Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

le-quyenIl 16 aprile 2012 ci ha lasciato all'improvviso, vittima di un incidente stradale mentre si trovava a bordo del suo immancabile scooter, nella "sua" Roma, Le Quyen Ngo Dinh, responsabile dell'area rifugiati della Caritas di Roma.

Molti di noi, tra gli operatori impegnati con i rifugiati nell'alveo dei servizi di Caritas Ambrosiana, avevano avuto modo di conoscere questa donna dal fisico minuto, ma dal carattere arcigno, indomito come si conveniva ad un'appartenente alla famiglia sovrana del Viet Nam.
Da lì era fuggita, erano gli Anni Settanta, al cambio di regime, insieme a numerosi suoi familiari, raggiungendo le sponde italiane, dove aveva ricostruito la sua vita e la sua famiglia. Lascia un giovane marito friulano e un figlio adolescente.

Laureata in giurisprudenza, la rifugiata Le Quyen aveva deciso di dedicare molte delle sue energie alla causa dei rifugiati. Impegnata con la Caritas di Roma, era diventata responsabile del Coordinamento Nazionale Asilo della Caritas Italiana, guidato dall'inizio del decennio fino al 2007. In quest'ambito alcuni di noi hanno incrociato i propri percorsi con Le Quyen. Alcuni dall'inizio, nella fase pionieristica della costruzione di un coordinamento di Caritas Diocesane impegnate sul tema e nei servizi per l'asilo in tutta Italia. Erano gli anni in cui lei, che si definiva "amante delle praterie", cioè dei territori inesplorati, aveva saputo mettere più a frutto questa sua dote di "iniziatrice" di percorsi di raccordo tra soggetti e territori molto diversi tra loro, seppur accomunati dallo "stile Caritas", che si tentò di declinare nella gestione dei servizi per i rifugiati.

Molti di noi, a Milano come a Ragusa, a Crotone come a Pordenone, a Roma come a Genova, hanno appreso da Le Quyen importanti competenze organizzative. "La nascita del Consorzio Communitas", Onlus che raccoglie numerosi enti gestori di servizi per migranti e rifugiati espressione delle Caritas Diocesane, "si deve, per questo, anche a lei", ricorda il presidente uscente Rosario Battaglia, al termine del primo triennio di vita del Consorzio.
Fu Le Quyen ad inventare i coordinamenti nazionali itineranti: un appuntamento dei tre previsti ogni anno per la cinquantina di delegati delle Caritas Diocesane, oggi delle Regioni Ecclesiastiche, si svolge, dal 2004 (si cominciò con Ragusa, l'ultimo coordinamento con Le Quyen presente venne fatto tra Milano e Varese) in un luogo d'Italia diverso da Roma, e diventa l'occasione per la Caritas Diocesana ospitante di presentare ai colleghi italiani i servizi gestiti sul proprio territorio.
Il suo carattere fermo e spigoloso da una parte le consentì di "tenere" alcune posizioni importanti per Caritas Italiana sul tema dell'immigrazione e dell'asilo, come il rifiuto di gestire i CIE (allora denominati Cpta), luoghi-non luoghi di trattenimento coatto di migranti (e richiedenti asilo) colpevoli solamente del reato amministrativo di non avere un permesso di soggiorno valido.

Dall'altra parte non garantì un rapporto sempre lineare con i suoi più stretti collaboratori, anche nel coordinamento nazionale, il cui "gruppo ristretto" di operatori esperti era venuto a trovarsi con lei in disaccordo su diverse questioni organizzative sin da prima della fine del suo mandato. Il rispetto reciproco era comunque rimasto: a dimostrarlo, la sua presa di posizione netta e decisa a favore degli operatori varesini coinvolti nel 2008 in un'indagine, di cui si affrettò a dichiarare la certezza dell'estraneità agli addebiti, lei che li aveva conosciuti sul campo e "dietro le quinte" della loro vita quotidiana di persone impegnate a favore dei rifugiati.

Con questa immagine decisa, nel bene e nel male, ci piace ricordare Le Quyen, cittadina onoraria di questo paese che ha ancora molto bisogno di impegno nelle politiche di inclusione sociale di migranti e rifugiati. Quelle persone per cui la rifugiata vietnamita Ngo Dinh si era sempre tenacemente impegnata in una vita alla fine troppo breve. Che la porta oggi a scorazzare in altre, immense praterie.

Roberto Guaglianone

nadialeonardo"Io sono Nadia. Io Abito con mio marito. Ho un figlio che si chiama Luca e ha 3 anni. Mia mamma abita vicino a me e mio suocero". Questa una delle tue prime frasi scritte sul quaderno di lingua italiana che dal gennaio 2008 ti ha accompagnato ogni giorno, insieme ad altre donne rom e gagè che con te trascorrevano le mattine in via Bettinetti ed in via Madonna, nel laboratorio di sartorie e stireria. Aprile 2007, ti ho conosciuta che non avevi ancora compiuto 18 anni e avevi già un bel bambino che non voleva staccarsi dalla mamma per andare alla scuola materna. Anche se in maniera riservata e molto timida trasmettevi felicità per quella nuova casa, prefabbricata e provvisoria ma sicuramente più dignitosa della precedente. Si vedeva che speravi in qualcosa di diverso, forse migliore. Con la stessa discrezione hai affrontato la quotidianità del progetto "Romnì" insieme alle altre donne del campo, alle volontarie e alle operatrici e la tua presenza è sempre stata per noi una certezza. Che bella che eri nel giorno della consegna del diploma. Davanti a tante persone e giornalisti ti sei sentita "brava", parola che ti piaceva - la scrivevi spesso nei tuoi esercizi - ma che forse non ti sei mai cucita bene addosso. Lo sei stata con Luca e con Leonardo, con le compagne di corso e con noi tutti. Spesso "essere bravi" si confonde con il non provar fatica e fragilità ma non è così: tu ci ricordi che vulnerabili lo siamo tutti e che le nostre spalle da sole a volte non sono sufficienti a sopportare il peso che la vita spesso ci riserva. Ti ringrazio per il pezzo di strada condiviso con noi, perché credo ci renda ancora più consapevoli della vita e di quanto sia importante "cucire relazioni". [MT]

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