Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

Perché questa storia è anche un deserto.
Sarà necessario camminare a piedi nudi sulla sabbia che scotta, camminare e stare zitti, credere nell’oasi che si profila all’orizzonte che non smette di andarsene avanti verso il cielo, camminare senza voltarsi, per non essere portati via dalla vertigine. I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti; dietro non lasciano tracce, ma il vuoto, il precipizio, il nulla.
Allora guarderemo sempre avanti e ci affideremo ai nostri piedi.
Ci porteranno così lontano che non sapremo credere a questa storia.
Tahar Ben Jelloun

 

Proseguono le attività del centro di accoglienza SPRAR per richiedenti asilo e rifugiati di Rho avviato lo scorso aprile. I posti disponibili sono ormai completamente occupati da 26 uomini nella struttura comunale di via Gorizia e da 7 uomini nei tre appartamenti messi a disposizione dalla Cooperativa Intrecci a Corte Bolla, Canegrate.

rifugiati Rho CanegrateLe persone accolte hanno tra i 18 e i 40 anni e provengono principalmente da Pakistan e Afghanistan, con l’eccezione di una persona proveniente dal Kurdistan Iracheno. La stragrande maggioranza di questi giovani ha alle spalle un lungo viaggio per arrivare in Europa e percorsi differenti all’interno dei confini UE, nel tentativo di ottenere un permesso di soggiorno e la possibilità di lavorare per mantenere sé e i familiari che ancora vivono in patria.
Durante il periodo estivo, 25 dei nostri ospiti sono stati ascoltati dalla Commissione Territoriale di Milano per il riconoscimento della protezione internazionale e ne stanno attendendo l’esito. Durante questa intervista, ai richiedenti asilo viene richiesto di raccontare in modo dettagliato la propria storia al fine di dimostrare di avere diritto a una forma di protezione internazionale nel nostro Paese.

In caso di esito positivo, viene concesso un permesso di soggiorno della durata di 5 anni rinnovabile (un solo anno nel caso della protezione umanitaria); In caso di esito negativo viene consegnato un foglio di via che prevede un massimo di 30 giorni per lasciare il paese o per presentare ricorso.

Si può ben immaginare quanto questa lunga attesa per essere ascoltati dalla Commissione Territoriale prima e per l’esito successivamente, sia fonte di ansia e stress per queste persone che vengono sostenute nel loro percorso giorno dopo giorno dagli operatori.

Da giugno in poi l’équipe del centro di accoglienza, con l’aiuto di due volontarie e la disponibilità dei locali della Parrocchia S. Pietro, ha organizzato alcuni corsi di italiano e di alfabetizzazione specifici per ogni livello di comprensione della lingua. Questi corsi hanno garantito la possibilità di studiare anche durante la chiusura estiva della scuola pubblica CTP che ha avviato le lezioni del nuovo anno scolastico a metà ottobre, fornendo ulteriori ore di studio ai nostri ospiti.
È stato inoltre introdotto un appuntamento settimanale di cineforum interno al centro di accoglienza, durante il quale gli operatori propongono alcuni film, accompagnando gli ospiti nella comprensione di trama e dei dialoghi, nel tentativo di affinare l’orecchio ai suoni e alle espressioni della nostra lingua.
Grazie alla partecipazione di una volontaria, è stato inoltre possibile proporre agli ospiti un ciclo di incontri tematici legati alle regole della vita in Italia, che affrontano problematiche reali come la raccolta differenziata, la struttura amministrativa del nostro Paese, il funzionamento del mondo del lavoro e molto altro.
In aggiunta a queste attività, due volte al mese i più volonterosi si cimentano nella preparazione di piatti tipici dei loro paesi, cucinando a turno per tutti, per passare insieme qualche ora intorno alla tavola sentendosi forse un po’ più vicini alle loro terre e alle loro famiglie.

Queste occasioni comunitarie, oltre ad alcuni incontri sportivi proposti dall’associazione di Football Sala “Giardino danzante” di Barbaiana e dagli allenatori di pallavolo dell’oratorio di Mazzo, hanno permesso fino ad oggi di riempire almeno in parte le giornate delle persone accolte, altrimenti concentrate unicamente sui giorni e i mesi di attesa per l’esito del loro iter burocratico e sulla paura di un eventuale diniego della loro domanda di asilo.

Nonostante alcuni problemi di convivenza e, talvolta, di rispetto delle regole del centro, il bilancio di questi primi sei mesi è positivo. Il percorso continua, per i nostri ospiti e per noi operatori.
In bocca al lupo a tutti!

Chiara Tasinazzo

Per ulteriori info:
Accoglienza Rho: 0289919995
Area rifugiati: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

uscita scuolaAnna frequenta le scuole medie di Rho chiede un appuntamento allo sportello “Incontriamoci” perché sta male e perché le sue compagne glielo hanno consigliato. Subito racconta che da qualche tempo si ferisce facendosi dei tagli sul corpo in posti nascosti affinchè non si possano notare.

La motivazione è fondamentalmente la solitudine: dopo un litigio con una sua cara amica, l’intero gruppo di appartenenza l’ha esclusa dalle uscite e a poco a poco si è trovata sola. 

La ragazza racconta nei dettagli le sue azioni di autolesionismo, quasi fosse uno sfogo, tant’è che dopo ogni colloquio dice di sentirsi meglio e di non aver più bisogno di tagliarsi.

Il lavoro con Anna è stato orientato al rafforzamento dell’autostima e della presa di consapevolezza delle proprie risorse personali spendibili nel gruppo dei pari; da sola, riesce ad individuare dei valori che possono e devono caratterizzare le sue relazioni amicali e decide di orientarsi verso un altro gruppo di amici, con cui condivide passioni e interessi e non solo il quartiere.
Nell’ultimo colloquio ripercorriamo la sua storia ed è lei a chiedere di poterci portare la lametta che ha utilizzato in questo periodo “perché tanto non ne ho più bisogno!!”.

pasqua restituzione 360Non capita spesso una Pasqua così. Di norma si approfitta di questa festività per una sosta dal lavoro, un anticipo delle ferie estive, un pilastro per uno dei tanti ponti vacanzieri. E poi affetti famigliari, qualche occasione di svago (sempre che non piova), al massimo un cinema in compagnia.

Non per tutti è così. Quest’anno Moussa, uno degli ex ospiti dei nostri servizi/progetti, ha voluto ricordarci che Pasqua significa passaggio, cambiamento, memoria e restituzione.
Moussa è oggi un giovane di quasi venticinque anni. Non tutti i suoi sogni si sono avverati. Originario del Niger, è fuggito dal suo paese perché si è rifiutato da adolescente di frequentare una scuola coranica integralista. Molti suoi amici hanno accettato, potendosi così permettere abiti buoni, di avere un po’ di soldi in tasca, di mangiare bene. Ma le carriere di molti di loro sono sfociate nell’arruolamento in milizie islamiche, come avviene in Nigeria con Boko Haram o in Somalia con al-Shaabab. Non così per Moussa che nella ricerca di un futuro migliore ha deciso di non piegarsi a questa logica. La Libia prima, poi l’Italia. In realtà inizialmente voleva soltanto lavorare un po’ per guadagnarsi i soldi per comprare un automezzo e non dover più trasportare con il carretto o sulla testa i pesanti sacchi di arachidi con cui seminava i campi di proprietà della sua famiglia. Campi sempre contesi fra nigerini e popolazioni tamascheq (questo il vero nome di quelle popolazioni che con un francesismo chiamiamo spesso tuareg).

Poi è emerso il pensiero dell’Europa e dell’Italia: da qui la partenza, l’accoglienza, il delinearsi di un progetto. Dalla Sicilia è stato accolto poi a Casa Itaca. Qualche serata in discoteca anche senza permesso, ma anche la disponibilità a farsi guidare in un progetto individualizzato. Da giovane mussulmano ha accettato di frequentare un corso di formazione per diventare macellaio, un mestiere faticoso ed impegnativo, anche per la difficoltà ad adeguarsi a tecniche di macellazione non halāl. Dalla formazione ha avuto l’opportunità di uno stage, l’assunzione da apprendista in un supermercato, ma ha incontrato anche persone che non gli hanno dato fiducia e responsabilità. Poi con la crisi economica le ore di lavoro si sono ridotte. Moussa si è però sempre impegnato nello studio della nostra lingua che con il tempo è diventata anche un po’ sua.

La vita con poco più di 600 euro al mese non ti concede molto: l’affitto da pagare, la spesa settimanale, la convivenza con altri 12 migranti (attenzione, in un hinterland benestante), i conflitti con i coinquilini, la bicicletta rubata due volte. Niente discoteca, niente scarpe nuove, niente fidanzata perché “chi si prenderebbe un precario come me”. Insomma una vita all’insegna del  “non me lo posso permettere”. E poi la fede in Dio che non ha ancora deciso se chiamare Padre o Allah.
Ma Moussa non si dà per vinto: con il pensiero sempre orientato a rivedere il suo paese dopo quasi dieci anni di assenza, dopo la fuga da adolescente.
Ecco perché il suo gesto per le festività pasquali assume una grande importanza. Sapendo che la Cooperativa Intrecci ospita dodici minori stranieri non accompagnati ha voluto regalare ad ognuno di loro un uovo di Pasqua. Lo ha voluto regalare ad adolescenti che come lui hanno lasciato il loro paese di origine abbandonando affetti ed identità in transizione per intraprendere la sfida del “Viaggio”. In questi ragazzi Moussa si è riconosciuto e di loro si è sentito un po’ fratello maggiore.

Mi sa tanto che un regalo glielo facciamo anche noi: magari una bicicletta (usata s’intende) sistemata nella nostra ciclofficina fai da te. Pazienza poi se qualcuno la ruberà ancora. Del resto nella vita è spesso questione di restituzione.

Danilo Giansanti

nlmar2014 frederickCon la vicenda di Frederick ha fatto in qualche modo capolino nelle nostre vite la guerra. Gli scenari lontani delle primavere arabe proiettati dalla televisione, dalla rete, da twitter, si sono fatti vicini sulla pelle delle persone profughe dal Nord Africa, nel groviglio delle emozioni impazzite e della memoria ferita.
Di esperienze il nostro Frederick ne ha davvero vissute molte. L’emigrazione dal delta del Niger verso le coste della Libia, l’improvviso imbarcarsi per l’Europa e l’approdo a Lampedusa, un approdo ma non un arrivo. Dalla piccola isola incastonata nel Mediterraneo si riparte infatti per Milano, dove - dopo giorni senza poter posare il capo - finalmente si sosta. Ma attenzione, anche questa volta non si è arrivati. Si riparte per un viaggio non più fisico: si entra nel tunnel burocratico per ottenere un permesso di soggiorno, mentre i giorni passano alla vuoti, con la speranza di costruire qualcosa di nuovo. A condividere queste esperienze altri giovani uomini provenienti da altri paesi del continente africano. Ad accompagnarli in questo percorso, una rete di operatori, volontari e servizi istituzionali.
Accanto a questa spinta verso il futuro si fa largo a poco a poco in Frederick la nostalgia per la propria famiglia, un intimo dolore per la distanza che lo separa dalle sue radici. E poi l’identità che vacilla e le domande che non hanno risposta: chi sono io? Cosa pensano di me gli altri? Riuscirò mai a rivedere la mia famiglia? Tornare a casa o rimanere?
Di fronte all’impossibilità di inserirsi, di trovare una via per l’autonomia, si fa strada il pensiero che forse sarebbe stato meglio non partire, forse “era meglio morire sotto i bombardamenti”. Frederick a poco a poco ripiomba nella tempesta, la sua vita e la sua mente si fanno “traversata”, le onde sembrano risommergere l’esistenza e la notte incombe con la sensazione di essere ancora nel mezzo del canale di Sicilia, fra voci di disperazione, pianti di bambini, urla di sconforto, mutismo rassegnato.
Proprio in una di queste notti il desiderio di fuga prende il soppravvento: bisogna fuggire da questa “casa degli spiriti” che è ormai diventata l’Italia. Basta un salto nel vuoto – giù, oltre la finestra - e Frederick si ritrova ricoverato in ospedale.
Si riparte di nuovo. Da qui ricomincia il percorso di risalita fisica e mentale di Frederick. Mesi di ricovero ospedaliero e di vita in una struttura riabilitativa ad alta protezione. Con il supporto degli operatori sanitari si consolida poco alla volta il pensiero che l’unica ripartenza possibile è il ritorno, il ricongiungersi con le sue origini come unica cura. Ma per tornare ci vuole coraggio. Tornare significa confrontarsi con il fallimento, con il giudizio di inadeguatezza espresso dal proprio ambiente di appartenenza, con la percezione che il desiderio di riscatto può fallire non solo per quell’uomo che torna, ma potenzialmente per tutti.
Tornare può essere una ferita per sé e per l’intera comunità.
Frederick ha però trovato questo coraggio. Il coraggio di tornare nella sua terra, affrontando la paura del fallimento e vivendo l’esperienza del ritorno, malgrado il timore di essere rifiutato. Nel tornare il nostro Frederick è stato però sostenuto con un programma di Ritorno Volontario Assistito (RVA), in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM).
La storia di Frederick è quella di un uomo che, per sostenere il futuro dei suoi figli, ha affrontato il deserto, la discriminazione, la guerra, un’accoglienza non sempre a misura d’uomo. Ma è anche la storia di un uomo che ha affrontato il ritorno a casa: forse in molti lo invidiano per questo coraggio che rimane troppo spesso un desiderio inconfessabile.
Aspettiamo da Frederick una lettera che ci dica; “Sono arrivato, qui tutto bene. Grazie di tutto, comunque sia andata. Addio o, forse, arrivederci”.

Danilo Giansanti
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casaitaca SAM 0138 420Per la burocrazia sono “minori stranieri non accompagnati”, sono partiti dall’Egitto, dall’Albania e dal Bangladesh per ritrovarsi, in dodici, a Casa Itaca. Quando si dice il destino scritto nei nomi! E il loro viaggio è stato davvero un’odissea, mettendo la vita costantemente a rischio per inseguire un sogno, o un miraggio. Casa Itaca è stata aperta cinque anni fa grazie a una collaborazione tra Comune di Rho, Caritas cittadina e Intrecci per ospitare famiglie e adulti in grave stato di bisogno, abitativo e sociale. Oggi è diventata il primo rifugio per minori che hanno intrapreso il grande viaggio da soli e si sono infranti sulle rive della grande città. E’ a Itaca che hanno trovato un approdo provvisorio – un progetto di appena tre mesi – e l’accoglienza di sei educatori che hanno cercato di costruire, come dice Angelo, “un ambiente accogliente, buono, sano, educato”. E con Angelo anche Danilo – che coordina l’equipe – Francesca, Olga, Andrea ed Enzo. Sono qui dal 1 ottobre e i primi due mesi sono stati vissuti di corsa, cercando di provvedere ai bisogni elementari dei ragazzi: vitto e alloggio, ma anche salute, documenti, lingua italiana e qualche esperienza di socializzazione.

E’ stata una fatica, per gli educatori, ma è ormai quasi un destino, anche questo: muoversi in fretta per rispondere alle emergenze dell’ente pubblico, costituire una nuova equipe, pronti via. I tempi contratti della partenza e l’incertezza del futuro sono gli elementi che rendono ancora più vicini gli educatori agli ospiti. Ciascuno nel proprio ruolo, ben inteso, e non sempre è facile: accogliere le lacrime per la nostalgia di mamma e papà, contenere la sana aggressività d’adolescenti, i braccio di ferro per far capire che “le pulizie non sono cosa da donne” e, soprattutto, cercare di spiegare che la distanza tra il sogno dell’Italia ricca e prospera e la realtà attuale è tutt’altro che breve.

Perché il sogno è per tutti i ragazzi più o meno uguale: partire per lasciarsi alle spalle una situazione assai depressa dal punto di vista economico, arrivare in Italia per lavorare e fare soldi, ritornare a casa. Questi i punti fermi, tutto il resto è immerso nell’indeterminatezza e nella inconsapevolezza che si possono avere quando si è giovanissimi. Fanno tenerezza i racconti di Francesca attorno alle osservazioni ingenue dei ragazzi sulla “ricchezza” degli educatori: vivi in un Paese ricco, lavori a tempo pieno, e quindi come mai non possiedi il modello più cool di cellulare e una macchina in grazia di Dio?

Non che siano ragazzi “cattivi”, tutt’altro. Tutti gli educatori confessano apertamente di considerarsi fortunati: infatti è un gruppo tranquillo, positivo, senza teste calde. Fanno riflettere gli episodi che rimarranno per sempre nel cuore di Danilo, Francesca, Olga, Andrea, Enzo e Angelo, soprattutto se li metti a confronto con i nostri adolescenti: i ragazzi che in Metrò si alzano per far sedere due donne anziane, la visita al centro diurno “Stella Polare” dove si fanno sbaciucchiare e ballano con un gruppetto di ultra-ottantenni, lo sguardo rispettoso verso chi ha più anni di loro. Ma al contempo gli educatori possono toccare con mano la tenacia della loro speranza, della loro immaginazione – i motori che li hanno spinti fin qui – e la loro grande apertura al futuro. Tutte cose che fanno a pugni con il nostro refrain di crisi e lamentela, di rinuncia e pessimismo.

Alla luce di tutto questo, si può comprendere meglio la preoccupazione degli operatori in merito al futuro di questi ragazzi, la paura che il cozzo tra la loro linfa interiore e la fredda realtà italiana si riveli più violento di quanto si pensi. Ma intanto si lavora a costruire umanità e nuova cittadinanza, come una scommessa al buio: lavorare come se tutto potesse continuare così, come se ci potesse mai essere una risposta positiva all’ennesima loro candida domanda: “Possiamo rimanere a Casa Itaca?”.

Mentre l’emergenza detta le regole del gioco e batte nervosamente il tempo, si lavora con tutti quei pezzi della città che non si sottraggono alle loro responsabilità educative e si mettono in gioco: volontari, oratori, servizi sanitari, servizi sociali, scuole. Piccole alleanze contratte nel tempo che costruiscono un volto diverso dell’Italia sognata o vista attraverso la rete globale  da un villaggio del Bangladesh.

Intanto fioriscono i segni della cittadinanza che vorremmo; piccoli segnali che solo gli educatori possono riferirci: il ragazzo egiziano che indossa con naturalezza e rispetto il tradizionale pigiama bengalese, o l’albanese che chiama gli altri “bai”, che in lingua bengalese significa fratelli.

Piccoli semi che germogliano anche grazie al lavoro quotidiano: a quell’attività incessante di comprensione reciproca - a partire, ovviamente, dalla lingua - che passa attraverso le pulizie di casa, il cucinare, fare la spesa insieme.

Dopo i marosi del viaggio, anche Ulisse sarà tornato docile a questa quotidianità che fa cittadini di Itaca e del mondo?

Domenica gita al Museo di storia naturale. E poi? Poi si vedrà. Con tanta fiducia e quel po’ di coraggio.

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