Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

Funerale Souleman MagentaOgnuno di noi, come operatore dell’accoglienza, è consapevole fin dal primo giorno di lavoro del fatto che avrà spesso a che fare con la sofferenza e la frustrazione di migranti e richiedenti asilo. Nessuno, però, immagina o è preparato a un evento così drammatico come la morte di una persona a cui è dedicata la nostra attività quotidiana.

Come ci ricorda la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, non c’è mai una sola storia. La storia è fatta di tante storie. E, parafrasando questa idea, anche noi, come persone, non abbiamo una sola identità, ma un’identità complessa e fatta di tante storie.

Aboubakari non è stato solo un migrante di vent’anni che ha vissuto alla Vincenziana come richiedente asilo.

È stato una figura positiva nella nostra piccola comunità, rispettoso e dotato di un’intelligenza interculturale che lo rendeva un capace mediatore tra noi operatori e gli altri abitanti del centro, non solo quelli francofoni, non solo quelli musulmani, non solo quelli africani.

È stato il portavoce delle istanze dei migranti di fede musulmana in un periodo in cui questo ruolo non è stato semplice da ricoprire.

Aboubakari è stato per tanti una guida religiosa autorevole, un compagno di studi collaborativo, un amico disponibile e diplomatico sui campi da calcio e uno studente impegnato e divertente. Aboubakari è stato il nostro imam.

Per tanti, Aboubakari è stato un timido ragazzo beninese - del Benin - come precisava sempre lui - non di Benin City! Riservato, silenzioso, osservatore ma altrettanto determinato e dotato di senso dell’umorismo.

È stata una persona capace di essere autorevole senza mai alzare la voce. Ed è così che ne conserveremo il ricordo.

Per l’equipe Cas Magenta, Lara Ramazzotti

wassoiu diallo 400pxRaccontare un incontro non è semplice. Non si può rendere a parole l’emozione vera che nasce dentro chi assiste alla scena di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo.

Wassiou ha 30 anni, viene dal Togo ed è ospite presso la Parrocchia di Sant’Edoardo a Busto Arsizio da meno di un anno. Ragazzo pieno di voglia di fare e disponibile, appena gli è stato proposto di partecipare a “Fa la cosa Giusta” - allo stand Caritas “My Mirror” - accetta con entusiasmo. Quello che non sa è che quella giornata gli sta per regalare un incontro inaspettato. 
Arrivati allo stand, Wassiou camminava dietro di me, ad un certo punto ho sentito che gridava, ma erano grida di gioia e non ne capivo la ragione; mi giro e lo vedo abbracciato ad un ragazzo, un ragazzo che non avevo mai visto. Sorrisi, lacrime, una conversazione in francese fitta fitta di quelle che ti danno la sensazione di essere urgenti, come se le parole fossero rimaste ferme dentro per troppo tempo e avessero la necessità di uscire. Un fiume in piena che non si può arginare. 

Mi avvicino e chiedo a Wassiou cosa stia succedendo. “Lui è Diallo, noi abbiamo fatto il viaggio insieme, sulla barca, dalla Libia, non l’ho più visto e sentito dopo lo sbarco, più di un anno!” Lo dice così, senza pause e nella sua voce c’è la gioia, lo stupore e la voglia di raccontare. 

Wassiou e Diallo hanno passato 10 giorni insieme in un piccolo casotto in Libia in attesa di essere imbarcati, me lo racconta solo qualche giorno dopo: hanno dormito insieme, mangiato insieme e hanno condiviso l’esperienza più dura e straziante della loro vita. Sono stati in mare, insieme, in attesa di essere salvati e quando sono arrivati in Italia non hanno avuto modo di tenersi in contatto, Sono stati mandati in luoghi diversi e si sono persi. Fino al giorno in cui forse anche il destino ha voluto che fossero nello stesso posto e nello stesso momento. Due amici che hanno condiviso tanto, tutto; ai quali non era rimasta nemmeno la gioia di potersi vedere e sentire. 

Oggi Wassiou e Diallo si sentono e si vedono (Diallo ora vive a Cinisello Balsamo) e coltivano quella loro amicizia qui, in Italia, la terra che li ha prima uniti, poi divisi e infine li ha fatti ritrovare. 

Non c’è niente di più bello dello sguardo di un ragazzo felice, tranne lo sguardo di due ragazzi felici. E ritrovati.

Federica Di Donato

Tutte le storie sono come cerchi: ci sono cerchi che si aprono e cerchi che si chiudono. Questa è la storia di un cerchio che si è aperto e che ora si sta chiudendo.

dialla oggiona 380Tutto ha inizio due anni fa, nell’aprile del 2016, quando cominciano i progetti di accoglienza diffusa nelle Parrocchie che hanno deciso di mettere a disposizione alcuni appartamenti per progetti di accoglienza per richiedenti asilo. Il luogo della nostra storia è la Parrocchia di Oggiona con Santo Stefano; i protagonisti sono tanti, il primo è Diallo.

Diallo ha 26 anni e viene dalla Guinea Conakry. Ricordo il momento in cui l’ho incontrato per la prima volta e ricordo di aver pensato che fosse molto giovane e per questo mi è sembrato anche timido e impaurito. Si apprestava a vivere un grande cambiamento, gli stavamo chiedendo di diventare grande, di mettersi in gioco in un percorso di autonomia che lo vedeva protagonista in prima persona.
Ai ragazzi ospiti delle Parrocchie chiediamo sempre un’apertura: gli chiediamo di aprirsi alla comunità che li ospita, alle persone che mettono il loro tempo a disposizione dei progetti (i nostri preziosi volontari) gli chiediamo di conoscere e farsi conoscere e non per tutti è semplice.
Per Diallo è stato tutto molto naturale e la mia iniziale impressione è stata disintegrata da un ragazzo intraprendente, aperto e con una grande capacità di adattamento.
Diallo ha fatto la sua parte e la comunità ha davvero accolto questo ragazzo sostenendolo e aiutandolo fino ad arrivare alla conclusione di questa bella storia.

Diallo, da sempre, ha affrontato il suo percorso di accoglienza con costanza e serietà, è un ragazzo che lungo tutto il percorso si è interrogato su cosa fosse giusto per lui; si è sempre impegnato tantissimo nello studio della lingua italiana e nel Giugno del 2017 ha concluso brillantemente il suo percorso scolastico conseguendo la terza media con una pagella da fare invidia a molti: media del 7.
Concluso il suo percorso, ovviamente tutti noi ci siamo chiesti quale fosse la strada giusta da prendere, avevamo tra le mani merce rara: un ragazzo intelligente, sveglio, con tanta voglia di imparare e con una professionalità, quella sartoriale, molto forte e molto concreta.

Ed eccoli gli altri protagonisti di questa storia: i volontari. Tutti, nessuno escluso, con una menzione speciale per la sensibilità e il supporto e il confronto (non solo nei confronti dei ragazzi, ma anche con noi operatori dell’accoglienza) a Don Claudio e Suor Maria Grazia.
Spesso penso che non ci sia nulla di più semplice di ciò che è avvenuto in questa comunità: le persone si sono incontrate, conosciute, capite e quindi fidate l’uno dell’altro. In realtà se ci penso bene mi rendo conto che non è semplice per niente: è complicato, difficile. E richiede impegno.
A questo punto della nostra storia loro sono stati fondamentali, ciascuno di loro si è letteralmente mobilitato per mettere a frutto quello che fino a quel momento avevamo fatto insieme.

Qui arriva l’ultimo protagonista di questa storia: Roberto. Roberto ha una pelletteria e sta cercando un ragazzo da inserire nel suo organico in azienda e a questo punto si potrebbe pensare che allora è fatta, c’è l’incontro tra domanda e offerta. Fosse sempre così semplice saremmo in un mondo ideale, ma chiunque lavori con i richiedenti asilo e i rifugiati sa che non viviamo in un mondo ideale, anzi! Ancora oggi tante volte la condizione di fragilità di questi ragazzi è un ostacolo all’ingresso nel mondo del lavoro.
Anche in questo caso però non abbiamo incontrato sulla nostra strada una persona ordinaria, ma una persona che ha voluto conoscere e mettere alla prova Diallo al di là di tutti i pregiudizi.
E dopo la prova ha capito chi aveva davanti: sicuramente un ragazzo che aveva tanto da dare e anche tanto da imparare, ma un ragazzo serio e volenteroso, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. E così dall’iniziale proposta di un contratto per tre mesi, dopo una settimana di lavoro, a Diallo è stato offerto un contratto a tempo indeterminato.

Siamo quindi quasi all’epilogo, ma ancora una volta abbiamo trovato un ostacolo sulla nostra strada.
Ormai Diallo era pronto per spiccare il volo, per affrontare il mondo vero, contando su se stesso e sulle sue risorse, insomma l’accoglienza ormai gli stava stretta e così ci siamo messi alla ricerca di un piccolo appartamento nella zona di Oggiona. E non è stato semplice, qualcuno ancora non vede di buon occhio un ragazzo che, per quanto educato e gentile, rimane comunque uno straniero. Ma come ormai avrete capito questa storia di ordinario non ha proprio nulla e quindi anche l’ultimo protagonista non poteva fare eccezione. Luciano è uno dei volontari della Parrocchia e ha un appartamento da affittare e così decide di affittarlo proprio a Diallo.

Il 31 Marzo il progetto di Oggiona ha chiuso (da Giugno la comunità ospiterà un nuovo progetto di corridoi umanitari con una famiglia) e tutti noi abbiamo visto Diallo lasciare l’appartamento che per due anni è stato casa sua, per iniziare la sua nuova vita.

Ognuno di noi sa bene che il fine ultimo dei progetti di accoglienza è mandare nel mondo persone con risorse proprie e pronte a mettersi in gioco; quando questo accade ci sono inevitabilmente due naturali reazioni.
Da una parte una immensa felicità per aver raggiunto l’obbiettivo, dall’altra però umanamente si lascia andare una persona che per tanto tempo è stata una presenza quotidiana e questo crea un po’ di tristezza.

Ma sappiamo di avere fatto il nostro lavoro nel modo migliore possibile e quindi…BUON VIAGGIO DIALLO!

Federica Di Donato

salutementale pA volte è difficile capire una persona, anche se la conosci bene. Se poi è un ragazzo dal trascorso turbolento che a 23 anni si trova completamente solo a dover ripartire da zero, è ancora più difficile.

Se infine quel ragazzo si trova in una comunità psichiatrica, allora sembra veramente impossibile.

E' così che noi operatori ci siamo impegnati ad immaginare la sua vita, la sua storia, quello che non sapevamo di lui ma c'è e c'è sempre stato. Quello che segue sono le cose che abbiamo sentito e che sono venute ad abitare in un vero progetto di Vita. Vita con la V maiuscola.

Capelli rasati, jeans stracciati ed un cappellino portato al contrario, forse indossato per contenere quei pensieri e quella rabbia che nessuno può spiegare. Mirko si presenta così al mondo, un mondo che nessuno gli ha mai insegnato a Vivere. Adottato da una famiglia benestante e abbandonato proprio nel momento più complicato dell'esistenza: l'adolescenza, gli amici sbagliati, le droghe, i soldi facili e quelle maledette esplosioni aggressive dettate, forse, dalla mancanza vera di Amore.

Mirko in Comunità è il bullo, il leader, lo spaccone. Mirko fuori è un ragazzo indifeso che cerca approvazione scusandosi milioni di volte per aver sbagliato un rigore in una partita di calcetto.

Un mondo da conquistare con la sua giovinezza, come Cristoforo Colombo ma senza Caravelle. Da naufrago.

Passano i mesi in comunità. Musi lunghi, pugni tirati. Provocatorio e temerario fuori, ma vuoto e fragile dentro.

Ecco che piano piano funziona, gli stiamo vicino, scatta la simpatia che gli permetterà di alzarsi. Perché fa bene l'amore di chi ti sta accanto, anche se sono 'solo' operatori; va bene che qualcuno ci creda a te e ti faccia credere in qualcosa che forse faticavi anche solo ad immaginare di te.

Eccoci in una scrivania, fogli stracciati, calcolatrice scarica e voglia di risolvere un problema di formule statistiche che ci cruccia.

Eccolo: Mirko sta frequentando un corso di magazziniere e marketing. Ci crede, studia, non pensa a disfarsi - bevendo o fumando - per rimpiazzare la malinconia, la sfiducia e l'abbandono. Ce l'ha fatta. Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo costruito con lui un progetto in cui si è sperimentato, frequentando un corso regionale di studi che lo ha portato a conquistare un piccolo diploma di Vita. Forse un primo filo di luce dentro quella stanza vuota. Un traguardo. E' stato come un cioccolatino quando avevi fame. Una dolcezza che t'investe e di quella luce, poi non potrai farne a meno. Vuoi farcela, vuoi avanzare, proseguire e impadronirti del tuo futuro.

Mirko oggi, dopo quel corso, ha degli obiettivi: pensa a trovare un lavoro al più presto, a trovarsi un appartamento. Fantasie rubate al mondo, impossibili da definire ma bellissime da sognare per un giovane ragazzo.

Ci sono giorni in cui la fretta è tanta e la persone a volte si distraggono, piccole fughe dalla comunità in cui - dopo pochissimo - ha deciso di tornare. Sarà necessario frenare un pochino ora, fortificando la sua autostima, ma aiutandolo ad affrontare con i tempi necessari nuove mete. Nuovi traguardi. Nuove Vittorie.

Mirko, tifiamo per te e con te ci sbatteremo nelle difficoltà per raggiungere ciò che meriti e nessuno ti ha mai permesso di rincorrere.

Immaginiamo un'altra pagina per te. Siamo qui e questo è un dato concreto, indiscutibile, come concime per una pianticella che intanto continua a crescere e diventa sempre più' verde. E per dirla con le parole di una canzone "perché sarà migliore e tu sarai migliore come un bel film che lascia tutti senza parole".

Simona Malanchin

adama 340Il percorso per arrivare a questa decisione è iniziato lo scorso dicembre attraverso il coinvolgimento della Parrocchia prepositurale. All'interno della chiesa S.S. Pietro e Paolo era stata posta un'urna dove chiunque, fino alla fine di dicembre, poteva inserire il proprio suggerimento. Ne è derivata una rosa di 16 nomi, tra i quali, lo scorso 7 marzo, la Commissione Carità, Missione e Migranti ha individuato quello definitivo.Il percorso per arrivare a questa decisione è iniziato lo scorso dicembre attraverso il coinvolgimento della Parrocchia prepositurale. All'interno della chiesa S.S. Pietro e Paolo era stata posta un'urna dove chiunque, fino alla fine di dicembre, poteva inserire il proprio suggerimento. Ne è derivata una rosa di 16 nomi, tra i quali, lo scorso 7 marzo, la Commissione Carità, Missione e Migranti ha individuato quello definitivo.Il nome è stato scelto in memoria di Adama Kanouté, un ragazzo di 31 anni proveniente dal Mali che ha deciso di togliersi la vita nel maggio 2017 nei pressi della Stazione Centrale di Milano.

La storia di Adama è analoga a quella di molti migranti, costretti a lasciare i propri paesi e i propri affetti per intraprendere viaggi drammatici in cerca di un futuro migliore in Europa. Il suo gesto, frutto della disperazione per l’impossibilità di soddisfare ormai da tempo i bisogni della sua famiglia, è un monito che impone una riflessione sulle parole di Papa Francesco  in occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato: "accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati". Il nome è stato scelto proprio per questo. Sollecitare una riflessione sulle parole del Papa che,  declinate nella quotidianità delle nostre comunità, si trasformano in pratiche di buona accoglienza. Nella speranza che, costruendo giorno dopo giorno una società inclusiva e solidale, non si ripetano più vicende drammatiche e dolorose come quella di Adama.

Andrea Papoff

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