Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho subito avuto un momento di “empasse”, perché credo che non sia mai semplice raccontare le emozioni legate ad un momento di vita professionale  e personale importante. E’ anche vero però… che la gioia dei “piccoli grandi amori” si condivide con le persone care!
Lo scorso 26 febbraio, presso l’Aula U7-24 dell’Università Bicocca di Milano, all’interno del Laboratorio “Comunicare il Servizio Sociale”, ho incontrato alcune  studentesse del corso di laurea in Servizio sociale, Facoltà di Sociologia, sul  tema dell’Advocacy dei Diritti degli Stranieri, promosso dal Gruppo “Migrazione e  Asilo” – Ordine Assistenti Sociali Consiglio Regionale della Lombardia (di cui sono parte integrante da due anni).

Il mio intervento, si è basato sulla presentazione, discussione e costruzione di un percorso di accompagnamento in favore  di un minore straniero non accompagnato. In tal senso è stato un momento davvero interattivo e partecipativo che mi ha fatto  tornare indietro di un bel po’ di anni…!!!  La determinazione, la curiosità, la criticità e la competenza della rappresentanza di studenti che ho incontrato, mi ha fatto pensare al patrimonio genetico  e a quanto dunque  l’azione volta alla tutela dei diritti sia nel DNA della professione di assistente sociale. Questo patrimonio ha un cuore normativo,  deontologico, etico, responsabile. Nel lavoro quotidiano l’assistente sociale, in modo silente, mediante la valorizzazione e l’autonomia della persona, traduce questo patrimonio in azioni preventive a situazioni di emarginazione, bisogno, disagio. Tutto ciò in uno scenario sociale particolarmente fragile e precario.

In questi quindici anni di attività professionale, sono stata  sempre sostenuta ed  incoraggiata da persone particolarmente care e speciali a cui oggi va il mio GRAZIE!  Il loro mondo di sentimenti, di pensieri, di intelligenza, mi ha dato sempre la consapevolezza, di quanto la professione di  assistente sociale, sia ispirata a principi e valori che esaltano l’individuo come soggetto attivo all’interno di una relazione di aiuto. 

Lavorare con le persone e per le persone è ciò che in questi anni ho vissuto. Il rapporto con ognuna di loro mi ha arricchito professionalmente e personalmente e ciò ha permesso di conoscere meglio anche me stessa.

Olga Sagnelli

Un giovane profugo proveniente dal Camerun racconta la sua storia.
Partito da un paese incapace di dare opportunità ai giovani, decide di inseguire il suo sogno di diventare calciatore andando in Libia. Ma qui si trova nel bel mezzo della rivolta contro Gheddafi. Unica via di fuga il mare. Giunto a Lampedusa, accolto dal sistema di emergenza, è poi approdato a Rho dove condivide un appartamento della cooperativa Intrecci insieme ad altri cinque profughi. Una storia fatta di voglia di rischiare e di conquistare un futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

jeanclaudeMi chiamo Jean Claude e sono un giovane camerunese. Sono andato via dal Camerun perché nel mio paese, famoso per essere considerato la "piccola africa", non ci sono molte possibilità per i giovani come me. Il paese è vittima di continue crisi economiche ed è costituito ancora di comunità rurali. Il nostro presidente, al governo da quasi 30 anni, ha fatto negli anni molte promesse, ma non ne ha potuta mantenere quasi nessuna. Il risultato è che l'economia del Camerun è in fortissima difficoltà .

Ho cercato quindi fortuna altrove e mi sono diretto in Libia per realizzare il mio sogno: diventare un calciatore di successo.
Arrivato in Libia dopo poco tempo ho trovato un ingaggio presso la squadra di Al Charara, la stessa del figlio di Gheddafi. Il guadagno era buono (l'equivalente di circa 2.300 ‚¬) e questo mi permetteva di inviare del denaro in Camerun. In questo modo potevo aiutare la mia famiglia e tenere una parte del guadagno per me, per progettare il mio futuro, per alimentare i miei sogni. Aiutare la mia famiglia è importante ed il peso che adesso sento più forte sulle mie spalle è proprio quello di non poter essere di aiuto ai miei famigliari. Non nascondo che con i soldi guadagnati potevo anche permettermi una vita agiata.

Bisogna però dire che non è tutto oro quello che luccica. Spesso le partite che giocavamo erano truccate: a volte giocavamo contro una squadra data sfavorita alle scommesse e dovevamo perdere per favorire "alcuni" scommettitori. La frustrazione è alta quando devi sottometterti a queste regole non scritte ed in particolare lo era per me che giocavo in attacco. Che attaccante sei se non puoi fare goal?! Per di più sbagliare un goal non è così facile, devi saperlo fare senza che i tifosi se ne accorgano.

Tutto questo è durato fino alla rivolta. Davanti ai disordini non era possibile tornare indietro, a casa propria: qualsiasi frontiera africana era bloccata. Unica via per la fuga attraversare il mare.

Se mi chiedono di parlare di politica posso dire che non me ne intendo molto. In Libia del resto ero uno straniero, un immigrato che aveva trovato un'opportunità . Ricordo le parole di Gheddafi che diceva "Renderò Nera Lampedusa!", ma in genere gli africani che vivono in Libia amano Gheddafi, forse perché lì si trovavano opportunità che i paesi d'origine non erano stati in grado di offrire. Altra cosa è stato aver a che fare con i libici in genere.
Il viaggio è durato due giorni, naturalmente senza cibo e senza acqua. La nave era completamente piena anche sottocoperta e la stiva scoppiava di persone. E' stata molto dura, ma grazie a Dio ce l'hanno fatta tutti. Arrivati a Lampedusa siamo stati registrati e per alcuni giorni siamo stati passati da un campo all'altro. Ho attraversato l'Italia con persone che non conoscevo, ma che hanno vissuto la mia stessa esperienza: da Lampedusa siamo passati in Sicilia, poi a Napoli, a Campobasso, e infine a Milano dove sono stato accompagnato a Rho. Adesso vivo in un appartamento insieme ad altri due camerunesi, un ragazzo del Marocco, uno della Costa d'Avorio ed uno del Burkina Faso.

Il giorno in cui siamo stati accompagnati in Questura, gli operatori hanno fatto una piccola deviazione: siamo passati intorno allo Stadio di San Siro, lo stesso stadio dove gioca (o meglio giocava) il mio idolo E'too. Un altro sogno che si è avverato.

Il nostro giovane ospite è ora in possesso di un permesso di soggiorno da richiedente asilo, un documento temporaneo della durata di 6 mesi. A febbraio lo aspetta il colloquio presso la Commissione Territoriale e lì dovrà spiegare perché ha lasciato il suo paese.Dopo qualche tempo di permanenza a Rho, il nostro giovane profugo è stato notato mentre giocava a calcio ed è stato inserito presso una squadra di calcio rhodense affiliata alla Juventus F.C. Per ora può solo allenarsi, ma chissà che in un futuro non lontano possa giocare con gli altri e realizzare il suo sogno di diventare calciatore.

Non ho mai avuto una mentalità assistenzialista. Se avessi voluto vivere alla giornata, senza progetti, me ne sarei restato in Camerun. Ho invece accettato la sfida di lasciare il mio paese per cercare un futuro migliore.

So che dovrò attendere molto prima di sapere se potrò restare in Italia. Per il momento mi alleno e presto comincerò a studiare la lingua italiana che già con i compagni di squadra sto cominciando ad imparare. Finché Dio mi darà la forza, userò tutta la forza che mi darà. Non mi aspetto miracoli dalle istituzioni. So che sarà difficile: lo è per un italiano medio, per uno straniero come me lo sarà ancora di più. Ma da quel giorno che ho lasciato il mio paese, mi sono preparato ad affrontare le difficoltà .

Jean Claude

La cooperativa Intrecci ospita in molte delle sue strutture di accoglienza richiedenti asilo politico e rifugiati. A volte le vite di queste persone vengono strappate a paesi e guerre dimenticati. A volte invece le loro storie si intrecciano all'attualità che ogni giorno seguiamo sui giornali e in televisione, e che spesso consideriamo, erroneamente, lontana da noi.

Akram è un ragazzo di trentadue anni, viene dalla Siria, e in Italia ha ottenuto lo status di rifugiato. E' stato ospite di un centro di accoglienza, ma oggi non lo è più. E' diventato un lavoratore e un socio della cooperativa Intrecci.

La storia recente di Akram e del suo paese è fatta di migliaia di morti (non esistono statistiche attendibili, ma gli attivisti parlano di circa 10000 vittime), di 600 bambini uccisi negli ultimi mesi, di circa 30000 feriti e 50000 persone arrestate. Si intreccia con l'atroce cronaca di questi giorni, la cronaca di una Siria macchiata dal sangue della repressione dopo le proteste dei suoi cittadini. Akram è informato su quanto sta accadendo, è in contatto con molti amici e famigliari che non vede da quando ha lasciato il paese: prima per andare a studiare medicina in Ucraina e poi per rifugiarsi in Italia. «Sono cresciuto ad Aleppo, nel nord della Siria, in quella che è considerata la capitale economica del paese. Lì ho studiato fino alle scuole superiori, poi sono andato in Ucraina dove ho vissuto per più di dieci anni e mi sono laureato. Da due anni mi trovo in Italia».

La situazione della Siria, al di là di come appare nei servizi sempre più brevi che le vengono dedicati nei telegiornali di casa nostra, è molto frammentata ed è molto difficile comporre un quadro della situazione perché le informazioni viaggiano con difficoltà : «Quello che sta succedendo adesso interessa soprattutto le città di Homs, Daraa, Hama e Idleb situate al nord della Siria e nelle province di Damasco, Aleppo e Der-al-Zor. In questi luoghi la situazione assomiglia ad una guerra civile tra l'esercito regolare e l'esercito siriano libero, composto da ex-militari che hanno disertato, hanno tenuto le armi e fanno la guerra contro il governo».
Le sommosse sono iniziate il 15 marzo del 2011. «Quel giorno c'è stata una grande manifestazione a Damasco e a Daraa. E' successo che alcuni ragazzini a Daraa avevano scritto "libertà" e frasi contro il regime sui muri. Il Governo li ha arrestati, e i loro genitori, parenti e amici hanno organizzato le proteste».
Le proteste sono cominciate dalle periferie dei grandi centri abitati, in contesti di estrema povertà , «la rabbia della gente è dovuta a tante motivazioni diverse che si sono coagulate in un unico sentimento di insofferenza. In Siria la vita e le attività delle persone dipendono dai contatti che si hanno con il paese e con lo Stato. La gente sa che la politica è una cosa che non si può toccare, della quale non si deve parlare, e ognuno ha impresso nella memoria i massacri degli anni '80 ad Hama, Idleb ed Aleppo (le vittime furono circa 30000). Inoltre c'è un opprimente clima di controllo gestito dai diversi organi dei servizi segreti: io, siriano, sia se abito in Siria o all'estero, ho paura di parlare con altri siriani. Sono cresciuto tra spie e infiltrati che mandano informazioni allo Stato».

Il Governo in Siria si regge su un partito solo, il Baath ("resurrezione" ). «Il partito unico governa il paese dal 1963. Dal 1970 il presidente è stato Hafez-al-Assad. Quando è morto, nel 2000, si è insediato il figlio Bashar al-Assad. Il gruppo religioso del presidente, gli Alawiti, e tutti i suoi parenti sono stati introdotti nei ruoli chiave dello stato e delle forze armate, sebbene in realtà questo gruppo religioso in Siria sia una minoranza, circal'11% dei siriani. Dal 1970 fino ad adesso la maggioranza non-baathita è stata discriminata: se non collabori con il governo non riesci a vivere. Da qui le proteste, che sono fondate più su una richiesta di libertà che su motivi religiosi. Sono cominciate nelle periferie e nei villaggi e la gente che ha iniziato a protestare era la gente semplice e più povera che ha mischiato tanti motivi: economia, lavoro, discriminazioni, persecuzioni».

Attualmente la resistenza alle violenze del governo si muove su due versanti, «all'inizio l'opposizione siriana ha fatto più di un incontro con i partiti all'estero e con i partiti di opposizione. Hanno cercato di creare un comitato che possa presentarsi a livello mondiale come opposizione unica dei siriani, ma ovviamente sono intervenute le polizie segrete, e l'esercito. Il presidente di questo comitato si trova all'estero e sta cercando l'aiuto dell'opinione pubblica internazionale. All'interno del paese invece si è formato un esercito siriano libero che prosegue la battaglia contro il regime e la difesa dei cittadini che protestano».
«L'unica possibilità per il mio paese era che ci fosse un fermo intervento a livello diplomatico della comunità internazionale, intervento che purtroppo non c'è stato. Al contrario, il governo siriano ha ricevuto l'appoggio di potenze straniere come la Russia, la Cina, l'Iran, l'Iraq e l'aiuto di Hezbollah. Serve che si illumini un riflettore sulle proteste perché possa accadere quel che è successo con la primavera araba degli altri paesi. E' l'unico modo per fermare le violenze».
«La Siria sembra essere a un bivio: da un lato si potrebbe tornare alla brutta situazione precedente le proteste (anche se è difficile che la gente possa dimenticare tutto quello che è successo in quest'ultimo anno e tutte le vittime che ci sono state); dall'altro, questa situazione rischia di sfociare in una guerra civile vera e propria, che porterebbe ulteriori morti e che non avrebbe un esito scontato».

«Bisogna considerare anche che, qualora tutto tornasse come prima, con il partito Baath al potere, le migliaia di rifugiati che già sono fuori dal paese (in Turchia, Libano e Giordania soprattutto) non potrebbero rientrarvi, e gli attivisti che stanno organizzando le proteste finirebbero sicuramente in carcere».

I primi 32 anni della vita di Akram sono stati tormentati, la sua famiglia è stata disgregata, e le notizie in arrivo tutti i giorni gli fanno male perché lui è qui e non può fare nulla per la Siria e i siriani. Oggi è una risorsa preziosa per la cooperativa Intrecci e attende il riconoscimento della sua laurea, per poter fare progetti per il futuro. Ma il suo sogno è quello di poter tornare, un giorno, nella sua Siria.

Intervista a cura di Dario Giacobazzi

casaitaca SAM 0138 420Difficile definire cosa sia lavoro sociale: certo è importante lo studio e la preparazione, ma tutto deve essere ricondotto all'azione e all'incontro quotidiano con le persone. Per una giovane tirocinante iscritta al primo anno di Scienze del Servizio Sociale presso l'Università Cattolica di Milano il servizio di Casa Itaca è stato il primo approdo formativo sul campo ed occasione per sperimentarsi in prima persona. Il confronto con una marginalità accompagnata all'autonomia le ha dato nuovi stimoli e motivazioni per costruire il suo percorso professionale. Il tirocinio diventa quindi un modo per «raccontare» il lavoro sociale e la realtà di Casa Itaca: ascoltiamo dalla viva voce di Benedetta il racconto di quest'esperienza.

Ho avuto il piacere di conoscere da vicino la Cooperativa Intrecci grazie all'esperienza di tirocinio che ho svolto presso il servizio Casa Itaca, affiancata dall'assistente sociale. Infatti, ho frequentato il primo anno di università di Scienze del Servizio Sociale, durante il quale è prevista un'esperienza di tirocinio formativo di circa una quarantina di ore che ha lo scopo di aiutare gli studenti a conoscere approfonditamente la realtà di un servizio, stando anche e soprattutto a contatto con l'utenza. E' stata la mia prima esperienza nel campo del sociale e ne esco molto contenta. E' stato intenso ed arricchente: mi ha permesso di scontrarmi con una realtà nuova per me, quella dei senza fissa dimora e dei rifugiati, di conoscere diverse figure professionali all'interno dell'équipe e, infine, anche di confrontarmi con me stessa. Tutto ciò ha avuto buoni risultati e l'esito che speravo: desideravo trovare conferme in merito al mio percorso di studi che mi condurrà a svolgere una professione bella ma anche piuttosto delicata, e quest'esperienza mi ha fatto fare un bel passo avanti in questo senso.
Il tirocinio è stato completo, perché ho potuto coniugare l'interazione con gli utenti e l'affiancamento all'assistente sociale nelle sue mansioni più "burocratiche". E' stato interessante interagire con gli ospiti di Casa Itaca; ho avuto la possibilità di scambiare due parole un po' con tutti, ma anche di parlare più approfonditamente con alcuni e quindi di conoscere le loro delicate storie di vita e percepire i loro stati d'animo. Una sera mi sono anche fermata a cenare con gli ospiti ed è stato bello condividere con loro un momento più "informale" come la cena. Devo dire che essi si sono dimostrati sempre cortesi nei miei confronti; tutti accettavano di buon grado la mia presenza anche durante i loro colloqui con gli operatori a cui io assistevo da "osservatrice". Mi sono sentita accolta sia da loro che dagli operatori, sempre disponibili e attenti a coinvolgermi e a spiegarmi tutto e verso i quali, per questo, nutro profonda gratitudine.

Nella casa si respirava un bel clima; tra operatori e ospiti ho riscontrato un buon rapporto: questi ultimi sono riconoscenti ai primi, consapevoli del loro preoccuparsi e attivarsi per loro, e li considerano come punti di riferimento. Gli ospiti arrivano da contesti differenti, hanno alle spalle storie difficili, ognuna diversa e unica, ma a Casa Itaca possono trovare un approdo sicuro da cui ripartire non più soli. E' già molto sapere che quando rincasano alla sera troveranno con certezza un ambiente caloroso e confortevole, un pasto caldo e un letto, oltre che altre persone che condividono la loro stessa situazione con cui parlare e confrontarsi e operatori disponibili ad ascoltarli ed aiutarli.

Tuttavia, dalle parole di molti ho percepito trasparire una marcata preoccupazione per il futuro, per quello che sarà quando il loro periodo di permanenza presso Casa Itaca sarà terminato. Devo dire che ho provato un forte senso di ingiustizia nei confronti delle loro vicende, la sofferenza in genere mi fa rabbia, poiché non c'è una risposta al perché essa esista; quindi sono persuasa che non resti che essere umili e disposti ad accettare l'aiuto di altri per rialzarsi e ripartire. E' questo che si propone Casa Itaca: tendere la mano verso chi non ce la fa a ripartire da solo. E penso che il primo modo di aiutare una persona, in particolare nel mio lavoro futuro di assistente sociale, sia donarle un sorriso e un'accoglienza calorosa, cose che ho constatato all'interno del Centro e che anch'io ho cercato di mettere in pratica, grazie anche alla sensibilità che mi caratterizza. Infatti, un elemento essenziale delle professioni sociali che non deve mai passare in secondo piano, altrimenti si rischia di perdere il senso di tutto, è sicuramente una spiccata umanità .

Da questa esperienza porto a casa molto: è stata sicuramente un'occasione di crescita personale, non solo formativa per i miei studi in senso stretto; del resto, solo l'incontro e il confronto con persone diverse da noi, anche per cultura ed etnia, come i rifugiati, non possono che arricchirci e stimolarci. Infatti, personalmente, ho sempre manifestato una certa curiosità e un certo fascino verso chi è culturalmente diverso da me, consapevole che mi possa insegnare molto. Per questo, in futuro mi piacerebbe lavorare in questo ambito.

Da ultimo, ringrazio la Cooperativa Intrecci, e in particolare l'équipe di Casa Itaca, per avermi permesso di applicarmi e sperimentarmi. Oltre a ricordare come una bella esperienza questo tirocinio, mi impegnerò a custodire i frutti che mi ha dato.
Benedetta Zucchetti

Sono partito dal mio paese, il Pakistan, nel settembre del 2008. Avevo 21 anni. Sognavo di arrivare in Inghilterra, di cambiare vita. Conoscevo un paio di ragazzi che erano arrivati lì, si erano sistemati, studiavano e lavoravano.

Perché hai deciso di partire?

La mia famiglia gestiva un negozio di forniture meccaniche. Gli affari non andavano molto bene, mio padre doveva chiedere in continuazione prestiti per far quadrare i conti. Le prospettive non erano buone. Se fossi rimasto, il mio destino sarebbe stato quello di lavorare nel negozio, e la nostra situazione avrebbe continuato a peggiorare. Io desideravo qualcosa di più, per me e per la mia famiglia.

Come è iniziato il tuo viaggio?

Senza pensarci troppo ho convinto mio padre che dovevo partire. Lui inizialmente non era d'accordo, ma poi si è rassegnato e mi ha aiutato. Ha preso contatti con un uomo che organizzava i viaggi degli emigranti verso l'Europa. Gli hanno chiesto 7000 dollari per farmi arrivare in Grecia. Ha dovuto chiedere prestiti e vendere l'auto, ma alla fine è riuscito ad esaudire il mio desiderio. Arrivato a quel punto sentivo tanta responsabilità sulle mie spalle, e capivo di non potermi più tirare indietro.

Siamo partiti in autobus, da Peshawar. Ero insieme ad altri due ragazzi, anche loro avevano come orizzonte quello dell'Europa. Un signore ci ha indicato il pullman sul quale salire, mentre a bordo c'era un altro uomo, più giovane, che era la nostra "guida". Questa è una cosa che si è ripetuta durante tutto il viaggio, fino alla Grecia: le persone che avevano l'incarico di condurci si davano il cambio in continuazione, facendo solo la staffetta per un breve tratto. Nessuno sapeva chi fossero, i loro veri nomi. Ma loro sapevano chi eravamo noi. La nostra prima tappa è stata a Quetta, dopo un viaggio di circa 10 ore. Lì ci hanno condotti in una sorta di albergo di bassa categoria, dove abbiamo aspettato un paio di giorni.

Aspettato cosa, esattamente?

Quetta, e quell'albergo in particolare, veniva utilizzato come "centro di raccolta" : io e gli altri due siamo arrivati da Peshawar, il giorno dopo sono arrivati una decina di ragazzi dalla zona di Karachi, due giorni dopo dei tizi che venivano da Lahore. Da Quetta saremmo poi ripartiti tutti insieme. Anche questa è una cosa che succede di continuo: si fanno tratti di strada in gruppetti di poche unità , poi magari si diventa un grande gruppo, anche più di cinquanta persone, per tornare successivamente ad essere in pochi.

Tutti uomini?

Sì. Tutti ragazzi e tutti piuttosto giovani, perché questo tipo di viaggio non può essere tentato da donne, anziani o bambini.
Da Quetta, sempre in autobus, ci siamo spostati a Taftan, al confine con l'Iran. Anche qui c'è stata una sosta di qualche giorno, dettata dal fatto di dover attendere le "condizioni favorevoli" per l'attraversamento della frontiera (probabilmente poliziotti corrotti di cui bisognava aspettare il turno). Abbiamo attraversato il confine a piedi, in piena notte, poco lontano da un posto di polizia, passando sotto una rete sollevata e correndo poi verso alcuni furgoni che ci hanno portato a Zahedan. Un giorno di sosta e siamo ripartiti, a bordo di alcuni pick-up, viaggiando sempre di sera o di notte, con un'auto che precedeva la piccola carovana andando in avanscoperta per avvisare in caso di presenza di posti di blocco. Non so dove fossimo esattamente, ricordo che eravamo su strade di montagna, non sempre agevoli. Ad un certo punto ci hanno fatti scendere e ci hanno spiegato che bisognava proseguire a piedi, su un sentiero, per girare al largo di un posto dal quale non si doveva passare. Ricordo come fosse ieri quella "passeggiata" : quattro ore di cammino, al buio, il sentiero illuminato quasi esclusivamente dalla luna, il rischio di cadere e farsi male ed essere abbandonati lì, in mezzo al nulla, senza sapere nemmeno il nome di quel luogo. Dopo un altro "passaggio" in auto e una sosta di qualche giorno in una sorta di rifugio sperduto tra le montagne, siamo partiti alla volta di Teheran stipati su delle auto dove venivano caricate una dozzina di persone per volta: quel tratto io l'ho fatto viaggiando nel bagagliaio, insieme ad un altro ragazzo, perdendo la nozione del tempo e sentendomi male anche fisicamente; quella sensazione è uno dei ricordi più brutti che conservo.

E poi, da Teheran?

A Teheran abbiamo fatto una delle soste più lunghe, credo una decina di giorni, per poi ripartire e viaggiare a singhiozzo alternando tratti in auto, solitamente stando nascosti, spesso nel cassone di un pick-up coperti con un telo, e brevi tragitti a piedi. Brevi almeno fino al confine tra Iran e Turchia, che abbiamo "valicato" con una camminata (quasi in cordata) di circa sei ore, notturna. Lo ricordo come uno dei momenti più difficili, con il fiato che mi mancava, il freddo, la paura. In Turchia ci hanno fatto "riposare" per qualche giorno, dopodiché io e altre 7-8 persone siamo stati fatti partire per Istanbul nel bagagliaio di un autobus. Ad Istanbul siamo rimasti un paio di settimane. Ricordo di aver chiamato casa nel giorno della festa islamica dell'Eid al-Adha, di aver parlato con mia mamma e pianto insieme a lei: era la prima volta che mancavo da casa nel giorno della ricorrenza, ed ero partito da Peshawar da quasi due mesi.
Da Istanbul ci hanno portati ad Izmir, in un albergo. La sera successiva al nostro arrivo ci hanno portati su una spiaggia; c'era un gommone ad attenderci, penso potesse portare una decina di persone, ma noi eravamo almeno il doppio. Avevamo paura di salire a bordo. "Lì c'è la Grecia, chi vuole sale, chi non vuole è libero di andarsene e non farsi più vedere". Hanno cercato qualcuno che sapesse manovrare il gommone, "loro" non sarebbero venuti. Ho pensato a tutto quello che avevo passato durante quel viaggio, all'Europa come la sognavo in quel momento, al fatto che mi stavo affidando al destino. Sono salito.
La "navigazione" è stata veloce, di poche ore, ma decisamente movimentata dalle onde alte del mare aperto. Ad un certo punto abbiamo avvistato una luce, simile a quella di un faro, e abbiamo cercato di proseguire in quella direzione. All'approdo abbiamo distrutto il gommone e il motore, per paura che potessero rimandarci indietro. L'isolotto su cui eravamo giunti era poco più di uno scoglio, ma era vicino ad un'isola decisamente più grande (della quale non ho mai saputo il nome). Finalmente eravamo in Grecia, in Europa.

All'alba dei pescherecci ci hanno visti ed hanno avvertito la polizia. Sono venuti a prenderci solo a pomeriggio inoltrato. Da quell'isola siamo stati trasferiti quasi subito, via nave, in un centro di accoglienza chiuso e recintato, su un'altra isola vicina. Lì ci hanno preso le impronte digitali, fatto avere un foglio di via, e poi messi su un'altra nave, destinazione Atene.

Ad Atene mi sono ritrovato praticamente solo, con pochi soldi in tasca, e senza più nessuna guida (il lavoro dei passatori era terminato). Ho cercato contatti. Connazionali e passatori. Greci e trafficanti. Mi sono fatto mandare altri soldi da mio padre. Con quelli mi sono mantenuto per qualche giorno in un postaccio che offriva vitto e alloggio a 6 euro al giorno. Con altri 3000 euro sono riuscito ad avere un passaporto autentico falsificato con la mia fotografia. E un visto per la Germania.

Ho "festeggiato" il capodanno del 2009 ad Atene, poi a metà gennaio ho preso un volo per Milano.

E a Milano si conclude questa tua odissea?

No, perché da Milano sono andato subito, in treno, a Roma. Ero senza documenti perché il passaporto l'avevo strappato e buttato via appena uscito dall'aeroporto: così mi avevano detto di fare. Nella capitale sapevo di poter trovare qualche contatto, e poi volevo raggiungere due ragazzi che conoscevo a Foggia; in realtà su consiglio di mio padre sono poi andato ad Ancona, e poi a Macerata, dove mi ha ospitato un connazionale che conoscevo di vista. Sono rimasto lì qualche giorno, e ho cominciato ad apprezzare il luogo nel quale mi trovavo. Ero stanco di viaggiare e di spostarmi, volevo un po' di stabilità . Mi sono reso conto che questo era il paese in cui volevo restare, in cui volevo provare a realizzarmi. Ho deciso che sarei rimasto in Italia, che qui avrei fatto domanda di asilo politico, senza più cercare la strada verso l'Inghilterra. Ho pensato allora di raggiungere i miei conoscenti a Foggia, che stavano in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (che ho poi scoperto essere il CARA di Borgo Mezzanone), pensavo che ci sarei potuto entrare anche io. Non avevo ancora presentato istanza d'asilo, quindi in realtà non potevo avere accesso alla struttura, ma i ragazzi mi hanno fatto passare di nascosto, e ho trascorso qualche giorno e qualche notte lì.

Sei l'unica persona che conosca che anziché scappare da un CARA ci è entrato di nascosto!

Sì! In realtà quando sono arrivato ho visto che loro stavano in questa struttura grandissima, composta da tanti prefabbricati, e mi è sembrato squallido. In più ero clandestino anche dentro il CARA e avevo paura di farmi vedere e parlare con gli operatori. Così dopo pochi giorni, a seguito di un contatto con un connazionale a Venezia, sono ripartito, e sono arrivato a Mestre. Mi sono fatto accompagnare in polizia, a Marghera, mi sono presentato per formalizzare la richiesta di asilo, ma mi hanno detto di tornare il giorno successivo. Avevo il telefono scarico, non potevo contattare nessuno, e così mi sono sistemato sotto il portico di una chiesa per passarci la notte e ripresentarmi in polizia il mattino dopo. Era il 27 gennaio, e faceva molto freddo. Mi ero già addormentato quando sono stato svegliato dal parroco della chiesa: pensavo volesse cacciarmi, invece mi ha chiesto cosa facessi lì e mi ha offerto di passare la notte al coperto. Il mattino dopo, molto presto, ho presentato la mia domanda di asilo politico.

Ed è iniziata la tua nuova vita.

Sì, sono rimasto per un po' a Venezia, ho iniziato a studiare l'italiano, poi sono stato trasferito a Varese, dove ho conseguito il diploma di terza media. Ho lavorato come muratore, e con i soldi guadagnati mi sono pagato un corso ASA. Nel frattempo mi sono messo in regola con i documenti. Oggi sono felice, ho un lavoro, e anche se non ho raggiunto quello che era il mio sogno "inglese" mi sento fortunato: posso aiutare la mia famiglia, vivo in un paese che amo, e guardo al futuro pensando di avere tante possibilità di fronte a me.

Intervista a cura di Dario Giacobazzi

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