Nel minuscolo ingresso il gagliardetto della finale 1989 della Coppa dei campioni fa bella mostra di sé. Il muro di Berlino era ancora in piedi e Rocco saltava sugli spalti del Camp Nou per il trionfo rossonero. “Bei tempi, quelli” e la mascherina non riesce a nascondere gli occhi che ancora fiammeggiano. Nel piccolo tinello, altre tracce del passato: la foto di Rocco con la giacca e la cravatta della festa e lo scatto con gli affetti di una vita, la moglie, la sorella, una nipote.

Un appartamento lillipuziano, che a girarsi si fa fatica. Sposta la sedia, passa di qua, incastrati là.

Eppure per Rocco questi trenta metri quadri mal contati rappresentano l’approdo del naufrago, un insperato atollo sabbioso.

Siamo quasi abituati a sentire storie di persone che perdono il lavoro e cominciano a rotolare all’indietro, fino a ritrovarsi senza arte né parte sul lastrico. Un’abitudine dannosa, che spesso ci impedisce di metterci in contatto diretto con la sofferenza delle persone.

Rocco, ad esempio. Questo pomeriggio ci racconta con dignità e non senza una leggera ironia la sua scivolata: dal lavoro fisso come muratore all’esistenza senza dimora degli ultimi tre anni. Ventitré anni di carriera, una famiglia e una casa finiti come acqua nella sabbia.

La voragine si è aperta sotto i suoi piedi nel 2009, quando la piccola impresa edile da cui dipendeva ha chiuso i battenti. “Si era capito già prima che qualcosa cominciava ad andare male, il lavoro non girava come prima, le case non si riusciva più a piazzarle. Poi il principale ha venduto tutto e ha chiuso, era stanco. E così io, che ho costruito case tutta la vita, sono rimasto senza casa. Vedi come è strana la vita?”.

Sì, perché l’assenza dello stipendio ha comportato l’impossibilità di star dietro al mutuo; e la banca si è mangiata l’alloggio in cui Rocco aveva vissuto con la moglie. Sei anni esatti di matrimonio, “poi, quando sono caduto per terra, mia moglie mi ha detto arrangiati, e se n’è andata”.

Cominciano così tre anni di sofferenza, il cui calcio d’inizio è il trasloco dei mobili in un garage messo a disposizione dalla vicina parrocchia. Rimedia un letto da alcuni parenti, ma qualcuno di loro, puntuale come un orologio, ogni volta che rientrava lo martellava dritto in fronte col suo “ma tu ancora qua sei?”. Da allora Rocco si trova a vivere uno strano tran tran, fatto di sveglie all’alba per non farsi trovare in quella casa non sua, lunghe giornate trascorse tra la mensa dei poveri e lavoretti di qualche ora, rigorosamente in nero. La doccia settimanale la rimedia dal custode del campo sportivo. E qualche notte la trascorre direttamente nel box.

Rocco descrive benissimo quel chiudersi progressivo degli orizzonti che talvolta porta con sè anche una perdita di umanità e di salute mentale: “mi chiedevo ogni momento il perché di questo vicolo cieco. Che cosa avevo fatto di male nella mia vita?”. La domanda si fa assillante. L’ossessione di “non riuscire a saltar fuori” lo trascina sul confine dei pensieri più brutti: “il cervello cominciava a fumarmi. Era buio, sempre buio. E sono arrivato a pensare che l’unica soluzione era buttarmi sotto il tram”.

Il logorio interiore viene alimentato anche dal fatto di passare tutti i giorni proprio davanti alla sua vecchia casa; “era una condanna a morte, come se mi avessero sparato senza capire il perché”.

Mentre ascolto le sue parole mi sembra di percepire fisicamente il mulinello di acque scure che lo stava trascinando sempre più giù: “Sai cosa vuol dire sentirsi in una trappola a 54 anni? Sei umiliato, ferito, ti senti l’ultimo di tutti. Sai cosa si prova a sentirsi continuamente dire <Ma tu ancora qua sei>? A un certo punto non volevo più parlare con nessuno, tutto il mondo mi chiudeva le porte e io allora gli chiudevo sul muso la mia”.

Cosa ti ha tenuto a galla, Rocco? “Ogni sera mi dicevo, nonostante tutto, vediamo chi è più forte, io o il destino? Io o la sfiga?”.

Nella risposta di Rocco destino e sfiga sono sinonimi. E di fronte a un destino di sventura ci si può sentire davvero come l’ultimo della fila, abbandonato proprio da tutti.

Giovanni, che coordina le attività per i senza dimora del progetto “Farsi strada”, si ricorda bene il loro primo incontro, al Centro di ascolto Caritas: “Rocco era veramente incazzato, livido. Meno male che c’era la scrivania di mezzo tra noi, perché faceva davvero paura…”.

Adesso invece i due si guardano, da dietro le mascherine; Rocco gli fa “meno male che sei arrivato tu, che mi hai salvato la vita”. Ridono di gusto tutti e due. “Beh dai, Giovanni, qualcosa hai fatto”.

Ma cosa diavolo è successo nei mesi scorsi per portare Rocco in questo nuovo appartamento?

Da un lato, nonostante la sua profonda crisi, Rocco non ha smesso di chiedere aiuto. Ha continuato a guardarsi attorno, a insistere perché qualcuno gli gettasse qualche salvagente. Non ha mai davvero pensato di aver esaurito le energie su cui contare. E’ stato questo il primo ingrediente di una ricetta ben riuscita, alla quale però ha partecipato attivamente una rete di persone ed enti di buona volontà intelligente: il Centro d’ascolto Caritas “Il Veliero”, il servizio sociale del Comune di Paderno Dugnano, l’azienda speciale Comuni Insieme, la sua Agenzia per la casa, l’amministratore del condominio in cui stiamo parlando ora.

Rocco, giustamente, ci tiene a sottolineare che il contatto con l’amministratore l’ha trovato lui: “conoscevo il geometra perché veniva a rifornirsi nello stesso centro edile a cui attingeva la mia vecchia impresa; allora l’ho ricontattato, perché sapevo che faceva anche l’amministratore di condomini”. Ma al contempo, è conscio che senza il resto degli attori – la compartecipazione economica della Caritas e del progetto “Farsi strada”, la mediazione degli operatori, il reddito di cittadinanza ben finalizzato – l’operazione si sarebbe infranta subito, perché per la proprietà non c’era la garanzia di una busta paga…

Dunque un bel gioco d’assieme, in cui tutti hanno trovato un ruolo e finalizzato l’azione. La “squadra” di Rocco, proprio nell’anno peggiore, quello del Coronavirus, si compatta per rendere sostenibile la nuova casa e raggiunge l’obiettivo.

Quasi come Gullit e Van Basten in quel lontano ’89…

Com’è stato dormire qui la prima notte, Rocco? “E chi ha dormito? Ma stai scherzando, sai cosa vuol dire poter avere una porta davvero tutta per me?”.

Chiedo a tutti e due del futuro. Mi rispondono all’unisono che ora c’è da trovare un lavoro vero, anche se a 57 anni non sarà facile; e c’è da dare ordine alle giornate, finalizzando il tempo trascorso tra queste mura e, tra poco, nell’alloggio Aler nel quale Rocco traslocherà, grazie a un’assegnazione in deroga.

Ora, dopo la nostra chiacchierata, ci sta davvero un bel caffè, anche se per raggiungere le tazzine ci si deve alzare tutti e tre.

A Rocco, mentre armeggia con la caffettiera, scappa un “Sono una testa dura, io”.

C’è da giurarci che nessuno, ma proprio nessuno, gli potrà più chiedere “ma tu, ancora qua sei?

Oliviero Motta
Info: g.caimi@coopintrecci.it