Dialogo con Wassiou, ospite di un Centro d’accoglienza straordinario, e con Sarah, operatrice dell’accoglienza.

Uno dei temi dell’agenda in queste settimane è stato quello della libertà di culto; ci si è chiesti come garantire questo diritto a chi crede e ha bisogno di momenti di preghiera e di riunione con la propria comunità.
Come noi cattolici siamo stati impossibilitati a celebrare feste fondamentali (è stato così per la Pasqua), così anche i musulmani hanno affrontato il periodo più importante dell’anno, quello del Ramadan, senza accedere alle moschee e ai luoghi di culto.Così ho chiesto a Wassiou, ospite di un progetto CAS, di raccontarmi un po’ le sue impressioni, le sue sensazioni su come abbia vissuto queste settimane.

Siamo partiti dal capire cosa sia il Ramadan per un musulmano e lui mi ha risposto, molto semplicemente, che è un mese santo, una pratica religiosa che ha come obiettivo quello di far sì che le persone possano porsi più vicine a Dio nella preghiera e nell’ascolto della predicazione quotidiana.
Wassiou mi racconta poi che per lui è tutto molto complicato, da quando lavora. Il digiuno dura dall’alba al tramonto e la preghiera è scandita da richiami in orari molto precisi, che spesso coincidono con momenti di lavoro. Per questo lui ha scelto di raggruppare questi tempi di preghiera alla fine del suo turno, non riuscendo a fermarsi ogni volta che sarebbe richiesto dal richiamo.
“E’ complicato, ma lo faccio volentieri, perché è la mia scelta di fede”.

E queste parole inevitabilmente si riallacciano a me, alla mia situazione personale di credente che non ha potuto professare la sua fede secondo i precetti e allora gli chiedo come si è organizzato, visto che non ha potuto seguire la predicazione quotidiana. Gli spiego che io ad esempio ho potuto seguire la messa on line, o in tv e lui mi risponde che anche per lui è stato più o meno così: ci sono stati degli amici e dei parenti che gli hanno inviato video di predicazioni su whatsapp che lui ha ascoltato e meditato da solo.

Allora mi sorge spontaneo chiedergli se ha sentito di santificare questo periodo pur non potendo fare tutto quello che avrebbe dovuto o voluto e mi dice che in fondo la preghiera che fa a casa non è molto diversa da quella che avrebbe fatto in moschea e che la sola differenza è che è solo e non può condividere la preghiera con gli altri. “L’importante della Moschea è il numero delle persone” mi dice, e anche qui non riesco a non pensare al fatto che siamo così simili. Anche a me manca quello, manca la condivisione della preghiera, il riunirsi nello stesso luogo per santificare la festa e farlo insieme.

Finita questa conversazione su WA decido di coinvolgere nella riflessione anche Sarah, una delle mie colleghe, anche lei musulmana e anche lei in Ramadan che mi racconta il suo punto di vista così:
“Sicuramente è stato un Ramadan diverso rispetto agli altri anni, per i musulmani questo periodo è dedicato a Dio, ma è anche il momento della condivisione. Rompere il digiuno con parenti o amici, pregare insieme in moschea, riunirsi per riflettere sulla religione e infine festeggiare tutti insieme, ma quest’anno tutto questo non è stato possibile. Abbiamo avuto la possibilità, però, di concentrarci di più su noi stessi e sulla nostra spiritualità. Riscoprire le cose essenziali e imparare di più su noi stessi e sulla nostra religione. Molti mi chiedono come faccia a digiunare, mantenendo un ritmo di vita normale: è forza di volontà, ma soprattutto è fede”.

Ramadan è finito il 24 Maggio. Non c’è stata la possibilità di festeggiare la fine di questo periodo così importante tutti insieme. La scelta è stata dettata dal senso di responsabilità, perché aprire la celebrazione ad un numero così alto di persone sarebbe stato ancora pericoloso, ma non è mancata la gioia della festa con la famiglia e con gli amici (pochi, e a distanza di sicurezza).

Nel mio piccolo io invece domenica sono riuscita a partecipare alla celebrazione della Messa. E’ stato emozionante, in una chiesa molto diversa da come ero abituata a vederla, ma con gli occhi che sorridevano sopra le mascherine.

Una preghiera è andata ai fratelli musulmani che interrompevano il loro digiuno e mi sono detta che spesso, troppe volte parlando di religione ci soffermiamo a raccontarne le differenze, senza renderci conto di quante invece sono le cose che ci accomunano.

Speriamo quindi di tornare tutti, con gioia, a professare la nostra fede, finalmente INSIEME!

Federica Di Donato
f.didonato@coopintrecci.it