In un laboratorio svolto nell’ambito del progetto Custodi-Amo, in una scuola secondaria di primo grado a Busto Arsizio, è emersa la grande ferita dei pre adolescenti.
Il progetto ruotava intorno al tema del “filmaking”: i ragazzi avevano l’obiettivo di costruire un cortometraggio da cui far emergere il loro pensiero sul mondo, sull’altro.
Una grande domanda per ragazzi di terza media che cercano di trovare il loro posto nel mondo.
Un grande quesito per tutti quei ragazzi che a poco a poco si fanno avanti in una società che non sempre riconoscono come amica.
Suddivisi in gruppi e guidati da me, abbiamo provato a far venire alla luce questi pensieri, a volte fra le righe on in sottofondo, altre volte a voce alta e limpidi.
Marzia irrompe nel silenzio di quel momento con una voce bassa e soffusa “in alcune scuole i ragazzi fanno casino e non trattano bene le altre persone. Fanno rumore. Impediscono di vivere come desideriamo.” Potente, una rivelazione chiara, decisa, presente sempre di più in contesti scolastici e non solo. Prosegue allora Laura, agganciandosi a quanto appena detto dalla compagna: “vorrei chiedere a queste persone perché lo fanno, perché fanno male agli altri”.
Intervengo adattando la mia voce al loro tono, provando a scavare più a fondo nelle loro emozioni.
“Mi sento arrabbiata” dice Marzia e lì Edoardo si inserisce e aggiunge “non capisco nemmeno perché si deve subire e perché le persone fanno del male.”
Iniziano a distendersi e continuano il discorso fra loro, domandando il perché della presenza del male del mondo, perché ci sia la criminalità, perché si uccide.
Si è sbloccato qualcosa, tutto sta seguendo un’onda chiara, quello del loro animo ferito, ferite di un mondo che immaginavano diverso e con cui stanno iniziando a fare i conti. Ferite di empatia per quelle persone che vivono continuamente situazioni di sottomissione, di libertà limitata da altri, di poco riconoscimento.
Tra quei volti traspare amarezza.
Luigi aggiunge “perchè si giudica senza conoscere? Perché esiste così tanto odio?”
E in un attimo mi ritrovo con domande di senso che scavano anche dentro a noi adulti, e creano altre domande, ma soprattutto mi è chiara la consapevolezza e la saggezza di questi ragazzi. Mi appare lampante che vale la pena ascoltare, che vale la pena lasciare uno spazio per loro, per queste riflessioni che ci ricordano il nostro ruolo di adulti in questa società.
Queste persone fanno “rumore” come ci dice bene Marzia, un rumore assordante che entra nella mente, nel corpo e prende la forma di paura e di rabbia.
Come trasformare tutto questo in un cortometraggio? Grazie all’esperto in riprese di cinema, tra imbarazzo e tentativi, in una location particolare (il bagno) i ragazzi hanno provato ad esprimere quello che sentivano. Lo sguardo dei ragazzi appoggiato al mio, mentre l’operatore filmava, è stato l’atto di maggior fiducia che potessero esprimermi, oltre alle condivisioni.
Ringrazio i ragazzi che ci insegnano ogni giorno come poter dar voce alle paure e alle perplessità di ognuno di noi, insegnandocelo nel modo più puro che conoscono.
Elisabetta Beatrice Bianchi