roma sharethejourneyOre 23. Scatta l'ora x. Siamo tutti qui, fa freschino, mi guardo intorno: facce conosciute e non, ma siamo un bel gruppo. Noi di Intrecci siamo in 17 tra ospiti, operatori e volontari. Chiara, una collega, un paio di giorni fa mi ha detto "farete il viaggio che fanno i ragazzi quando salgono da Roma e vengono portati qui". Vero, non ci avevo pensato, ma a noi almeno la destinazione è nota: andiamo a Roma, andiamo ad incontrare il Papa per il lancio della campagna "Share the Journey" (Condividi il viaggio). E quale modo migliore per farlo, se non condividendo davvero un viaggio?

Siamo tutti qui, operatori, volontari, ospiti, giovani ragazzi, uomini e donne, bambini, tutti sulla stessa barca (sullo stesso pullman). Mi guardo intorno e vedo solo umanità. Mi chiedo come sia possibile per qualcuno suddividere il mondo in bianchi e neri, noi e loro, italiano e straniero. Sono domande che ti poni sempre, sopratutto facendo questo lavoro; per noi i nostri ragazzi sono I NOSTRI RAGAZZI, sono volti, storie, persone, per alcuni altri sono solo numeri. Oggi saliamo sul pullman con persone che hanno invece aperto le loro comunità cristiane a questi ragazzi venuti da lontano. Persone che dedicano il loro tempo libero a loro e a noi, aiutandoci, sostenendoci, rendendo più bello e ricco questo viaggio che tutti insieme stiamo facendo ormai da più di un anno.

La prima tappa la facciamo quasi subito, a pochi km fuori da Milano. Mentre torniamo al pullman io e Dafne ci giriamo e assistiamo alla prima divertente scena di questa 24 ore: ci corre dietro un ragazzo mentre si sta ancora sistemando i vestiti: “Non ti preoccupare, non ti lasciamo qui” ci guarda e sorride, l’emozione di questo viaggio è di tutti. Si riparte: il viaggio è lungo, è notte e tutti provano a riposare un po’, c’è chi ci riesce e chi no. Ogni tanto mi sveglio e guardo fuori per individuare in quale parte d’Italia stiamo transitando, è ancora buio quando tra un sonnellino e l’altro ci fermiamo in autogrill, il navigatore dice che siamo a 30 km da Roma, ci siamo ormai. Dopo la breve sosta si risale tutti in pullman e senza nemmeno accorgercene siamo arrivati al parcheggio. Qualche rapida informazione per la giornata e partiamo per cercare un bar per la colazione. Uscendo dal parcheggio lo spettacolo che ci accoglie è una Piazza San Pietro illuminata e deserta: sono le 6:30, è ancora buio, ma ci sono già le prime persone in fila per assistere all’udienza del Papa. C’è l’umanità più varia: italiani, turisti, religiosi, coppie di sposi. E poi ci siamo noi che sembriamo una classe in gita, noi con l’occhio sempre vigile per non perdere nessuno, i volontari che un po’ ci seguono e un po’ si sentono anche loro responsabili dei nostri ospiti, e poi ci sono loro, i ragazzi, alcuni che con aria navigata ti dicono “sono già stato tre volte a Roma”, altri che hanno lo sguardo dello stupore, prendono il telefono e fotografano tutto, come a voler immortalare ogni momento di una giornata diversa e speciale.

Colazione al bar e ci riuniamo tutti ai controlli. Distribuiamo bandierine, magliette, adesivi, facciamo di tutto per essere gruppo e in pochi secondi ci trasformiamo in un fiume colorato di volti stanchi, ma sorridenti.
Prendiamo posto in Piazza, non lontani dalla transenna per avere la possibilità di vedere il Papa più da vicino. E’ ancora molto presto e il tempo passa tra una chiacchiera, l’esibizione di un gruppo folcloristico messicano prima e un gruppo musicale tradizionale svizzero poi. C’è tanta attenzione e ci sono tante tante risate.

D’un tratto parte una musica e le campane cominciano a suonare: arriva il Papa. Tutti si alzano in piedi sulle sedie, per una foto, un video o anche solo per vederlo passare. Alcuni ragazzi si fanno largo tra la folla per potersi avvicinare il più possibile. Il miracolo di questa giornata è anche questo, siamo tutti qui riuniti senza nessuna differenza, senza nessuna divisione, senza nessuna (o quasi) ansia lavorativa. Siamo tutti qui per vedere ed ascoltare. E così quando il Papa comincia a parlare, dopo la lettura del Vangelo, cala un silenzio quasi surreale. Mi guardo intorno, siamo tantissimi, la piazza è piena fino oltre all’obelisco, ma è come se ora il tempo si fosse fermato, come se ciascuno di noi si fosse predisposto all’ascolto in modo così naturale e normale.

Le parole del Papa mi colpiscono molto, colpiscono tutti noi, ogni tanto mi guardo intorno e vedo tutti rapiti. Siamo talmente presi che quando nomina il nostro gruppo ce ne accorgiamo tardi e non siamo proprio performanti, ma ci rifaremo la seconda volta: quando il Papa dirà “Share the Journey” si esplode in un applauso grande come a dire CI SIAMO, SIAMO QUI.
La catechesi del Papa parla di speranza, dei nemici della speranza, parte da un riferimento laico, quello del vaso di Pandora, per dirci che nell’ultima parte di una storia di disperazione c’è uno spiraglio di luce, un piccolo dono alla fine del male. Il detto recita “finché c’è vita c’è speranza”, ma Lui lo stravolge “finchè c’è speranza c’è vita”, la speranza è quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo, ci dice che Dio non si stupisce per la fede o per la carità, che ciò lo riempie di meraviglia e commozione.

roma sharethejourney2Poi ci tocca il cuore: la speranza è dei migranti, di chi crede che tutto andrà bene, nonostante tutto; la speranza è nel cuore di chi parte e di chi accoglie, CONDIVIDENDO IL VIAGGIO. Ci dice ancora che la speranza non è una virtù da gente con lo stomaco pieno, ci dice che sono i poveri quelli che hanno più speranza, racconta di come anche Gesù abbia avuto bisogno dei più poveri, degli umili per entrare nel mondo, di coloro che, pur essendo poveri di tutto, erano ricchi di voglia di cambiamento.
Un accenno anche ai più giovani, casualmente accanto a noi ci sono un gruppo di ragazzi argentini, che pur non capendo la lingua sembrano incantanti dalle parole del Santo Padre che ci dice che a volte avere tutto è una condanna, la condanna più brutta è quella di non desiderare più nulla, come se si chiudesse la porta dei desideri, dei sogni. Avere tutto rischia di lasciarci con l’anima vuota e questo è il peggior danno che possiamo fare alla speranza.
Così ci esorta nella preghiera: Signore Gesù, Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.
Conclude dicendo quello che forse ognuno di noi ha bisogno di sentirsi dire: nessuno ci ruberà la speranza.

Dedica poi dei minuti alla campagna di Caritas Internationalis e ci dice ancora una volta che la Chiesa è, e deve essere, aperta, inclusiva ed accogliente e che anche noi siamo un impegno quotidiano per ricordare che Cristo ci chiede di accogliere con le braccia ben aperte pronte ad un abbraccio sincero, che è l’abbraccio della Chiesa madre, che è l’abbraccio del colonnato di San Pietro che in quel momento ci contiene tutti. Mentre dice queste parole i miei occhi vanno a cercare due ragazzi ospiti di Federica, che sono musulmani e sono qui con noi a condividere un momento così significativo senza nessun timore, senza nessuna remora, senza nessun muro e nessuna barriera.

Ci alziamo e preghiamo tutti insieme con il Padre Nostro, prendiamo la benedizione e la custodiamo nel cuore per noi, per tutti i nostri ragazzi, per tutti i nostri colleghi e volontari, per le nostre famiglie e le persone a noi care. Questo è il primo dono che ci portiamo a casa.

Dopo qualche minuto è finita l’udienza, ci dividiamo in piccoli gruppi e decidiamo di dedicare l’ora restante, prima del pranzo, alla visita dei dintorni. Chi fa una passeggiata, chi prova ad entrare in San Pietro, chi si ferma a guardarsi intorno. Nella passeggiata fino a Castel Sant’Angelo, il gruppetto mio e di Dafne incontra anche il banchetto di raccolta firme per sostenere la proposta di legge “Ero straniero”; ci guardiamo e non abbiamo dubbi: è oggi il giorno perfetto per dare il nostro piccolo contributo. Ci fermiamo, firmiamo e ripartiamo.

Ritornati al pullman partiamo per la pausa pranzo che sarà alla mensa dei poveri di Caritas vicino alla Stazione Termini, un breve viaggio in pullman, in cui riusciamo anche ad ammirare l’altare della patria, il Colosseo, Via dei Fori imperiali e qualche altro bello scorcio della città e arriviamo.
Scendendo dal pullman Aurora chiede ad uno dei ragazzi “hai fame? Adesso mangiamo”. Lui la guarda e con una naturalezza meravigliosa le dice “no, ho già visto il Papa, va bene così”. Forse basta a far capire che sì, è stato un viaggio massacrante, ma ha dato felicità, e questo è il secondo dono che ci portiamo a casa.

Anche il pranzo ci fa incontrare volti e storie, i volontari che animano questa mensa sono dei piccoli eroi quotidiani che fanno un pezzo di strada con chi un compagno di viaggio non ce l’ha.
Finito di pranzare si riparte alla volta di Lampugnano, il viaggio di giorno sembra non finire mai, ma siamo talmente stanchi che quasi tutti crollano quasi subito. E’ il momento perfetto per raccontarsi come si sta e stanno tutti bene, sono tutti sconvolti, con le occhiaie e mal di tutto (il pullman ha mietuto diverse vittime), ma sono tutti FELICI.
Ci sono sorrisi veri sui visi e negli occhi, c’è gioia. Si canta, si ride, ci si diverte veramente.
Cala il buio e verso le 21:30 arriviamo, scendiamo dal pullman, ci salutiamo e partiamo ancora in auto verso le nostre case.

Nel breve tragitto che ci separa da casa non posso far altro che pensare che queste 24 ore sono state davvero un momento bello, pieno e a tratti quasi magico, un vero viaggio condiviso, nel vero senso del termine, DIVISO CON.

Abbiamo condiviso la stanchezza, gli spazi, i tempi, il cibo, le emozioni e il viaggio.

Ecco il terzo dono che ci portiamo a casa: la felicità è reale solo quand’è condivisa.

Federica Di Donato

rapideNon so se avete presenti le rapide. Quelle dei fiumi, nei canyon.
Io non le ho mai attraversate, le ho solo viste da lontano o ammirate da uno schermo, nei film americani. Ma c’è chi le affronta: per sport, per provare l’adrenalina della discesa, dell’accelerazione, il sapore del rischio.
Ecco, per provare almeno un po’ quello che stanno passando Dafne e Alberto, dobbiamo cercare di andare lì col pensiero, in quel punto preciso in cui il fondo del fiume comincia ad inclinarsi, l’acqua a correre, il rumore a sovrastarti. Se non sei preparato, se solo stai pensando che tutto sta filando liscio, sono veramente cavoli amari.  Cercate d’immaginare lo strattone, la percezione di non poterti fermare, l’acqua che imbarchi. Non riuscire più a vedere oltre gli spruzzi e la nebbia di goccioline che oscura tutto.
E la paura blu dei massi, che ti colpiscono ai fianchi, a tradimento.
Le storie recenti di Alberto e Dafne hanno in comune proprio lo stesso punto di stacco, di avvio della discesa a rotta di collo: la separazione dai propri compagni di vita. Un taglio netto, improvviso, che nel caso di Alberto è reso più doloroso da un conflitto duro con la ex moglie, da una guerra che neanche i Roses.
E’ da lì che cominciano le difficoltà: le spese da affrontare da soli, la vita da ricostruire, i figli di mezzo. Lì parte la corrida con la vita: non sei più una coppia, con due stipendi su cui contare. Sei da solo e la linea di galleggiamento si alza pericolosamente. Sei da solo e da solo non sei più “ceto medio”.
L’affitto, la spesa, per Alberto pure il mantenimento. Ti guardi intorno, e all’inizio una mano ti arriva dalla cerchia più vicina: Alberto torna per tre mesi dai genitori; Dafne, più in là con l’età, cerca una sistemazione autonoma con la propria figlia dodicenne. L’ex marito le affitta pure la casa, perché la figlia vuole tornare a vivere vicina ai compagni di scuola (“e cosa non si farebbe per i figli?”); ma proprio l’ex marito finirà per darle lo sfratto, per morosità.

Quel punto di stacco, sulla linea del tempo, è diverso per i due: undici anni fa per Dafne, due anni fa per lui.
Dafne, addetta in una mensa, non poteva e non può contare su uno stipendio sufficiente a mantenere lei e la figlia; Alberto, nel nuovo caotico assetto, cerca di conservare il suo posto di tecnico specializzato, collaudatore.
Ma, si sa, le rapide non hanno l’abitudine di mollare troppo presto; e i guai, come si dice, non arrivano mai da soli.
Che poi, per Dafne, non si potrebbe nemmeno parlare di guai, perché è davvero un peccato considerare così la nascita di una nipotina, due anni fa. E dunque non più due, ma tre, in casa e i costi di una nuova vita sbilanciano il gommone.
Per Alberto, invece, c’è la cassa integrazione a zero ore. Dopo dodici anni di fiero lavoro, in un’azienda che aveva allora 350 dipendenti, ritrovarsi a malapena in 120, la metà in cassa integrazione.
Per fortuna c’è una nuova compagna, che ti tiene appena a galla, in tutti i sensi.

E allora, che fare?
Un’amica di Dafne e un vicino di casa di Alberto consigliano loro di andare alla Caritas.
Andare alla Caritas. Mi pare di vederla Dafne che si rigira tra i denti questo boccone per settimane; ingoiare, sputare, non si riesce a decidere. Una strada che non si vorrebbe intraprendere, una porta a cui non si vorrebbe bussare. Vergogna? “Sì, - mi dice lei, senza tanti giri di parole – vergogna. Imbarazzo. La sensazione di aver fatto qualcosa di male. Ma io non ho fatto niente di male. Vero?”.
Poi, un giorno d’autunno, la decisione presa, senza più pensarci, come afferrare un ramo improvvisamente spuntato dal nulla, nella corrente. Si va al Centro d’ascolto, senza appuntamento.
Vada come deve andare. O la va, o è comunque già spaccata.
E al Centro Dafne viene accolta, senza grandi formalità, ascoltata. Piange.
Nel giro di un paio di settimane le fanno la proposta dell’Emporio, che neanche immaginava esistesse.
Alberto, invece, dice che non ha avuto vergogna. “Forse – mi dice senza ombra di autoironia – perché sono umile di mio. Sono uscito di casa a diciott’anni e ho sempre fatto scelte in autonomia. L’appartamento, le scelte professionali, la mia famiglia. Finché ho potuto ho fatto anche beneficienza e solidarietà, donando qualche euro a chi me lo chiedeva. Insomma, andare alla Caritas è stata una scelta come le altre nella mia vita, naturale. Prima donavo, poi ho avuto la necessità di chiedere aiuto.
Sì, beh, diciamo che un po’ di pudore c’è stato,  soprattutto perché al Centro d’ascolto ci sono un sacco di extracomunitari, e questo ti mette a diretto confronto con una realtà, diciamo… diversa dalla nostra”.

Per qualche mese Alberto ritira il suo pacco di aiuti alimentari e poi approda all’Emporio: “Dal ricevere il sacchetto, a fare la spesa, ho fatto un bel salto. All’inizio ero basito. Mi dicevo: ma chi diavolo l’ha pensata e creata, questa cosa qui. Ci deve essere sotto un gran lavoro…”.
Anche Dafne mi confida che i primi tempi era un po’ in imbarazzo, ma poi ha trovato persone che l’hanno accolta, sostenuta nelle scelte per gli acquisti: “Qui trovi sempre qualcuno che ti chiede “Ciao, come va, tutto bene?”. “I ragazzi – così chiama i volontari – sono affabili. E simpatici”.
Nella corrente del fiume, che ha rallentato solo un po’, l’Emporio diventa così un punto di riferimento; Dafne ci viene due volte la settimana, con la sua bicicletta, e non è che viva proprio lì a fianco. Alberto invece fa la spesa ogni quindici giorni: pasta, sughi, pannolini, tonno, detersivi, scatolame, latte, biscotti,  carta igienica.
Alberto va comunque al supermercato – quello vero - per il fresco, Dafne nemmeno per quello; ci corre solo per colmare qualche buco, se ha finito qualcosa e non se ne è accorta.

Entrambi tra qualche mese finiranno il loro percorso di un anno all’Emporio; dovranno restituire la tessera a punti.
Nella nostra chiacchierata accenno al tema con un po’ di timore, chiedo loro del futuro.
Alberto si fa una risata di gusto, trascinante; poi spalanca i suoi occhi azzurri e mi dice che si sente come bloccato, che non sa, che vede buio.

Il loro viaggio nelle rapide, parallelo e per molti versi simile, forse cesserà al prossimo punto di svolta, che intravvedono all’orizzonte. Nel 2018.
Gennaio: fine della cassa integrazione di Alberto; settembre, fine dell’asilo nido per la nipotina di Dafne.
Entrate su, o costi giù.
Semplice, no?
Sì, semplice. Come pagaiare su un fiume ritornato amico, come lasciarsi andare sul suo letto; come non doversi più svegliare la notte per i pensieri, come restituire la tessera all’Emporio e dire grazie, ora ce la faccio da solo.
C’è chi l’ha fatto, qualche settimana fa. E sono soddisfazioni.
Buon viaggio, Alberto. Buon viaggio, Dafne.

Oliviero Motta

Guardo e ripenso a lungo al filmato caricato sul nostro sito: il portamento elegante, l’esposizione lucida e appassionata dei valori di fondo, quella leggera arrotatura nella parlata. Ora don Gian Paolo non c’è più.

donGpinaugurazionesedeSolo lo scorso 9 di maggio era ancora con noi nell’assemblea di approvazione del bilancio sociale ed economico, dove, come di consueto, non aveva voluto rinunciare a dare il suo contributo per ricordare la centralità dell’opera verso gli ultimi. All’assemblea di dicembre, in un clima di festa e di brindisi, ci aveva un poco sorpreso quando ci aveva consegnato - ad uno ad uno - un’immaginetta con il Gran Paradiso, dicendoci che lui avrebbe fatto il pioniere, l’apripista. Nessuno capì, anche perché in pochissimi sapevamo della gravità della malattia.

Del resto lo spirito con cui affrontava le avventure era sempre lo stesso. Senza paura. Ma con speranza e tanta fiducia in Dio e negli uomini. Anche in quella lontana estate 2003 si era buttato con tanta passione nell’esperienza della cooperativa, che completava il novero delle altre organizzazioni che aveva stimolato a far nascere, confidando che la cooperativa avrebbe aggiunto quella professionalità e continuità necessarie alle opere più complesse del territorio.

In questi giorni abbiamo ricordato il lungo parto del nome, nel caldo afoso e tra le zanzare nella sede di Caritas di Casa Magnaghi: “Intrecci”. Il nome gli era subito piaciuto, perché ci aveva visto la tensione all’unità, la priorità del dialogo costante, la concretezza dello sporcarsi le mani nelle situazioni di bisogno. E tutto sotto il segno del tau francescano, che avrebbe difeso strenuamente anche di fronte alla rivisitazione del logo di cooperativa qualche anno più tardi.

Quanti momenti vissuti insieme e quanti ricordi. Progetti , interventi, tensioni. Ma anche iniziative culturali, convegni, serate, libri, personaggi illustri. La pedagogia dei fatti, su cui tanto si è scritto e riflettuto in questi anni in Caritas Ambrosiana, a lui sorgeva immediata e spontanea. Ma anche momenti di festa e gioia vissuti insieme, occasioni di confronto, di monitoraggio e di rilancio delle attività. Per poi trovarsi una volta al mese nell’atmosfera intima dell’Eremo in Casa Magnaghi, dove depositare tutte le tensioni nel silenzio e ripartire per le strade del mondo.

A luglio abbiamo perso un socio fondatore. Ma ancora di più un amico, un punto di riferimento, un maestro di vita.

Il dolore è per tutti noi immenso. Al diffondersi della notizia, alla tristezza si è unito lo smarrimento. Un profondo vuoto che non sarà facile colmare.
Di fronte al suo corpo esanime composto nella camera ardente, ho avvertito profondamente che il nostro don GP non ci ha lasciati soli. La sua presenza si è solo trasformata. La sua testimonianza di grande misericordia verso tutte le persone ed in particolare verso i più poveri e gli esclusi è il suo lascito anche per Intrecci. In questo tempo difficile, dove il mondo sembra allontanarsi sempre di più dal comandamento dell’Amore, la nostra cooperativa ha un pioniere, il suo fondatore, lassù in cielo, a sostenere la nostra azione di intrecciare pazientemente ed umilmente l’umanità con un mondo più giusto e più buono.

Tocca a noi ora continuare a fare la nostra parte, seguendo gli insegnamenti che con la sua vita ci ha mostrato.

Massimo Minelli

Carla ha compiuto 90 anni a maggio. Nata e cresciuta a Caronno Pertusella, vive da sola in questa casa e in questa corte da oltre 40 anni. Ha quindi vissuto i cambiamenti economici e sociali del contesto Italia con lo sguardo di una donna lavoratrice che abita una delle corti storiche del centro del paese. Il cambiamento lo ha avvertito guardandosi intorno, osservando negli anni le famiglie autoctone lasciare posto a quelle meridionali e poi a quelle straniere, prima provenienti dall’est europeo e poi dal mondo.  Questo cambiamento ha modificato le relazioni sociali tra gli abitanti che prima si conoscevano e si aiutavano reciprocamente e poi, gradualmente, sono divenuti  estranei e talvolta diffidenti l’un l’altro.

housing caronnoLa comparsa del Servizio Housing nel 2010 ha ulteriormente scombussolato l’equilibrio della corte: famiglie che risiedono per periodi temporanei, uomini e donne di diversa nazionalità… ci è voluto del tempo per conoscerci e superare il muro della diffidenza, accorciare le distanze: “Buongiorno/buonasera, come sta? Ha bisogno di qualcosa?” sull’uscio di casa. Poi: “Vieni a bere il caffè? Ti faccio vedere la mia casa, ecco le foto appese alle pareti sono i miei nipoti ..”, poi: “vieni alla festa di Natale? Così ci scambiamo gli auguri, viene anche il Don a salutarci”. E allora, presa la confidenza e poi la fiducia passando per il rispetto, il Servizio Housing gradualmente è diventato il ponte tra il dentro e il fuori, il tramite per abbassare le difese e lasciare spazio ai sorrisi, alle chiacchiere, alla domanda di aiuto, alla voglia di vivere una dimensione di prossimità e contaminazione.

È da qualche mese che avevamo in mente i 90 anni della Carla, che mai aveva festeggiato il suo compleanno.  Abbiamo deciso che doveva essere una festa a sorpresa, una festa in cui partecipare tutti, coinvolgendo gli altri abitanti della corte, le famiglie ospiti del progetto, il Don, i volontari dell’associazione Peri che portano avanti diverse attività sul territorio, e chiaramente i parenti della Carla, che incrociamo quando vengono a farle visita.

Quel giorno di maggio abbiamo quindi allestito la stanza addobbandola con palloncini e festoni, preparando torte fatte in casa, portando bibite e patatine, un piccolo regalo.

Quando sono arrivati tutti, siamo andati a prenderla a casa, lentamente abbiamo varcato l’ingresso e la festa ha avuto inizio!

“Grazie, grazie a tutti, mi ricorderò per sempre questo giorno speciale” ha ripetuto durante il pomeriggio.

L’informalità del momento, la gioia della festa hanno permesso alle persone presenti di sentirsi parte di una piccola comunità, di viversi non come abitanti/utenti/parenti/volontari ma persone, persone appartenenti a etnie, generazioni, storie diverse, dove la diversità non è più un ostacolo, un muro, ma ricchezza.

Crediamo che l’integrazione non si realizzi dall’oggi al domani, ma sia un lavoro quotidiano dove l’attenzione per la persona è il filo rosso che permette di costruire  esperienze comunitarie  in cui nessuno si sente solo e dove c’è lo spazio per sperimentare percorsi di cittadinanza attiva, responsabile e solidale.

Barbara Casasola e Caterina Balpasso

stellapolare lab 380px“Ho iniziato a frequentare il laboratorio teatrale dieci anni fa, quando mi hanno proposto di entrarne a far parte. A quel tempo ero molto più giovane di oggi e mi ritenevo ancora capace di fare qualcosa di importante. E’ stata una bellissima esperienza, la nostra esperta era una donna forte e coraggiosa che riusciva a motivare e far uscire da ognuno di noi quel sentimento e quella passione nascosti. Un vero esempio di amore verso la vita.

Mi sono poi dovuta fermare qualche tempo, perché la vita mi stava riservando un periodo molto difficile e buio. Appena mi sono sentita in forza ho ripreso la frequenza il Centro e quindi anche l’attività del teatro, ed è stato per me una “salvezza”.

Il gruppo del teatro mi ha accolta con gioia e calore, mi ha aiutata a “rimettermi in gioco”, a cercare di superare i profondi dolori che avevo dentro; ho sempre sentito incoraggiamento e sostegno da parte di tutti.

Le difficoltà non sono mancate, ho una memoria un po’ compromessa da una malattia riscontrata in adolescenza, ma ho accolto dei suggerimenti, delle strategie per riuscire a ricordare le battute, così mi sono sentita più forte.

Questo impegno che per me è una vera passione mi aiuta a dimenticare delle sofferenze importanti, nel tempo dell’attività è come se mi staccassi dalla mia vita per entrare in quella del personaggio che sto rappresentando. La presenza delle altre persone anziane e dell’educatrice, fa sì che ci sentiamo un gruppo in cui esiste un vero legame di affetto e rispetto. 

Ricordo di una rappresentazione teatrale in Auditorium di molti anni fa in cui io vestivo i panni di una bambina, in quell’occasione tra il pubblico c’era una scolaresca, io mi sono sentita una vera attrice ed al termine dello spettacolo i bambini mi hanno posto delle domande alle quali sono riuscita a rispondere con capacità e determinazione. Mi sono sentita importante, capace di fare qualcosa di bello.

Anche quest’anno faremo uno spettacolo in Auditorium in occasione della feste per l’Anniversario del Centro; io farò parte, come voce narrante, dell’animazione teatrale e poi dello spettacolo proposto dal Centro sociale, in cui tornerò a vestire i panni di una bambina.

Nel mio armadio conservo ordinatamente tutti i miei abiti da scena e quest’anno, che emozione, tornerò ad indossare gli stessi abiti del mio primo spettacolo, dovrò fare qualche aggiustamento, ma saranno proprio gli stessi, allora rivivrò tutto quello che c’è stato, tutte le persone che magari ora non ci sono più ma che mi hanno accompagnata nel percorso della mia vita, e mi sentirò ancora capace di fare e di dare, e darò testimonianza che l’anziano non è colui che “non riesce più…”

Wanda

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