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Mentre l’entusiasmo per le Olimpiadi Invernali inizia a farsi sentire e Malpensa si prepara a diventare la porta d’ingresso principale per migliaia di atleti e turisti, tra i corridoi dell’aeroporto esiste una realtà che spesso stride con l’immagine di perfezione e velocità che i grandi eventi richiedono. Qui, dove il mondo corre, c’è chi si è fermato perché non ha più un posto dove tornare. È in questo contesto che Intrecci, insieme a Caritas Ambrosiana –capofila- e ASST Valle Olona –partner-, opera con il progetto “Area (ri)partenze”.
Il progetto è finanziato da Regione Lombardia e vede tra gli attori coinvolti, oltre ai partner sopra citati, SEA, Polizia di Stato, ENAC e Prefettura di Varese.

Spesso, proprio in vista di grandi appuntamenti internazionali, il dibattito pubblico si accende sul tema del “decoro”, trasformando le persone in difficoltà, in elementi di disturbo da allontanare. Come cooperativa sentiamo il dovere di ribadire che la povertà (economica, abitativa, sanitaria, sociale) non è un problema di estetica, ma di diritti. L’obiettivo del nostro progetto non è mai stato quello di “liberare” l’aeroporto dalle persone senza dimora — un obiettivo illusorio che nega la natura stessa del fenomeno — ma quello di agganciare chi soffre per ricostruire ponti di fiducia e offrire alternative concrete.

Dobbiamo dircelo con onestà: lo stigma che colpisce chi vive in strada è spesso più pesante della fame o del freddo. È lo sguardo di chi vede nel disagio una colpa o un degrado visivo da rimuovere, dimenticando che dietro ogni coperta stesa in un angolo c’è una biografia fatta di inciampi e fatiche. L’ordine e il decoro di una società non si misurano da quanto bene si riesce a nascondere le proprie fragilità sotto il tappeto, ma da quanto spazio si concede alla dignità di chi è rimasto indietro. Combattere lo stigma significa smettere di guardare a queste persone come a una “macchia” sul prestigio dello scalo e iniziare a vederle come cittadini che hanno bisogno di una mano tesa.

Il progetto “Area (ri)partenze” non sarebbe possibile senza lo straordinario impegno di colleghe e colleghi impegnati sul campo. Stanno svolgendo un lavoro incredibile in un ambiente estremamente complesso: operare in un aeroporto significa confrontarsi ogni giorno con ritmi frenetici, spazi dispersivi e la fatica di costruire una relazione in un luogo nato per il transito e non per la sosta. Nonostante le difficoltà ambientali e la delicatezza psicologica di questa attività, la loro professionalità e la loro umanità sono il vero motore del progetto, la presenza costante che trasforma uno scalo freddo in un luogo di ascolto.

I risultati di questo impegno silenzioso e paziente sono la nostra risposta più forte: grazie al lavoro di rete con i partner di progetto, con Croce Rossa Gallarate e City Angels, e grazie soprattutto alla collaborazione e all’aiuto di Caritas Ambrosiana, sono già una quindicina le persone che hanno lasciato l’aeroporto per trovare accoglienza e protezione in strutture dedicate sul territorio. Alcune di queste vivevano in aeroporto da anni, con situazioni molto compromesse da molti punti di vista, ma sono riuscite a ripartire. Certamente molto rimane ancora da fare, ma la soddisfazione di vedere alcuni percorsi arrivare positivamente ad un compimento è il migliore degli stimoli per andare avanti.

Mentre il mondo si prepara a celebrare i valori olimpici, noi continueremo a presidiare questo luogo, convinti che nessuna “ripartenza” sia possibile se prima non riconosciamo, in ogni volto che incrociamo tra i gate, la medesima, inviolabile dignità umana.