Il 30 Giugno si è conclusa, dopo 4 anni, l’esperienza di accoglienza nella comunità di Cassano Magnago. Abbiamo voluto chiedere a Maria Donata Centemeri, la responsabile dei volontari, di raccontarci questo viaggio, rispondendo a quattro domande su questa esperienza di accoglienza, con i CAS prima e con i corridoi umanitari adesso. In quattro risposte troviamo il racconto, i ricordi, le fatiche e le cose belle che sono successe in questi anni.

Il volontariato è la base di molti dei nostri progetti, ci racconti come sei stata coinvolta in questo percorso di accoglienza?

Da poco avevo lasciato il lavoro per andare in pensione ed ho dato la mia disponibilità di tempo per attività sociali al Parroco. Don Gabriele, su invito del Papa, aveva dato disponibilità di un alloggio della Parrocchia ad una cooperativa che seguiva i migranti, moltissimi sbarcati nel nostro Paese nel 2015. E qui inizia la mia avventura: mi viene offerto di seguire quattro migranti che la cooperativa ospitava in un centro collettivo ed aveva necessità di trasferire in ospitalità diffusa: ragazzi presenti da tempo e idonei a vivere da soli in una piccola comunità. Un’esperienza per me nuova avendo una precedente esperienza lavorativa in ospedale come medico. La mia domanda era: sarò capace di organizzare dei ragazzi con abitudini differenti dai nostri figli e che scoprono un mondo nuovo? Ho accettato la sfida.

Poi si sono attivati i corridoi umanitari. Come valuti il progetto? E’ stato utile, ha avuto un senso particolare per te o per la comunità?

Penso che i corridoi umanitari siano una bella esperienza, prima di tutto per i ragazzi che non rischiano la propria vita nell’allontanarsi dai propri Paesi e soprattutto non schiavi di malfattori. Hanno un punto di appoggio già organizzato prima della loro partenza e sono preparati a quello a cui vanno incontro.

Sono quasi certi di un permesso di soggiorno per cinque anni. Per me è stata molto utile questa esperienza con loro, sono ritornata a fare la mamma forse anche di più che con i miei figli. Purtroppo per la comunità sono passati un po’ inosservati, in quanto, nonostante gli inviti e gli stimoli da parte dei loro coetanei oratoriani, hanno sempre avuto la tendenza a rimanere tra loro, pur essendo di fede cristiana.

Quali sono le difficoltà incontrate, dentro e fuori la comunità?

La prima difficoltà incontrata è il comunicare. I primi ragazzi avevano trascorso già un anno nei luoghi comuni per l’accoglienza per cui già parlavano e capivano un italiano elementare che é migliorato con la

frequentazione scolastica. Per quanto riguarda i ragazzi giunti con i corridoi umanitari il problema si è acuito. Per fortuna qualcuno del gruppo conosceva un po’ di inglese ed all’inizio la comunicazione avveniva con questa lingua. Purtroppo qualcuno doveva fare da interprete per quelli che parlavano solo tigrino (eritrei) o il bambarà (Mali). Molto pochi si sono integrati con la comunità. La cosa che più mi ha deluso è stato lasciarci senza mai esprimere un’intenzione di progetto e senza salutare. Forse ho fallito con l’accoglienza? Ho soddisfatto solo i loro bisogni materiali? Avevano necessità d’altro e non l’ho capito?

Quali sono invece i ricordi belli che ti porti dietro dopo questa esperienza?

L’esperienza più bella è stata la completa integrazione nella comunità di uno dei primi ragazzi, un maliano. Sempre disponibile con tutti, molto intelligente e bravo a scuola. E’ riuscito a presentarsi all’esame di licenza media superandolo con ottimi voti.

E’ stato aiutato dalla comunità parrocchiale a trovare un lavoro a tempo indeterminato ed un alloggio con affitto calmierato che paga con regolarità. Mantiene ottimi rapporti con tutti.

Questa è stata la nostra vera soddisfazione: abbiamo insegnato ad un ragazzo in difficoltà a volare da solo.

Intervista a cura di Federica Di Donato

Info: a.agradi@coopintrecci.it