Nei mesi di luglio ed agosto Saliou ci aveva detto che stava andando un po’ tutto alla deriva: condanna terminata qualche mese prima con una misura alternativa ben fatta; una chiamata, il giorno della libertà, e l’avviso di presentarsi in questura che ci aveva messo un po’ in allarme (ma subito ci ha detto che era andato tutto bene); un lavoro nuovo, una casa con un compaesano e l’orgoglio di avere le chiavi di casa appese ad un nuovo portachiavi.
L’appuntamento per il rinnovo del permesso di soggiorno era fissato per agosto. Il tentativo di farci accompagnatori e sostenere questo ultimo passaggio del giovane senegalese era stato evitato dalla solita modalità un po’ infantile di Saliou: quell’evitamento, quell’ incapacità di chiedere aiuto e sistemare la situazione insieme a qualcun altro. La mancata consegna del permesso e l’invito a portare i documenti mancanti in un altro appuntamento si sono uniti alla perdita del posto letto dal paesano, alla definizione mai chiara del nuovo contratto di lavoro e alle telefonate fatte senza mai un buon esito perché lui ci rispondeva sempre con sufficienza senza mai essere chiaro fino in fondo.
Di lui sapevamo e sappiamo molte cose: un percorso migratorio in giovane età, la sistemazione a Milano, il tentativo di buscarsi la vita, i viaggi in Senegal a trovare la moglie (sarta che confeziona vestiti da cerimonia) una figlia ormai cresciuta solo con i contatti telefonici con il papà. Poi il resto, l’arresto al rientro dal Senegal (ultima volta in cui incontra la figlia), il carcere, il lavoro in carcere, le abilità di portiere nella nascente squadra interna, la misura alternativa, il lavoro in cartiera.
In tutti questi passaggi Saliou ci è sempre sembrato leggero e un po’ immaturo nell’affrontare ogni cosa, ma forse ciascuno di noi ha bisogno di meccanismi di difesa che lo tengano vivo o almeno capace di resistere alle intemperie che continuano ad arrivare.
E quindi va così: tra un sorriso e un accenno alla fatica, Saliou ci confida che l’esito finale del lavoro, del posto letto e del documento non sta andando bene e vive un po’ rannicchiato sotto i portici a Busto Arsizio. Telefonate faticose o talvolta senza risposta fino alla fine del mese di settembre, quando la comunicazione è forte, chiara e spiazzante: Saliou è stato portato al CPR di Milano. La ragione è vaga, il racconto poco dettagliato, ma forse non deve nemmeno interessarci il prima o il dopo, quanto la condizione attuale, dettata solo da fatica e paura.
Saliou, come molti altri, ci dice che è peggio del carcere, che “c’è casino”, che non c’è niente da fare. L’avvocato ci chiama con la sola richiesta di un documento di ospitalità e con una storia un po’ stramba di Saliou, che forse si è lasciato andare a ipotesi di uscita dal CPR legate a possibili dimensioni famigliari da noi non conosciute.
Nel tempo, il racconto nelle telefonate si fa sempre più difficile e angosciato: non sappiamo nessuna delle ragioni per cui Saliou è lì; la disperazione diventa la sola forma di protesta per lui possibile: lo sciopero della fame. Siamo sempre più preoccupati in equipe, proviamo anche a tentare una visita, motivando l’ingresso al CPR con questioni legate al percorso fatto in accoglienza, ma veniamo rimbalzati. Non abbiamo un grado di parentela, ci dicono, ma forse certi luoghi l’ente gestore preferisce non mostrarli ad occhi competenti e considerati indiscreti. A dicembre, nei giorni dello sciopero della fame e della disperazione, Saliou viene accompagnato lontano dal CPR, ma non in Senegal (che è un Paese sicuro e dove ci sono i suoi affetti): viene inviato nel nuovo centro in Albania, e questo una settimana prima di Natale.
Siamo preoccupati, ci sembra stia andando tutto male; il rientro obbligato al Paese é la sola speranza.
Il 22 dicembre Saliou ci chiama: è a Bari, è libero, ha viaggiato “sulla barca” con gli agenti che stanno andando a casa per il Natale. Saliou non conosce nulla di Bari ed è mattina presto. Gli paghiamo un biglietto per tornare e alle 22 del giorno stesso ha un posto letto.
Ma cosa è accaduto? Arrivato in Albania Saliou è stato sentito da un giudice in una videoconferenza ed è stato liberato. Ci sono voluti mesi, un viaggio di andata e ritorno in Albania, un po’ di chili in meno, un po’ di sofferenza in più, per decidere che non doveva stare nel CPR.
Saliou ora è rientrato da noi: è magro, confuso, ride con la solita ilarità poco comprensibile, l’avvocato sta provvedendo a fare richieste, documenti, appuntamenti. Lui è fermo, in attesa e senza possibilità di lavorare, inchiodato davanti a un telefono che è la porta su tutto ciò che è stato e che forse sarà. Saliou è un giovane uomo, nemmeno trentenne; il suo percorso migratorio è stato un caos, ma ora è fermo, in attesa che la Questura dia appuntamenti, risposte, conferme di allontanamento o chissà cosa. Deve solo aspettare e sognare di andare altrove, forse in Europa.
Non abbiamo una soluzione per lui, ci arrabbiamo ancora ai colloqui perché Saliou non vuole sentire la sua storia raccontata per come è andata o come andrà veramente, perché a quasi trent’anni forse “ho sofferto tanto, lo sai vero?”.
La disillusione è evidente, ma vince sempre la speranza o chissà quale altra emozione o volontà di farcela.
Noi che non abbiamo soluzioni siamo stati la sola sicurezza per lui, lo siamo stati nei momenti di avvio della libertà, nelle telefonate dal CPR e nella mattina al porto di Bari, perché lì poteva aprirsi un altro scenario di fatica e ricerca di espedienti pericolosi e forse dannosi non solo per lui.
Adesso siamo affaticati perché la via d’uscita ci sembra una sola, quella di tornare a casa. Ma Saliou non ci ascolta, sorride e forse rimuove troppe cose.
Una cosa però la sappiamo: noi siamo stati la sua “sicurezza” di fronte ad un percorso che poteva essere dannoso per tanti e che non ha trovato in nessuna legge la conclusione più sensata: riportare Saliou al suo Paese, dove ora – anche secondo noi – potrebbe stare bene.