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Benvenuti nel labirinto del ricongiungimento familiare, il diritto riconosciuto dalla legge italiana agli stranieri regolarmente soggiornanti per vivere con i propri cari. Un diritto che, nella pratica, rischia però di trasformarsi in una lunga attesa fatta di documenti, requisiti e scadenze.

I numeri (che raccontano metà della storia)

In Italia vivono oggi circa 6,4 milioni di persone nate all’estero, pari a quasi l’11% della popolazione. Più di un terzo dei nuovi permessi di soggiorno concessi nel 2023 è stato rilasciato per motivi familiari.

Ma i numeri, da soli, non raccontano l’altra metà della storia: quella fatta di richieste respinte, attese che durano anni, documenti che scadono mentre si aspetta una risposta, ambasciate irreperibili, e soldi, tanti. Da dicembre 2024, la speranza di una riunione familiare immediata per tanti cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia si è infranta contro la soglia dei due anni, un’attesa legale che, nel linguaggio della burocrazia, pesa come un capitolo di vita vissuta lontano dai propri cari. Nel 2024 arriva appunto la Legge 187, che ha reso ancora più rigidi i requisiti: si deve avere una residenza di almeno due anni che sia legale e continuativa prima di poter chiedere il ricongiungimento.

Le condizioni abitative più severe e la verifica più “fisica” (superficie, numero di occupanti, in base al decreto del 5 luglio 1975) si aggiungono a rallentare esponenzialmente l’iter del ricongiungimento familiare e a rendere più arduo l’ottenimento del nulla osta, il documento che la Prefettura di competenza deve rilasciare per poter fare entrare il familiare da ricongiungere, in particolare per chi ha un lavoro precario o vive in soluzioni abitative condivise.

E quindi, come funziona davvero?

Il familiare che richiede ricongiungimento deve avere:

  • Alloggio idoneo, certificato dall’ASL o dal Comune;
  • Un reddito minimo pari almeno all’importo dell’assegno sociale (circa 7.000 € annui), maggiorato per ogni familiare da ricongiungere;
  • Un permesso di soggiorno valido e stabile.

Una volta ottenuti questi requisiti, il richiedente può presentare la domanda di nulla osta online, tramite il portale del Ministero dell’Interno. Lo Sportello Unico per l’Immigrazione valuta la richiesta, verifica i requisiti e, se tutto è in regola, rilascia il via libera.

I familiari all’estero dal canto loro devono ottenere un visto d’ingresso presso il consolato italiano del loro Paese.

Questa affermazione merita un’ampia parentesi d’analisi.

Ogni consolato richiede documenti originali, copie, traduzioni, legalizzazioni, e spesso aggiunge requisiti specifici locali, chiedono passaporto con validità minima, certificati tradotti, lettere di invito. La documentazione “minima” è già molto onerosa e, se manca un particolare, la domanda può restare bloccata. E ancora: anche se la procedura prevede 180 giorni come limite per il nulla osta, le persone aspettano un anno, un anno e mezzo.

E ancora: ci sono segnalazioni chiare in Italia riguardo a frodi sui visti per motivi lavorativi, organizzazioni criminali che intermediano procedure che dovrebbero essere invece trasparenti. Avvengono reati di “associazione a delinquere” e“falso invoicing” (documenti falsificati). Alcuni ex impiegati consolari o mediatori locali chiedono migliaia di dollari per ottenere appuntamenti o “garanzie” di visto. Nel 2024, anche la Commissione Europea ha riconosciuto che il sistema dei visti UE “è vulnerabile a traffici e intermediazioni illegali” nei Paesi senza rappresentanze ufficiali.

In sostanza: la burocrazia consolare, dove è assente o lenta, diventa terreno fertile per l’illegalità

E infine un caso emblematico: l’Afghanistan. Dopo il ritorno al potere dei talebani (agosto 2021), l’Italia, come la quasi totalità dei Paesi europei, non riconosce ufficialmente il governo talebano.
Questo significa che non esiste una normale relazione diplomatica tra Roma e Kabul, e l’Ambasciata d’Italia in Afghanistan è chiusa dal 2021. I cittadini afghani non possono recarsi fisicamente in un consolato italiano in Afghanistan (perché non esiste). Devono quindi presentare la domanda presso un consolato italiano di un Paese terzo.
Nella pratica, quasi tutte le richieste vengono dirottate verso: l’Ambasciata d’Italia a Islamabad (Pakistan) e/o, l’Ambasciata d’Italia a Teheran (Iran).

Questo implica che una famiglia afghana che voglia raggiungere un familiare in Italia deve prima riuscire a uscire legalmente dall’Afghanistan, magari con figli piccoli a carico.

Il “secondo atto”: E se va bene?

Dopo che il familiare ha:

  • Prenotato un appuntamento presso l’Ambasciata o il Consolato italiano competente (quello del Paese di residenza o, se non esiste, di un Paese terzo, come abbiamo visto per l’Afghanistan)
  • Si è presentato di persona con: passaporto valido, copia del nulla osta, certificati matrimoniali e di nascita, ovviamente tradotti e legalizzati

Viene rilasciato il visto, che ha validità di un anno, che consente l’ingresso in Italia e la successiva richiesta del permesso di soggiorno. A quel punto il familiare può organizzare il viaggio verso l’Italia.

Un rapporto Del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, specifica che fra 1° luglio e 31 dicembre 2024 sono state avviate 52 nuove procedure di ricongiungimento familiare (incoming) per minori stranieri non accompagnati (MSNA).

Secondo l’Istat, nel 2024 i permessi rilasciati per motivi familiari ai cittadini non-UE sono diminuiti del 18,8% rispetto al 2023. Tuttavia, non esistono ancora statistiche pubbliche complete che mostrino quante domande di ricongiungimento siano state presentate o conclusive nel 2024-2025.

Molti studi sull’immigrazione lo confermano: la separazione familiare rallenta l’integrazione. Il lavoratore che vive da solo è più fragile, più isolato.
I figli che crescono senza un genitore vedono spezzarsi il legame affettivo e culturale che dovrebbe aiutarli, un giorno, a integrarsi in un nuovo Paese.
È una ferita invisibile, che non si rimargina con un timbro sulla carta.

In sintesi: Il ricongiungimento familiare non è solo una procedura amministrativa. È la misura più concreta di quanto un Paese creda davvero nell’integrazione.
Perché nessun progetto migratorio può dirsi compiuto finché una famiglia resta divisa da un confine.

Debora Campanile