La quarantena è stata, ed è tuttora, per le persone residenti e i lavoratori della comunità per disabili “Casa Simona”, un lungo ponte tibetano da attraversare, con la differenza che in alta montagna la vertigine dell’attraversamento è compensata dalla bellezza del paesaggio. Il compito di noi operatori è ora quello di prenderci cura della speranza degli ospiti, perché dall’altra parte del ponte c’è sempre un’altra sponda e l’imbuto ha sempre un’uscita, seppur stretta. Facendo così si rialimenta anche la nostra speranza che l’orologio riparta, segnando per tutti la stessa ora, rallentando magari un po’ per non lasciare indietro nessuno.

L’imprevedibilità dell’esperienza pandemica, la novità sperimentata da tutti e la difficoltà di capire come comportarsi hanno reso l’inizio del percorso di attraversamento decisamente tormentato. Prepararsi ed essere pronti ad intervenire in caso di emergenza sono disposizioni che fanno parte del DNA di un servizio sociosanitario come Casa Simona, ma una situazione come quella legata alla diffusione del COVID-19 forse pochi nel mondo potevano immaginarsela.

Durante questi 4 mesi di tempo sospeso la difficoltà di scelta per l’equipe è stata una costante, così come lo è ora il cercare di superare il senso di alienazione e spaesamento che questo percorso ha generato in molti di noi, a partire dai nostri ospiti.

La vita di tutti si è improvvisamente ristretta, come in un imbuto. Le persone che abitano Casa Simona, si sono trovate improvvisamente fra le mani una vita smontata in singoli pezzi, facendo così perdere il senso del tutto. Dall’oggi al domani, non si è stati più padroni del proprio del tempo e del proprio spazio e la paura è diventata la regista delle vite di molti. A tratti, la frustrazione ha preso il sopravvento, aggravata dal forte bisogno di routine delle persone disabili che ospitiamo. Incontrare le persone care o frequentare i centri diurni, partecipare agli allenamenti di judo, dipingere o lavorare, uscire per andare al bar od aiutare l’educatrice nel fare la spesa sono esperienze che sono mancate moltissimo, perché anche nella fragilità si può apprendere nel quotidiano a “farsi persona”.

Un giorno però ci siamo accorti che l’orologio nel salone di Casa Simona si era fermato. Presi dalle cose da fare, dalla preoccupazione per la gestione della quotidianità non ci eravamo resi conto come operatori che il tempo si era fermato anche per noi. Paradossalmente, quell’orologio in apparenza inerte svolgeva ancora la sua funzione, misurando però un tempo interiore, uno stato d’animo, restituendoci un’istantanea: tutti “nasciamo fragili”, indipendentemente dalla presenza o meno di una disabilità.

Abbiamo allora deciso di alzare la testa, riallineare le lancette e far ripartire l’orologio. Riappropriandoci del tempo, si sono illuminate anche le tante esperienze positive vissute in queste settimane: le attività on line proposte dagli educatori dei vari centri frequentati dai nostri ospiti, le chiamate con i parenti e gli amici, i pranzi in compagnia fra ospiti ed operatori pur mantenendo le distanze, le letture ad alta voce dei libri preferiti, la sistemazione della spesa settimanale. Anche le prese in giro, le risate frammiste a qualche conflitto e qualche lacrima.

Per riappropriarsi un po’ di sé, del proprio corpo, del proprio territorio abbiamo ricominciato poi a fare qualche passeggiata esterna nel quartiere, intorno all’isolato, nel parco vicino. Pochi e semplici movimenti, in cui i nostri amici di Casa Simona possono intravvedere un ritorno ad una normalità che ci auguriamo maggiormente attenta ai bisogni e desideri delle persone disabili.

Una cosa però va detta: nonostante molti degli ospiti di Casa Simona siano stati parzialmente in grado di comprendere che cosa sia successo in questo periodo in loro ed intorno a loro, comunque meritano la nostra stima per come sono riusciti e riescono a sopportare la fatica del distanziamento sociale e relazionale.

Il compito di noi operatori è ora quello di prenderci cura della loro speranza perché dall’altra parte del ponte c’è sempre un’altra sponda e l’imbuto ha sempre un’uscita, seppur stretta.

Facendo così si rialimenta anche la nostra speranza che l’orologio riparta, segnando per tutti la stessa ora, rallentando magari un po’ per non lasciare indietro nessuno.

Gilda Brizzi
Danilo Giansanti

Info: casasimona@coopintrecci.it