“7000 caffè” così cantava Alex Britti in una sua celeberrima canzone. Acqua bisognosa di caffè per dire il bisogno di relazione di ciascuno, in quella canzone dal classico stile sanremese il bisogno di amore. Chi può dire di non aver bisogno di essere amato? Diciamoci la verità, nessuno lo affermerebbe. Quanti però di noi potrebbero dire lo stesso di un altro bisogno che per le persone con disabilità si tramuta in desiderio: l’inclusione. Ma cosa c’entra il caffè con l’inclusione?
Nella storia di Lara vuole dire qualcosa. Lara è una donna di quasi 50 anni con Trisomia 21, meglio conosciuta come sindrome di Down. Il suo è un percorso comune a molte persone con disabilità, soprattutto intellettiva. Vive con la famiglia, in particolare con la madre che ad un certo punto non si sente più in grado di seguirla anche se ha sempre educato la figlia ad una grande autonomia, ma soprattutto Lara, (e qui non c’entra il suo essere persona con disabilità,) soffre di diabete tipo 1, malattia di cui patiscono a livello nazionale circa 300.000 persone. Si tratta di trovare a questo punto un luogo di vita che promuova autonomia, ma sia capace di supportare Lara anche dal punto di vista assistenziale.
Inizia da qui la storia di Lara con Casa Simona, il servizio residenziale rivolto a persone con disabilità che Intrecci segue da più di 10 anni.
Ma allora questo caffè? Adesso ci arriviamo, sta salendo lentamente. Lara deve affrontare alcuni passaggi di vita: il Covid, la morte della mamma, la fatica di frequentare il suo CSE a cui è affezionata, la frustrazione di non trovare un compagno di vita. Insomma, tante perdite che trasformano Lara, la chiudono, la limitano nella sua espressione. È ancora Lara? Dov’è la Lara di prima? Che Lara è quella di adesso? Ha fatto capolino la crisi che caratterizza tutte le persone “di una certa età”, neuro tipiche o neuro divergenti che siano.
Ma è proprio davanti ad un caffè preso insieme al bar che Lara trova la soluzione: “Voglio fare la cameriera”. Sembra che la madre abbia fatto questo lavoro, non ne siamo proprio sicuri, ma non importa.
Si tratta ora di capire dove e come dare forma a questo desiderio d’inclusione.
Un incontro ci offre una possibile soluzione. A Cesate esiste un progetto interessante: in uno spazio comunale, adiacente alla biblioteca, si trova il bar “Tra le righe caffè”.
Lo hanno promosso e lo gestiscono Elena e Roberto, dell’Associazione Una casa per Daniel, con il sogno di poter avviare un progetto “Dopo di noi” per permettere a loro figlio ed ad altri amici o compagni di vita di vivere insieme in autonomia.
Lara accompagnata dalla nostra educatrice Maria Luisa, incontra Elena e Roberto. Nasce subito una simpatia reciproca. Ecco l’idea: una mattina alla settimana Lara verrà al bar Tra le righe cafè ed aiuterà a prendere gli ordini, a portare ai clienti quanto richiesto, sparecchierà, farà il caffè ed anche il capuccino. Siamo tutti d’accordo: Lara in primo luogo, Elena e Roberto, l’Amministratrice di sostegno, l’assistente scoiale e la cooperativa.
Sono passati sei mesi da quel primo incontro. Ormai molti clienti, quando vedono che c’è Lara, chiedono che il caffè lo prepari lei, i tempi di attesa sono un po’ più lunghi, ma non importa, l’importante è che il caffè arrivi sempre caldo. Quando serve il caffè, il cappuccino o il bianchino, fra i clienti si diffonde il sorriso e spontaneamente le fanno i complimenti, anche se Lara non sta facendo nulla di straordinario, sta semplicemente dando il suo contributo alla comunità, come dovrebbero fare tutti. A volte le persone sono più pensierose. Qualche settimana fa, è venuto al bar un abituè a cui, però, la sera prima era morto il fratello. Lara ha accompagnato il suo caffè con un cuoricino, fatto da lei e che d’ora in poi accompagnerà ogni caffè da lei servito. Il cliente ha apprezzato moltissimo questo gesto di attenzione. Anche Lara ha dei fratelli, ma non si sa bene dove siano, magari un giorno se li troverà davanti al bar. Ad una ragazza accigliata con la testa bassa sul proprio smarthphone, Lara ha strappato un sorriso, ricordandole così che è importante guardare negli occhi le persone.
La cosa più bella di tutta questa esperienza d’inclusione, è che Lara crede molto nel suo compito, anche se solo di un paio d’ore a settimana. Al mattino, si prepara con precisione per uscire, sempre ben pettinata e profumata ed è contenta se qualcuno lo nota. In questo suo servizio, percepisce il suo ruolo sociale e si sente riconosciuta come persona, come donna. Quando va a fare un giro con l’educatrice o con un operatore, alle persone che incontra dice subito che è una barista e poi le invita al bar, dicendo per filo e per segno dove si trova. Lo fa con tutti e secondo noi ha anche un vero talento da promoter.
Questa esperienza ci testimonia che la partecipazione è la via giusta per generare inclusione. Nel servire un semplice caffè, Lara tira fuori il meglio di sé e degli altri e nel suo raccontarsi con orgoglio afferma che nella comunità e nella società c’è anche lei. Non sappiamo quanto durerà il percorso di Lara, per ora l’importante è che risponda ai suoi desideri ed alle sue capacità.
Prendiamoci allora questi “7000 caffè”, non tutti insieme, non in una notte intera, ma uno alla volta, seduti al banco o su un tavolino del Tra le righe Cafè, sentendone il profumo ed assaggiandolo lentamente.
Rallentiamo un po’. Lasciamo che ce lo porti Lara, una persona fra le altre, ringraziamoci reciprocamente. Se per qualche motivo quel caffè non ci piacesse, diciamolo con gentile franchezza. Ne farà un altro, ma voi poi pagate il conto. È il giusto conto dell’inclusione.
Danilo Giansanti