Venerdì, 21 febbraio 2020
Ore 7:20 – E’ una luminosa mattina con segnali di primavera in arrivo. L’Operatore Sociale, occhi ancora semichiusi e capelli spettinati, sta facendo colazione. Dalla radio, accesa come ogni mattina sul notiziario regionale, arriva la voce di una giornalista che racconta i primi dettagli che emergono sulla notizia del giorno: primo caso di Coronavirus in Italia. L’Operatore Sociale pensa che in realtà c’era stata pure la coppia di turisti cinesi a Roma di cui sembra ci si sia già dimenticati. Ma si sa, in questo Paese finché non tocca a un connazionale vicino di casa pare che gli eventi di cronaca e politica internazionale non ci riguardino.
Ore 8:15 – L’Operatore Sociale sta guidando verso la struttura di accoglienza dove lavora. La radio ora è sintonizzata su un programma di approfondimento, durante il quale il conduttore rivela che il Paziente 1, come ormai è già stato ribattezzato, è manager di una ditta in provincia di Lodi. Negli ultimi giorni aveva cenato con un amico tornato da poco dalla Cina, che subito è diventato il sospetto Paziente 0. I medici provano a ricostruire i movimenti del Paziente 1 negli ultimi giorni, ed emerge che avrebbe corso due gare podistiche, partecipato a numerose cene in compagnia, giocato una partita di calcio e fatto accesso al Pronto Soccorso almeno due volte. “La mia vita sociale extra-lavorativa a confronto sembra quella di un contadino nella steppa siberiana”, pensa l’Operatore Sociale.

Lunedì, 24 febbraio 2020
Ore 11:00 – Dopo aver trascorso il fine settimana a raccogliere informazioni, decaloghi di regole da seguire, testi di decreti e comunicazioni varie dai suoi colleghi, l’Operatore Sociale raduna gli ospiti della struttura di accoglienza per richiedenti asilo dove lavora e prova a spiegare cosa sta succedendo e come è opportuno comportarsi per evitare la diffusione del virus. Dopo due ore di spiegazione in quattro lingue diverse gli sembra di aver fatto un buon lavoro. Solo a quel punto un ragazzo, seduto in fondo alla sala, si alza e chiede: “Capo, ma il virus viene anche agli africani?”. L’Operatore Sociale alza gli occhi al cielo e soffoca un’imprecazione.

Venerdì, 28 febbraio 2020
Ore 7:50 – L’Operatore Sociale si sta lavando i denti, pronto ad una nuova giornata lavorativa. Alla radio annunciano che ci sono nuovi casi di Coronavirus nel lodigiano e nel piacentino e che la partita Juve – Inter forse verrà rinviata.
Ore 10:00 – Un volontario telefona all’Operatore Sociale annunciando che non sarà presente per svolgere il suo servizio, come fa tutte le settimane da quattro anni: “Ho paura, preferisco non rischiare”.
Ore 10:25 – Una collega scrive un messaggio all’Operatore Sociale e dice che nella sua struttura gli ospiti sono nervosi e il più agitato di tutti sta profetizzando l’Apocalisse. L’Operatore Sociale inizia ad avere il sospetto che la situazione stia precipitando.
Ore 18:00 – L’Operatore Sociale torna a casa ascoltando il notiziario alla radio. Si moltiplicano i casi di Coronavirus. Il Governo annuncia nuovi e più restrittivi provvedimenti. Juve – Inter rinviata a lunedì. Ma forse rinviata al 13 maggio. Ma forse si gioca ma con le porte chiuse.

Domenica, 1 Marzo 2020
Ore 21:00 – L’operatore sociale è davanti alla TV. Non per vedere la partita (che nel frattempo è stata rinviata ma non si sa a quando): aspetta il Presidente del Consiglio, sa che non ne verrà fuori nulla di buono, ma ci spera ancora (l’Operatore Sociale è per sua natura un ottimista, ma ancora non sa perché).
Dopo interminabili minuti di attesa parte la conferenza stampa: Lombardia zona rossa! L’Operatore Sociale pensa che è sempre stato il suo sogno poter accostare le parole Lombardia e rossa, ma non era quello che aveva in mente.

Lunedì, 2 Marzo 2020
Ore 10:30 – Da tutta la mattina l’Operatore Sociale non fa che rispondere a domande, legge il decreto una, due, cinque volte e ad un certo punto pensa di avere dei problemi di comprensione del testo. Non si può uscire dalla Lombardia e questo l’ha capito. “Ma allora perché la gente ieri sera scappava in treno?”, chiede un ospite più sveglio della media. Già, si chiede l’Operatore Sociale. Perché?

Domenica, 8 Marzo 2020
Ore 21:30 – E’ stata la settimana più lunga della vita lavorativa dell’Operatore Sociale che ormai è allo stremo delle sue forze. A chiunque gli rivolga la parola dice “Non puoi uscire!”. Poi si rende conto che è domenica e chi gli ha rivolto la parola è il frigorifero. L’Operatore Sociale è sul punto di crollare, ma ecco: appare il Presidente Conte con un nuovo decreto (“se non fosse un’emergenza sanitaria seria – pensa – sarebbe un buon titolo per una soap-opera”). Italia zona protetta. Tutti in casa fino al 3 aprile. L’imprecazione del primo giorno non rimane più in gola ed esce, libera e sonora. Se va tutto bene siamo rovinati (e addio anche all’ottimismo dell’Operatore Sociale, gli rimane sono il buonismo, ma di quello vi parlerà la prossima volta).
Ore 22:45 – Si conclude Juve – Inter, che alla fine si è giocata a porte chiuse con una settimana di ritardo, riuscendo a scontentare tutti, ma proprio tutti: 2-0 per noi (l’Operatore Sociale, in questa storia, è juventino) e tutti a casa. Nel vero senso della parola.

Lunedì, 9 Marzo
Ore 9:00 – Arrivato al centro di accoglienza l’Operatore Sociale sa che oggi sarà l’armageddon. Stampa autocertificazioni, distribuisci autocertificazioni, “Ehi tu, dove vai? Ah, a prendere il pane, va bene, ma torna subito”. Cronometra le uscite come fosse il giudice delle Olimpiadi, prova la febbre a chiunque (oltre che a se stesso) “Quanto hai? 36.2? Torna qui tra 10 minuti che la riproviamo”. E via così per tutto il santo giorno. Sarà una settimana lunga, lunghissima.
Ore 15:00 – L’Operatore Sociale non ce la fa più; quando pensa di avere ricevuto la richiesta più assurda della giornata ecco che arriva il genio: “Capo, tu sei cattivo, non mi fai uscire.” L’operatore sociale alza gli occhi al cielo, fa un respiro molto zen: “No, ma non sono io, ti sembro il Presidente del Consiglio io?”
“No, io so che tu non sei Presidente del Consiglio, ma so che puoi fare qualcosa”. A questo punto l’Operatore Sociale vorrebbe solo sbattere la testa al muro, ma si ricorda che il suo lavoro è anche questo e quindi con tutta la pazienza che gli rimane spiega all’ospite che no, non può fare niente e che siamo tutti sulla stessa barca: “Non puoi uscire tu, ma nemmeno io posso uscire”. Risposta: “E allora perché tu sei qui e non a casa tua?”. Ecco. La pazienza è finita. L’operatore sociale vorrebbe scavare un buco e rintanarcisi dentro fino al 3 aprile e oltre.

Mercoledi, 11 marzo 2020
Ore 9:00 – Impegnato nella lettura dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio, emanato nel corso della notte precedente, l’Operatore Sociale cerca disperatamente informazioni che riguardino il suo lavoro. Sono tassativamente chiusi scuole, bar, ristoranti, attività commerciali al dettaglio, pasticcerie, pub. Sono aperti supermercati, farmacie e attività produttive che possono garantire i dispositivi di sicurezza. “E noi? Gli educatori, gli operatori delle comunità, delle strutture residenziali?”, pensa l’Operatore Sociale. Ah ecco, c’è l’allegato dei “Servizi per la persona”. L’Operatore Sociale, galvanizzato, apre il file .pdf, legge che i servizi essenziali che non possono essere sospesi sono “Attività delle lavanderie industriali, altre lavanderie, tintorie, lavanderia e pulitura di articoli tessili e pelliccia, servizi di pompe funebri e attività connesse”. Niente. L’Operatore Sociale pensa che sì, è ovvio che i servizi sociali e socio-sanitari siano essenziali e che quindi debbano rimanere attivi, però sarebbe stato bello se per una volta qualcuno, quel qualcuno che si è ricordato delle estetiste e di chi lava le pellicce, si fosse ricordato di citare anche lui.

Oggi è il 24 Marzo 2020. Sono passate settimane difficili, ma siamo sempre qui. Non ci siamo scavati un buco, ma continuiamo a stare nei nostri centri, con i nostri ospiti. Qualche giorno di smart-working, ci diamo il cambio, lavoriamo in sicurezza e portiamo avanti un lavoro difficile e nel silenzio di quasi tutti. Molti si sono dimenticati di noi, della nostra categoria.
Ora dobbiamo tenere le distanze, ma solo quelle fisiche, perché ci siamo, ci saremo. E lo sappiamo, perché anche i nostri ragazzi lo dicono: andrà tutto bene!