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Carrello, scaffali, corsie, cassa. Scontrino finale. Se ci conducessero qui dentro a occhi bendati, non riusciremmo bene a capire dove siamo esattamente: un negozio come gli altri, tutto sommato. Un piccolo market come ce ne sono tanti in ogni centro urbano d’Italia. E in effetti, davvero difficile rintracciare qualche differenza, a parte il fatto che i clienti pagano sempre con la stessa card, senza mettere mai mano a nessuna carta di credito. Impossibile trovare traccia di banconote o monete. Perché qui, all’Emporio della solidarietà, si paga solo con un meccanismo un po’ bizzarro: attraverso i punti. Proprio questa è l’unica grande differenza che un occhio attento può trovare: davanti a ogni singolo prodotto c’è il classico cartellino, ma non indica il prezzo. Solo un valore in punti. Ogni famiglia che qui fa la spesa, infatti, ha una dotazione mensile di punti determinata sulla base della numerosità. Ci vengono persone che a un certo punto si sono trovate in difficoltà economiche e che hanno avuto bisogno di una integrazione al reddito, sotto forma di una spesa periodica gratuita. Non pacchi alimentari, nemmeno buoni spesa; ma quattro mura in cui poter venire ogni settimana e trovare, oltre ai generi alimentari e per l’igiene, anche qualche punto di riferimento per il loro cammino.

Antonella da quasi un anno viene in questo social market per effettuare una parte della propria spesa settimanale. Come tante famiglie, anche la sua è stata colpita in maniera dura dal Covid e dalla crisi economica e sociale che ne è seguita. Quarantadue anni, da venti operaia in un’azienda metalmeccanica della cintura metropolitana milanese. Un marito, Marco, anch’esso operaio e due figli piccoli, oggi due e quattro anni.

Nel settembre 2020 arriva il momento del rientro al lavoro dopo la nascita di Stefano, il figlio più piccolo. La famiglia di Antonella naviga già in acque agitate: il marito, quarantacinque anni, ha da poco perso il lavoro perché la sua azienda è stata delocalizzata. E quando il principale la convoca in sede, Antonella teme che le notizie possano essere le peggiori; in fondo si tratta di un’impresa a conduzione familiare con solo due dipendenti…

Invece la comunicazione è solo parzialmente negativa: poiché le materie prime che provengono dall’Asia giungono in Italia col contagocce, le lavorazioni vanno a rilento e l’azienda ha deciso di mettere Antonella in cassa integrazione a zero ore. Ci rimarrà per un anno, fino alla fine d’agosto dell’anno successivo.

D’accordo, il colpo non è di quelli che ti mandano completamente al tappeto, ma mentre Antonella mi racconta di quel settembre che appare così lontano, non riesco a non pensare a come avrei tremato io, al suo posto: una coppia praticamente senza lavoro, con due figli piccoli e tutti i costi che ci si deve sobbarcare per la propria sopravvivenza quotidiana.

E invece Antonella, di fronte a me, ha sì la faccia compunta e un poco contratta, ma racconta la sua vicenda familiare con un tono tranquillo; ogni tanto deve badare ai due figli che richiedono la sua attenzione, ma il filo non lo perde. Traspira una serenità che mi colpisce. Gliene chiedo conto: ma non avete avuto paura in quelle settimane?

Antonella si ferma un attimo, ma per tutta risposta sfodera un largo sorriso che non ti aspetteresti. “Ma se ci abbattiamo, che strada possiamo prendere? A cosa serve?” – mi fa senza troppi giri di parole – “se ti rinchiudi a casa e non ti dai da fare, non puoi andare avanti. Con mio marito, in quei primi giorni di cassa integrazione, ci siamo detti che ce la siamo sempre cavata e avremmo risolto anche questa volta. Dovevamo avere fiducia”.

E’ proprio quello che hanno fatto. Marco ha cominciato a frequentare corsi per riqualificarsi, si è dato da fare presso centri per l’impiego e agenzie di somministrazione. E nel frattempo ha portato a casa il patentino per il muletto. Lei, senza pensarci su troppo, ha cominciato a raccogliere informazioni sui possibili aiuti. Forte di un’esperienza familiare pregressa, ha cercato subito un punto di riferimento nella Caritas della sua cittadina; lì ha trovato Alberta, una volontaria che sente ancora oggi ogni settimana, “giusto per aggiornarla sulla situazione”. All’inizio ci sono stati solo contatti telefonici, perché il Centro di ascolto è rimasto chiuso a lungo, successivamente si sono incontrate di persona. Alberta fornisce ad Antonella tutte le informazioni per costruire un vero carnet di strumenti. Prima i buoni spesa, poi l’Emporio della solidarietà; qualche bonus pubblico creato ad hoc per il Covid, il Fondo S.Giuseppe promosso dalla Diocesi Ambrosiana per le famiglie che hanno perso il lavoro.

Antonella, lo si capisce bene dal suo racconto, non ha avuto paura di chiedere. E non ha nessuna vergogna o pudore a ricercare quello che può trainarla fuori dalle difficoltà: “No, è inutile farsi prendere dalla vergogna; mi sono detta: oggi ho bisogno io, domani avrà bisogno qualcun altro. Non ha senso farsi dei problemi inutili”.

Francesca, una delle operatrici che l’hanno accompagnata in questi mesi, mi conferma la ferma volontà di Antonella di darsi da fare, con un particolare in più, che l’aveva colpita fin dall’inizio: “Antonella ha fatto sempre le domande giuste per farsi aiutare. Ogni volta che esponeva una necessità usava il condizionale – avrei bisogno – ma subito aggiungeva immancabilmente una seconda domanda: io cosa posso fare?”

Anche per richiedere aiuto e per farsi aiutare ci vuole competenza.

“All’Emporio – racconta Antonella – mi sono trovata subito bene. I volontari e gli operatori sono alla mano, accoglienti, non ti fanno pesare che sei lì. Per i primi sei mesi ho fatto la spesa una volta la settimana, molto spesso accompagnata dai figli. Qualche volta è venuto anche mio marito, che mi aspettava fuori. Certo, con la spesa all’Emporio non ci puoi campare, poi devi comunque andare a caccia dell’offerta nei supermarket e nei discount. Però è un grande aiuto; un posto in cui trovare e scegliere i prodotti fondamentali”.

Francesca ricorda che alla fine dei primi sei mesi, Antonella avrebbe voluto lasciare il posto all’Emporio a qualcun altro, perché Marco nel frattempo aveva finalmente trovato una nuova occupazione. Ma è stata convinta che forse valeva la pena sfruttare l’opportunità fino in fondo, vista anche la situazione debitoria che la famiglia si portava dietro: tre diversi finanziamenti che si rosicchiavano i risparmi, settecento euro a rata. E così c’è stata anche l’occasione per usufruire di un intervento di educazione finanziaria, giusto per orientarsi un po’ meglio e capire insieme quali errori non commettere e come trovare, progressivamente, la giusta via d’uscita.

“Alla fine ne siamo usciti alla grande! Ce l’abbiamo fatta, come sempre”.

In mezzo, per non farsi mancare nulla, c’è stato anche un intervento chirurgico, non proprio lieve, alla figlia più grande, Sofia. E’ solo ricordando quell’ennesimo ostacolo, anch’esso non facile da affrontare, che la voce di Antonella si incrina quel tanto.

Ma ormai sono solo ricordi.

In queste settimane Antonella sta aiutando alcuni vicini, nel suo palazzo di edilizia residenziale pubblica, per la presentazione di alcune istanze digitali per ottenere servizi. “Ho iniziato questo percorso che non ci capivo quasi niente di computer, oggi se posso do una mano anche agli altri con le domande on line”.

Al termine del nostro incontro, le chiedo come veda il suo futuro e quello della sua famiglia.

Manco a dirlo, concreta e diretta, Antonella va al sodo: “vorremmo ricominciare a risparmiare per riuscire a comprarci una casa. Bisognerà magari allontanarsi da qui, perché gli immobili in questa zona sono cari. Però, vediamo, dai”.

Dai. Ce la faranno. Come sempre.

A cura di Oliviero Motta e Francesca Fantini

Info: o.motta@coopintrecci.it