Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

foto Da Onesimo a San Pietro“Tutte le cose arrivano gradualmente”. È la frase che Rita Gaeta, responsabile dell’area trattamentale della casa circondariale di Busto Arsizio, ripete come un mantra ai detenuti che ogni giorno si rivolgono al suo ufficio per chiedere, sollecitare, a volte supplicare. Era già accaduto in occasione di Expo, quando un gruppo di detenuti ha avuto la possibilità di uscire ogni giorno e recarsi al lavoro per tutta la durata dell’esposizione, così è stato anche questa volta. Con un eccellente lavoro di squadra gli operatori, la direzione ed i volontari dell’istituto sono riusciti ad organizzare la trasferta a Roma per un folto gruppo di persone che ha visto la presenza di undici detenuti, due dei quali in affidamento al servizio sociale. La regia (e non solo spirituale) di Don Silvano non ha trascurato alcun dettaglio: dallo striscione con il saluto a Papa Francesco fino alla campanella che ha voluto consegnare ad ognuno dei componenti del gruppo al momento del saluto, con un avvertimento: <>. Tutto come previsto, dunque? Non proprio.
Il cappellano del carcere di Busto ha lavorato sodo, ma questa non è una novità, per rispondere alle richieste che provenivano da Roma per organizzare la presenza di detenuti in occasione della giornata dedicata ai carcerati e alle loro famiglie per il Giubileo della Misericordia. Permessi, autorizzazioni, prenotazioni da organizzare, ma tutto è stato impeccabile. Alla partenza si sono ritrovati gli undici detenuti, due educatrici, un operatore della polizia penitenzia, due volontari, l’immancabile madre Augusta e don Silvano Brambilla che poi sono stati raggiunti a Roma dal direttore dell’istituto Orazio Sorrentini.
Sabato 5 novembre siamo arrivati a Roma, direttamente in San Pietro per le prove generali. Per qualcuno dei ragazzi detenuti, si è trattato della prima uscita dal carcere dopo anni; alcuni si sono ritrovati spaesati ed impauriti, ma l’atmosfera era talmente coinvolgente e serena da tranquillizzare gli animi.
L’accoglienza delle suore del “Casaletto” è stata impeccabile e calorosa, in un ambiente che emana pace situato in mezzo al verde alle porte di Roma.
Domenica 6 novembre era il giorno del giubileo dei carcerati. E Issam è un detenuto della casa di pena di Busto Arsizio. Otto di noi sono stati scelti per svolgere il servizio liturgico, insieme ad altri provenienti dalle carceri di Brescia e dell’Ucciardone di Palermo. Abbiamo assistito Francesco nella fase di vestizione poi siamo entrati in processione e abbiamo preso posto ai piedi dell’altare.
“Quando dal Vaticano mi hanno chiesto di individuare i detenuti per questo compito – racconta don Silvano, il cappellano di Busto Arsizio – ho segnalato che c’era un ragazzo musulmano che aveva dato la sua disponibilità e mi hanno risposto che gli avrebbero affidato un gesto importante”. Alla fine, è stato incaricato di lavare le mani di Bergoglio in sacrestia ed è stato l’unico a restare da solo con lui prima della messa durante la vestizione.
L’unica cosa che Issam ha chiesto, è stata di portare con sé nel viaggio dal carcere il proprio tappeto per la preghiera. Lo ha usato prima di raggiungere San Pietro. E di nuovo nel pomeriggio: “Io resto musulmano – rivendica – ma credo nel dialogo e nel rispetto”. Quando lo ha detto al Papa, lui lo ha abbracciato e baciato. “Gli ho chiesto di pregare per me, per la mia famiglia, per noi carcerati. Francesco mi ha detto di fare altrettanto”
“Perché ho voluto farlo? Per far capire che noi musulmani siamo diversi da quello che qualcuno vuole far credere: noi siamo per la pace”.
Ecco, questo non se l’aspettava proprio nessuno, perché non è nella norma. Ma non è tutto: c’era anche George, rumeno e ortodosso, prossimo alla Cresima, che ha fatto parte della squadra dei chierici ministranti di Busto Arsizio; Federico, argentino come Bergoglio, che ha letto in spagnolo, e Kelly – nigeriano – che ha letto in inglese. E poi gli altri, a reggere il Vangelo di fronte a Francesco, a porgergli l’acqua per lavare le mani, ad asciugarle ma, soprattutto, a guardarlo dritto negli occhi cercando di reggere all’emozione.
Qualche giorno prima della partenza per Roma ci eravamo trovati a tavola a Casa Onesimo, la struttura di accoglienza di Busto Arsizio gestita dalla Cooperativa Intrecci. Un pranzo condiviso con i volontari ed i responsabili della casa, che oltre ad ospitare richiedenti asilo è il punto di riferimento –unico sul territorio- per le persone detenute che fruiscono di permessi premio e misure alternative alla detenzione. In quell’occasione Don Silvano Brambilla ci aveva vagamente accennato alla possibilità che fossimo arrivati molto vicino a Papa Francesco, senza entrare nei dettagli per non metterci in agitazione.
Quando siamo entrati nella sacrestia, Francesco ci ha abbracciati uno ad uno e ha parlato con tutti noi, è stato un momento dirompente e tutti stiamo ancora facendo i conti con la forte carica di emozione che ci ha donato, anche perché quando siamo partiti da Busto non sapevamo di essere scelti per questo compito tra gli oltre mille presenti.
Al ritorno portiamo con noi le parole del Santo Padre, «La speranza non può essere tolta a nessuno» e, soprattutto, «perché loro e non io?»
Il Pontefice non ha infatti mancato di proporre sviluppi di portata molto concreta quando all’Angelus ha espressamente sottoposto «alla considerazione delle competenti Autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento».
Lui ci butta in faccia una constatazione che spesso si vorrebbe dimenticare, proprio quando ci si lascia sopraffare dai sentimenti a buon mercato, che rimangono tali. Ci parla di un’«ipocrisia», che fa sì «che non si pensa alla possibilità di cambiare vita» e ci ricorda come ci sia «poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società».
Quel richiamo interpella anche tutti noi, e se c’era bisogno di ricordarcelo, lo ha fatto il Papa stesso, ammonendo a che «nessuno dunque punti il dito contro qualcuno», così che tutti ci si renda invece «strumenti di misericordia, con atteggiamenti di condivisione e di rispetto», spinti sino alla «tenerezza», senza dimenticare che «anche Gesù e gli apostoli hanno fatto esperienza della prigione>>.
Quante volte, ci domandiamo davvero «perché loro e non io», e, più che a cercare giustificazioni o, comunque, risposte di tipo sociologico o psicologico, ci si impegna a trarne spunti per tradurre in pratica il 'non giudicare' evangelico? E quante volte, se siamo chiamati a dare un contributo di sostegno, nelle forme più varie, affinché vadano avanti gli sforzi di riabilitazione e di reinserimento di qualcuno, ci giriamo dall’altra parte?
Ecco: ripartiamo da qui, dalla Misericordia. Da un pasto condiviso che rappresenta carità, vicinanza e conoscenza reciproca.

Claudio Bottan

leccoUna bella storia, che ci racconta che farcela da soli – anche dopo tanti anni, e con un disagio psichico con cui convivere – è possibile.

È la storia di Luca, Adriano e Mattia (i nomi sono di fantasia), tre uomini che oggi hanno tra i 40 e i 55 anni. La loro storia insieme inizia dieci anni fa, quando tutti e tre vivevano in una comunità psichiatrica ma per loro era giunto il momento di provare a fare un piccolo passo in più.

Gli operatori della cooperativa L'Arcobaleno, che gestisce le comunità in cui vivevano, propongono loro di andare a vivere in un appartamento con una formula di residenzialità leggera: cioè quella che potremmo definire un'autonomia accompagnata, dove persone con disabilità psichica possono abitare in autonomia, conducendo la loro vita con il solo supporto di educatori e operatori che garantiscono la presenza e l'aiuto solo in alcuni momenti della giornata.

Così i tre uomini entrano nel loro appartamento al 1° piano di un condominio in via della Pergola, a Lecco: un condominio normale, come tanti in città, dove vivono diverse famiglie, italiane e straniere.

All'inizio gli operatori li hanno supportati molto, e per molte cose, passando da loro anche un paio di volte al giorno. Ma dopo 8 anni di strada ne hanno fatta: «Ormai erano praticamente autonomi in tutto, per quanto riguarda la vita quotidiana, avevano una buona vita sociale, erano integrati nella parrocchia e nelle associazioni di quartiere – spiega Fabio Crimella, l'educatore dell'Arcobaleno che li ha accompagnati in tutto questo tempo. – Oggi passo solo io, dedicando a ciascuno di loro un'ora a settimana».

Quattro e mezza, spesa fatta.
È un po' il loro motto, ed è il simbolo di quello che hanno conquistato per loro stessi. Inizialmente i tre venivano aiutati persino a compilare la lista della spesa: «si vedeva insieme cosa mancava in casa, cosa era necessario comprare, creavamo insieme il menù, li accompagnavamo al supermercato al supermercato – racconta Fabio. – Oggi hanno bisogno di una persona solo che li riporti a casa dal supermercato, con le borse della spesa, ma solo perché non sono automuniti. Anche se stiamo lavorando persino su questo. Quattro e mezza, spesa fatta è la parola d'ordine per indicarci a che ora dobbiamo andare prenderli fuori dal negozio».

Abitare insieme non è mai semplice, a maggior ragione in situazioni delicate come quelle che vivono Mattia, Luca e Adriano. Uno dei maggiori lavori è stato quello di creare “il gruppo”, e far sì che i legami fossero non quelli tra coinquilini, ma simili a una famiglia. Il principio del mutuo aiuto, darsi una mano l'un l'altro, in questo, è fondamentale. E si è rivelato molto importante quando, qualche mese fa, Adriano ha avuto una piccola ischemia: un evento che li ha interrogati molto su come aiutarsi, come gestire un'emergenza o un imprevisto in casa senza ricorrere alla cooperativa: fosse pure per un tubo del bagno che si rompe.

Ma anche questo li ha preparati al secondo salto. Questa volta al quarto piano.

Dal primo al quarto piano.

Quattro anni fa gli educatori con i tre uomini hanno riflettuto sulla possibilità di conquistare un altro pezzo di cielo. Che ha portato il nome di housing psichiatrico.
I tre si sono trasferiti in un altro appartamento dello stesso stabile, più bello, al quarto piano. La coop L'Arcobaleno l'ha preso in affitto per loro, ma da questo momento sono stati i tre a preoccuparsi di pagare la loro quota mensile e le bollette. Un ulteriore salto: un aumento delle responsabilità e delle capacità di gestirsi la casa, le scadenze, i budget: come in tutte le famiglie.

E dalla primavera di quest'anno, invece, ce la fanno completamente da soli. La cooperativa li ha lasciati camminare da soli: l'affitto e le utenze sono intestate a loro, L'Arcobaleno non c'entra più.
Hanno preso la residenza a Lecco e sono e si sentono cittadini di questa città a tutti gli effetti.

Ma siccome la vita va avanti, i tre si stanno preparando a una nuova sfida: Mattia, da un anno, ha una fidanzata, e sta prendendo corpo il sogno di una vita di coppia, in una casa loro. Succede in tutte le famiglie.
E, come in tutte le famiglie, chi resta – come chi va - dovrà trovare un nuovo equilibrio e imparare a costruirsi di nuovo quella che tutti chiamiamo casa.

Marta Zanella

kathmandu grandeCinque mesi fa, grazie a un progetto del Servizio Volontario Europeo, sono partita per il Nepal. Erano mesi, o forse anni, che cercavo un’esperienza di volontariato nel Sud del Mondo. Ci pensavo fin dagli anni dell’università quando, dopo una bella lezione di filosofia, decisi di fare una tesi sull’altro  e un prof mi rispose che l’altro è un lavoro per la vita, non una tesi. Cambiai professore, scrissi comunque la mia tesi e conservai la mia curiosità per l’altro, il diverso, lo straniero.

Non c’è bisogno di andare dall’altra parte del mondo per incontrare l’altro, perché ‘altro’ è chiunque all’infuori di me e non c’è nemmeno bisogno di andare dall’altra parte del mondo per incontrare lo straniero, perché le nostre città traboccano di uomini e donne provenienti da ogni angolo della terra. Così per molti anni ho soddisfatto la mia “curiosità”, facendo volontariato prima a Casa Itaca e poi a Casa Elim, insegnando italiano a rifugiati o minori stranieri. Ogni incontro era un viaggio: Iran, Iraq, Tunisia, Algeria, Punjab, Bangladesh, Senegal, Guinea Bissau, Eritrea, Egitto, Albania, Kosovo. Ogni incontro era un esercizio di ospitalità reciproca, eppure io rimanevo la ‘padrona di casa’, continuavo ad abitare le mie tradizioni e a parlare la mia lingua e la insegnavo loro perché potessimo comunicare.

Partire e andare a vivere in un altro paese per dieci mesi significa saltare dall’altro lato del confine e diventare in prima persona lo straniero, il bianco, il diverso, quello che non sa la lingua e non capisce i cartelli e la maggior parte dei discorsi delle persone intorno a sé, quello in coda all’ufficio immigrazione per richiedere il visto. Significa adattarsi a un cibo che il tuo stomaco fa fatica ad assimilare, significa accettare che i tuoi padroni di casa non uccidano i topi perché li considerano emissari del dio Ganesh e che i vicini ridano di te mentre cerchi di fare maldestramente il bucato a mano dopo 26 anni di lavatrici.
Mi trovo in un villaggio sperduto a 15 km da Kathmandu e svolgo la mia attività di volontariato in un orfanotrofio femminile, Moonlight Children’s Home, con 21 bambine di età compresa tra i 4 e i 14 anni. Tre mattine a settimana insegno inglese nella prima elementare di una scuola pubblica, mentre il giovedì e il venerdì insegno Moral Education in una scuola privata. Passo la maggior parte delle mie giornate in compagnia di bambini e questo ha contribuito ad aumentare ulteriormente il numero di sguardi e prospettive che questa esperienza mi sta regalando. Capisco ora più di prima la celeberrima frase di Proust per cui “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. L’incontro con un mondo completamente diverso dal proprio, con culture e religioni così lontane dalle nostre affina i sensi e ci costringe a cambiare il nostro punto di osservazione o quanto meno a metterlo in dubbio e ad arricchirlo. È ciò che avviene ogni qualvolta incontriamo un altro uomo e decidiamo di fargli spazio, ogni qualvolta ci ricordiamo che conoscere e accogliere l’altro non è solo un lavoro per la vita, ma forse il più grande e il più soddisfacente a cui siamo chiamati. 

Sara Colombo

ambulatorioIlario e Valeria sono come lo yin e lo yang: lui concreto, diretto e direttivo, lei materna e comprensiva. Lui col pallino dell’ordine e attento a tenere le giuste distanze dagli altri, lei che fa della relazione di cura il suo punto di forza. Quello che li accomuna è il loro impegno come volontari all’ambulatorio solidale e  la passione con la quale affrontano il compito.

Lui è stato tra i fondatori dell’ambulatorio, dodici anni fa, quando – tra non pochi dubbi e timori - ci si è posti il problema di offrire un’assistenza sanitaria a coloro che vivevano ai margini della città: principalmente cittadini extracomunitari senza permesso di soggiorno o persone senza fissa dimora. Non siamo in un grande centro urbano, ma già da allora, anche qui, non erano poche le persone che avevano bisogno di una tutela al di fuori del sistema sanitario nazionale. I quattro volontari dell’ambulatorio, insieme ai sette medici che prestano gratuitamente la loro opera, in questi anni hanno potuto osservare da vicino la stratificata morfologia della marginalità: prima la comunità bulgara locale, che viveva in baracche accanto alla ferrovia, poi le famiglie rom dei campi abusivi, via via gli albanesi, i nordafricani, i rumeni, fino alle badanti ucraine e moldave. Ma anche le alterne fasi politiche in tema d’immigrazione: in primis gli svuotamenti del servizio creati dalle periodiche sanatorie o il fuggi-fuggi causato dalla recrudescenza della Bossi-Fini, quando ogni “schedatura” – inevitabile in un ambulatorio – creava il panico di essere individuati e puniti in quanto clandestini. L’ambulatorio ha attraversato tutte queste fasi navigando a pelo d’acqua: poca pubblicità, sano understatement e una “clientela” formatasi nel tempo solo grazie al passaparola.

Oggi sono poco più di 400 le persone che ogni anno si rivolgono all’ambulatorio, aperto due sere la settimana. Pazienti che possono trovare qui un servizio medico di base in grado di prestare le prime cure generiche e d’inviare a centri specializzati per ulteriori accertamenti o interventi; attraverso un intelligente lavoro di rete, i farmaci possono essere forniti gratuitamente grazie a un fondo di solidarietà messo a disposizione della locale farmacia.
Un servizio light, si potrebbe dire; come apparentemente facile e ordinario è il lavoro che nelle due serate svolgono i volontari: apertura, accoglienza delle persone, messa a disposizione dei medici della cartella sanitaria dell’utente già conosciuto o compilazione della nuova scheda per le persone che si affacciano per la prima volta, regolazione dell’accesso allo studio medico. Tutto qua.

Ilario e Valeria lo raccontano con grande semplicità, senza tralasciare gli aspetti critici che pure emergono: quelli che si imbucano senza averne diritto, i limiti strutturali dell’ambulatorio che non permettono una presa in carico più continuativa delle persone.

Mi viene allora la voglia di chiedere loro perché abbiano deciso di impegnarsi proprio qui e perché continuino a farlo; le risposte sono in linea con la loro dinamica da yin/yang: “sono stato tirato dentro”, risponde lui, “è la mia goccia nell’oceano”, dice lei citando Madre Teresa.

Risposte semplici e piane dietro le quali però si può avvertire tutto il valore civico di quest’opera di volontariato che, da un lato, afferma nei fatti il diritto alla salute personale di tutti gli esseri umani - senza distinzione di razza, nazionalità e religione – e, dall’altra, contribuisce a fare prevenzione a tutela della salute pubblica, cioè anche della nostra.

Oliviero Motta

burkinafasoDove si trova il Burkina Faso? Quanto è lontano dall’Italia? Probabilmente non ne abbiamo la minima idea; a malapena arriviamo a localizzare le nazioni più importanti dell’Africa, ma un paese così insignificante per noi, dove diavolo andiamo a pescarlo? Le radici di Marie stanno proprio lì, incastrate tra il Mali e il Niger, nella fascia che corre sotto il Sahara. Primogenita di quattro fratelli e sorelle, Marie perde la madre molto piccola e, a otto anni, deve seguire il padre alla ricerca di un futuro in Italia. Da sola, perché gli altri fratelli vengono lasciati in custodia alla nonna, in attesa che la fortuna giri dalla parte giusta. Possiamo solo immaginare le difficoltà e le sfide che deve affrontare una bimba così piccola, approdata di colpo in un paesino della provincia lecchese. Ma la fortuna, per Marie, non è disposta a voltarsi con troppa facilità: il padre infatti si risposa con una connazionale che non lega affatto con la giovane figlia; ne è anzi molto gelosa. Dopo qualche anno, ancora minorenne, si  fidanza con un ragazzo africano e rimane incinta; è allora che entrano in scena i servizi sociali: viene prima collocata in una comunità per mamme e bambini e poi, come tappa intermedia verso l’autonomia, al “Cortile” di Guanzate.
Qui la accolgono le famiglie e gli educatori che animano il progetto, mettendo a disposizione un appartamento e tante energie per raggiungere due obiettivi: consolidare le proprie competenze genitoriali e raggiungere una piena autonomia.

A Guanzate Marie passa due anni decisivi della sua vita. Cresciuta senza punti di riferimento, con un padre incapace di mostrare affetto e una matrigna ostile, Marie deve cercare la sua strada. D’altra parte, le sue radici così lontane non le servono a molto per orientarsi verso il futuro.

Quando chiedi alle educatrici del “Cortile” di descrivere Marie, ti rispondono con alcune parole chiave che sono tutto un programma: consapevolezza, resilienza, senso del dovere, confusione, incertezza. Come se la sua infanzia e adolescenza abbiano fatto maturare una persona conscia delle sue risorse e delle sue criticità, resistente e centrata sui doveri, ma al contempo senza una bussola affidabile, sempre incerta sul passo successivo da fare.

Da qui tutte le difficoltà vissute nel primo periodo al “Cortile”: Marie stenta ad affidarsi, fa fatica. Accetta i colloqui con gli educatori, ma vi si sottopone come a un dovere, una necessità alla quale non si può derogare. Quanto a farsi accompagnare, non se ne parla proprio. Sono settimane delicate, nelle quali la fiducia deve essere conquistata palmo a palmo, sotto lo sguardo diffidente e valutativo di Marie, che tiene le distanze e, non raramente, ti respinge. E’ come una prova di quanto tu sia in grado di “rimanere”, di non tradire le aspettative, di essere davvero un punto di riferimento. Finalmente.

L’impegno delle famiglie e degli educatori si dipana lungo i due anni su tre linee principali: da un lato l’ascolto e la ricostruzione della sua storia personale, dall’altro il maternage nei confronti di Marie, quell’accudimento che ha sperimentato troppo brevemente e che poi non ha più percepito attorno a sé. Infine il rinforzo costante delle sue capacità e delle sue competenze, tutt’altro che residuali.

E poi c’è Jeson, il piccolino, che ha riempito con i suoi sorrisi e i suoi schiamazzi i giorni di vita insierme. Per lui si è mobilitata tutta la rete di famiglie, sia quelle residenti al “Cortile”, sia quelle che seguono l’esperienza come volontari, qualche ora la settimana. Soprattutto quando Marie ha trovato un lavoro, da un giorno all’altro, c’è stato bisogno di tutto il supporto e la disponibilità delle famiglie. Che non è mancata.

Già, perché Marie, dopo i primi tre mesi di diffidenze e distanze, si è affidata agli educatori e alle famiglie e ha fatto un percorso davvero positivo. In primo luogo ha terminato le scuole superiori, diplomandosi. Poi si è presa la patente. Infine la buona sorte ha finalmente tolto la benda dagli occhi: un’azienda della zona che esporta macchine utensili in l’Africa cerca una persona madrelingua francese per sviluppare la sua funzione commerciale. Et voilà.

Ovviamente non è stato un viaggio in discesa, perché la tendenza a rinviare, la confusione e l’indecisione di Marie hanno sempre lavorato contro la crescita della sua autonomia.

E allora dai, tutti a spingere Marie a mollare gli ormeggi, ad affrontare le prove senza eccessivo timore, facendole sentire che sotto i tanti trapezi che l’attendono nella vita, c’è una rete robusta che è in grado di accogliere anche i suoi eventuali fallimenti.

Così è stato anche per l’esame della patente, rinviato più volte. O per quel viaggio a Roma, per sistemare al Ministero i documenti scaduti: una fatica decidersi, poi una via crucis per comprare i biglietti, infine il viaggio da sola in treno, fino alla capitale. Voleva essere accompagnata, perché non era mai uscita dal suo paesino lecchese, non era mai stata nemmeno a Milano.
Alla fine ce l’ha fatta; quel giorno ha telefonato dieci volte, ma è tornata radiosa.

E’ stata aiutata anche a ritrovare la sua dimensione di giovane donna, oltre che di mamma: gli educatori l’hanno spinta a uscire la sera, a divertirsi, a recuperare qualcosa di quella stagione che non ha mai vissuto pienamente. Uscire a mangiare una pizza diventa così un ulteriore passo verso una vita come dio comanda. Normale.

Ora, a ventidue anni, Marie ha fatto la scelta che gli educatori e le famiglie non si aspettavano. Ha deciso infatti di tornare nel lecchese, a vivere non lontana da suo padre, quel padre che la faceva piangere ogni volta che telefonava in comunità. Perché puntualmente Marie sperimentava il suo distacco, la sua freddezza, la sua incapacità di rivolgere verso di lei uno sguardo adulto che la sostenesse.

Boccone amaro per gli educatori, che avrebbero preferito per Marie una collocazione qui in zona, vicino al suo lavoro e più aderente alla sua “nuova” vita.

Ma d’altra parte, questa scelta così controcorrente è proprio il frutto più maturo del lavoro svolto al suo fianco, negli ultimi due lunghi anni.

Buon viaggio Marie.

Il Burkina Faso è davvero lontano.

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