Il 20 Giugno è stata la giornata mondiale del rifugiato. Ci è mancato molto quest’anno condividere questo momento con i nostri beneficiari, con i volontari e con tutte le persone che lavorano e gravitano dentro e intorno ai nostri centri di accoglienza.

Così abbiamo deciso di non lasciar passare questo giorno senza nemmeno un pensiero dedicato a chi, fuggendo da casa, viene in Italia alla ricerca di una vita migliore.

È un viaggio lungo, che parte da molto lontano: nel 1988 atterra a Fiumicino un sudafricano, Jerry Masslo, sprovvisto di passaporto e avanza una richiesta d’asilo. In quegli anni in Italia il diritto d’asilo, pur essendo garantito dall’art. 10 della Costituzione, ha importanti limitazioni, tra cui la riserva geografica, per la quale solo ai profughi proveniente dall’Est Europa è riconosciuto lo status di rifugiato. Lo attende un limbo giuridico che lo porterà, per sopravvivere, a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori in Campania. Qui troverà la morte in circostanze tragiche. Sulla scia di questo evento venne promulgata la Legge Martelli che ampliava la disciplina e le procedure di riconoscimento.

Sono passati 30 anni, il diritto d’asilo in Italia nel tempo ha visto un peggioramento, la politica ha cavalcato il tema creando un clima ostile. Nelle campagne la situazione si è fatta ancora più drammatica, si sono creati veri e propri ghetti dove i diritti sono sospesi.

Il nostro pensiero per la giornata del rifugiato va a tutti i coloro che devono difendere anche qui la loro dignità.

Partendo dal 1988 arriviamo ad oggi, alle parole, all’origine delle parole. Parole che spesso vengono con-fuse, ammassate, usate in modo improprio e in un attimo tutti gli stranieri diventano rifugiati o richiedenti asilo dentro ad un grande luogo comune che a fatica cerchiamo di sfatare.

Rifugiato: colui che cerca rifugio.

Rifugio: deriva dal latino “Refugium” composto da RE “indietro” e FUGERE “fuggire” in un luogo sicuro.

La radice della parola ci aiuta a scendere nel significato più profondo del termine e della sua essenza, quel RE posto davanti al FUGERE indica la complessità e l’interezza del mondo che rimane indietro, che viene materialmente abbandonato ma che continua a permanere all’interno del proprio essere. Quel mondo unitario che chiede di mantenere le sue radici ma al tempo stesso di rimodularsi, riadattarsi, rimescolarsi in un nuovo terreno.

C’è anche chi vive questa giornata in un momento molto particolare per il servizio dove lavora, un servi-zio che sta per chiudere dopo un anno vissuto insieme, a stretto contatto, con un gruppo di ragazzi arri-vati insieme in Italia, partiti insieme dalla Libia o addirittura dal paese di origine, insomma un gruppo di persone coeso che durante quest’ultimo anno è rimasto sempre lo stesso. Questo ha aiutato la conoscenza reciproca e ha fatto sentire tutti una piccola comunità unita (anche durante i mesi difficili del lock-down) ed ha aiutato a vivere quello che è il senso profondo del nostro lavoro di accoglienza.

Ovviamente il periodo storico che stiamo attraversando non ci ha scoraggiato e abbiamo continuato a lavorare sui nostri servizi con la stessa passione di sempre; certo, forse con qualche paura in più, ma siamo coscienti che lo sguardo verso l’altro è la porta che ogni giorno, sempre, dobbiamo attraversare per usci-re dal baratro dell’ignoranza e dall’egoismo. E quindi sì: siamo rimasti aperti anche a porte chiuse.

Noi crediamo di avere un grande privilegio nel lavoro che facciamo: quando sentiamo parlare di immigra-ti, di migranti, di profughi, non abbiamo in mente una massa indistinta di persone ma pensiamo a Keita, Fabrice, Rahim, Wassiou, Ziidin… A persone che hanno dei nomi, dei volti, delle storie. Persone che non si sono volatilizzate in questo periodo “sospeso” ma, anzi, hanno visto il loro carico di sofferenza ancora più pesante perchè si sono interrotti i percorsi di integrazione che insieme avevamo intrapreso.

In alcuni servizi abbiamo continuato ad incontrarli di persona, in altri solo in videochiamata, un po’ come è successo con i nostri familiari: con qualcuno abbiamo convissuto, con altri abbiamo parlato a distanza. Ma abbiamo continuato a vivere questa esperienza dell’incontro con l’altro, che è il privilegio che connota il nostro lavoro e di cui neanche durante un lockdown e una pandemia a livello mondiale possiamo fare a meno.

In questa Giornata mondiale del rifugiato ripensiamo dunque a tutti i nostri beneficiari, quelli passati, quelli presenti e quelli futuri, sperando nel meglio per ciascuno di loro. Con una certezza: noi saremo sempre qui, a lavorare al loro fianco, nonostante tutto quello che ci accade intorno.

E con un augurio, per loro e per noi:
“Vedrai che andrà bene
Andrà tutto bene
Tu devi solo smetterla di gridare
E raccontare il mondo con parole nuove
Supplicando chi viene dal mare
Di tracciare di nuovo il confine fra il bene ed il male
Se c’è ancora davvero un confine fra il bene ed il male”
(Brunori Sas- Al di là dell’amore)

A cura di Federica Di Donato
Con i contributi di: Monica, Dario, Chiara O., Aurora, Dafne.

Info: m.minessi@coopintrecci.it