antico vuol dire proprio mettersi in cammino verso), applicando sul territorio i principi della "giustizia ripartiva", una modalità innovativa di affrontare i conflitti scaturiti da azioni illecite coinvolgendo maggiormente la vittima, il reo e la comunità civile. La proposta è quella di riparare al danno commesso, riconciliare le parti e rafforzare in questo modo il senso di sicurezza collettivo a partire da una diffusa strategia di ricostruzione e promozione del "senso di comunità".

Gli articoli 28 e 29 del D.P.R. n 448/1988 stabiliscono che "il giudice può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minorenne" attraverso una "prova" ; precisamente "affida il minorenne ai servizi minorili dell'amministrazione della giustizia per lo svolgimento delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno". Questa sospensione è temporanea e, se la prova dà esito positivo, il reato può essere dichiarato estinto.

In quest'ottica di attenzione ad un territorio "riconciliato", l'Ufficio Tutela del Comune di Rho gestito da SER.CO.P. (Azienda Servizi Comunali alla Persona) e la Cooperativa Intrecci hanno messo in campo una strategia innovativa: dare la possibilità ad adolescenti e giovani autori di reato di sperimentarsi in un percorso di riparazione. La palestra dove mettersi alla prova è stata individuata in Casa Itaca, un contesto non certo di facile gestione ma capace di mobilitare risorse sopite e forse mai sospettate.

Ma cosa si fa concretamente? Innanzitutto il lavoro di rete è centrale. A partire da una presa in carico del servizio tutela, con prescrizioni dirette e precise da parte dell'Autorità Giudiziaria definite con sentenza, il giovane candidato è segnalato al coordinatore del servizio. Dopo alcuni incontri di conoscenza reciproca si condivide un progetto comune ed un percorso ben preciso in relazione alle disponibilità e al mandato del Tribunale per i Minorenni. Puntualità al servizio, capacità di collaborare con gli operatori ed i volontari, disponibilità a mettersi in gioco sono i requisiti fondamentali per una positiva riuscita dell'esperienza. Le verifiche periodiche vengono fatte dal servizio tutela e dal Giudice responsabile dell'andamento del percorso; il ragazzo segue inoltre uno specifico percorso di sostegno presso il servizio affidatario.

I ragazzi inviati da SER.CO.P. per vivere quest'esperienza a Casa Itaca avevano tutti alle spalle fenomeni di bullismo attivo e passivo come origine dei reati commessi. Riempire le proprie giornate con uno scopo da perseguire, sentirsi responsabilizzati ed ascoltati ha sicuramente aiutato questi giovani a scoprire lati del sé insospettati.

L'esperienza di Giovanni
Giovanni ha alle spalle una storia difficile. Non è certo entusiasta di frequentare la scuola, preferendo a questa la compagnia dei pari. Il vuoto della giornata, gli insuccessi scolastici, non gli consentono di crescere responsabilmente.
Preso dal risentimento e trascinato in un mondo di devianza, comincia a mettere in atto episodi di bullismo a danno dei suoi simili. Odia talmente la scuola che un giorno arriva addirittura a danneggiarla, provocando diverse migliaia di euro di danni. Anche le risse sono all'ordine del giorno, pretesto per affermare la propria superiorità nei confronti di un mondo che lo considera inferiore. Un giorno fa seriamente male ad un'altra persona e la giustizia lo condanna. Si tenta però una via diversa: la richiesta fatta a Giovanni è quella di dimostrare quello che vale impiegando il suo tempo per accostarsi ad un mondo di difficoltà . Forse dal confronto con uomini e giovani che tentano di costruirsi/ricostruirsi una vita potrà nascere uno stimolo ad accostare la vita con minore risentimento, sapendo cogliere anche dalle difficoltà stimolo a migliorare e proseguire nel cammino.

Man mano che passavano i giorni Giovanni si è fatto conoscere per quello che è. Bisognoso di rassicurazione, di sostegno, ma capace di essere protagonista di sé (come dimostra il costante impegno a cercare un impiego, non certo facile di questi tempi).
Fra l'apparecchiare la tavola, una partita di calcetto, la visione di un film, il sistemare la cantina e progettare un nuovo modo per gestire il magazzino, Giovanni ha imparato a conoscersi meglio. Ma sentiamo la viva voce di Giovanni: "La mia presenza a Casa Itaca è dovuta al dover recuperare alcuni errori del passato, quindi oggi mi ritrovo a descrivere, dopo un anno e tre mesi, la fine di questo percorso. Ammetto di aver avuto alcune difficoltà nel primo periodo ad approcciarmi con gli utenti, o a condividere il pasto e le mansioni quotidiane, ma sinceramente sono rimasto stupito di scoprire come andando avanti le cose siano diventate spontanee. Oggi manca davvero poco per terminare il percorso e posso dire che le persone che lavorano qui mi siano state molto d'aiuto, per capire come fare ad affrontare problemi con chi non sempre vuole collaborare, per cercare di rimanere calmo e controllare il mio stato d'animo quando le cose degenerano e per sentire che il mio lavoro può davvero fare del bene. Vi ringrazio per i momenti passati insieme e sopratutto per le feste!
Vorrei aggiungere che quello che ho conosciuto di Casa Itaca mi era sconosciuto e mi consola sapere che esistono strutture come questa".
Giovanni in questi mesi ha riscritto il suo vocabolario. La parola problema non ha più il significato di ostacolo impossibile da valicare ma quello di opportunità , di occasione di un cambiamento per mobilitare tutto se stesso nel trovare la soluzione.

Il punto di vista degli operatori

Diverse sono già state le presenze a Casa Itaca di giovani a cui è stato concesso di riparare ad un reato in un modo "alternativo". I ragazzi inviati da SER.CO.P. per vivere quest'esperienza a Casa Itaca avevano tutti alle spalle fenomeni di bullismo attivo e passivo come origine dei reati commessi. Storie differenti che in larga parte attingono ad un vuoto esistenziale, ad una mancanza di riferimenti adulti ed al gruppo dei pari che spesso condiziona i comportamenti individuali.
Riempire le proprie giornate con uno scopo da perseguire, sentirsi responsabilizzati ed ascoltati ha sicuramente aiutato questi giovani a scoprire lati del sé insospettati. Ci siamo infatti accorti che questi giovani messi a contatto con una realtà difficile, con un compito da svolgere ed una responsabilità da assumere, sono stati in grado di rendersi protagonisti di grandi cambiamenti, in primo luogo a livello individuale. A partire spesso da un'emotività bloccata, dove l'empatia non è di casa, si sono spesso aperti spiragli di attenzione e disponibilità , sono nate domande sul perché dell'esclusione, forse in alcuni si è prefigurato uno scenario di vita da evitare. Ma non è con il metodo del timore che si generano i cambiamenti, bensì con l'esperienza diretta, con il coinvolgimento personale, con la testimonianza anche di operatori e volontari che fanno vedere quanto il prendersi cura degli altri sia in primo luogo un buon modo per conoscersi.
Non siamo infatti "gettati" nel mondo, bensì "dimoranti", collocati in un tempo ed un luogo, con un compito da svolgere che è in primo luogo quello di condividere con gli altri le proprie capacità , ma anche le debolezze.

Ci auguriamo che i giovani che hanno trovato in Casa Itaca un'occasione per riparare possano farsi protagonisti e costruttori di un futuro migliore.

Danilo Giansanti, coordinatore Casa Itaca e Francesca Musicco, coordinatrice Tutela Minori.

maria1Chi ha avuto modo di visitare il sito di Arcobaleno avrà  intravisto Maria B.; è difficile, soprattutto quando la si incontra, sfuggire al suo sguardo che parla, che esprime gioia oppure tristezza, noia o desiderio di scappare per viaggiare, visitare il mondo divertendosi e qualche bel viaggetto in questi anni se lo è concesso!! Maria, nonostante tutti i suoi limiti fisici (tetraplegica spastica) ha tanta voglia di fare nuove esperienze, di bersi una birra con gli amici, a volte di evadere dalla routine di tutti i giorni che la vede risiedere a Casa Simona assieme ad altre nove persone diversamente abili come lei (anche se con disabilità  molto diverse) e frequentare il CDD a Rho dove, fortunatamente, può esprimere il suo talento artistico.

Maria ama dipingere e lo fa con quella passione che le permette di superare tante di quelle difficoltà  che potrebbero scoraggiare noi; ma non lei, che ha una forza di volontà  invidiabile. Di recente ha ultimato di scrivere un libro sulla sua vita; da alcuni anni dipinge anche sulle magliette e fa dei calendari riproducendo i suoi quadri. Non si lascia mai sfuggire l’opportunità  di partecipare ai vari concorsi di pittura, uno di questi “Dipingirho”. E’ un’assidua frequentatrice dell’Università  della terza età , non perché sia anziana (anche se questo è un valido pretesto per scherzarla) ma perché molto interessata ai vari argomenti che si approfondiscono.

Con Maria, tutti noi di Arcobaleno, abbiamo instaurato un rapporto di amicizia più o meno intenso; lei capta i tuoi stati d’animo, lei si ricorda la data del tuo compleanno, sa stare allo scherzo e ama scherzare, adora la musica e, a modo suo, canta.

maria6Lo scorso anno, a due volontari di Arcobaleno che si sono sposati, ha dipinto tutte le partecipazioni, e non erano poche, realizzando qualcosa di veramente nuovo e originale. Maria comunica con lo sguardo e, quando non ci si capisce, si usa una lavagnetta con inciso l’alfabeto ma”¦”¦ quante risate e quante incavolature prima di raggiungere il risultato. Maria è stata una delle prime a partecipare alle iniziative di Arcobaleno circa 23 anni fa. Eravamo pochi allora, mentre ora il gruppo è numeroso e l’entusiasmo e il piacere di condividere insieme nuove esperienze è sempre lo stesso trasmesso oramai da tempo.

Sicuramente il programma di Arcobaleno, preparato dai volontari, cerca sempre di proporre iniziative divertenti in modo da far vivere ad ogni partecipante delle esperienze nuove e stimolanti. Sempre per Maria è balenata, a noi “vecchi” dell’associazione, l’idea di creare una comunità  alloggio per disabili (l’attuale Casa Simona) per darle una famiglia e una casa visto che non poteva più essere accudita dalla cara zia ormai anziana.

Tra alti e bassi Maria è sicuramente una persona che ama vivere, che sa accontentarsi, che è circondata da tanti amici e che vuole realizzare i suoi sogni.

Isabella Garavaglia, Responsabile del Centro Ricreativo Arcobaleno, Rho.

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