Si è voluto chiamarla Intrecci quasi a testimoniare il desiderio di mettersi in gioco con altri per tessere una rete di relazioni buone, senza chiusure e senza preconcetti, aperti a misura del mondo. Voglia il cielo che tutti ci sentiamo un po’ coinvolti e intrecciati nel vivere, testimoniare e progettare la pace.
Don Gian Paolo Citterio, Discorso alla città di Rho, maggio 2004

corridoi umanitari 400Sono passati quasi tre mesi dall’arrivo degli ospiti del corridoio umanitario dall’Etiopia. Ognuna delle 22 persone ospiti della Diocesi di Milano ha preso una strada diversa; ma oggi è una giornata di festa, un giorno particolare in cui si incontreranno di nuovo.

Siamo ospitati dalla Parrocchia Sacro Cuore a Bonacina, Lecco. L’appuntamento è alle 11, è un caldo sabato di Settembre e appena arriviamo veniamo accolti in un clima di festa, gioioso, grandi abbracci e sorrisi tra tutti, anche tra chi si vede per la prima volta.

Ci si ritrova, ci si incontra di nuovo per raccontarsi una storia, seppur breve, che in qualche modo ha cambiato le vite di queste persone, e anche le nostre. Noi operatori ce ne stiamo un po’ in disparte per lasciare il tempo agli ospiti di aggiornarsi sulle loro nuove vite: “dove sei?”, “cosa fai?” e “come stai?”. La cosa che mi sorprende di più è che in tre mesi cambiano davvero tante cose e mi accorgo che più di tutto sono cambiati gli sguardi, i volti e i sorrisi. Da una iniziale diffidenza quel giorno di giugno, ad un’apertura piena di speranza che vedo oggi in queste persone.

Dopo l’accoglienza ci viene comunicato come si svolgerà la giornata: pranzo in condivisione, un gioco tutti insieme, gelato e una bella passeggiata sul lungolago.

Prima di metterci a tavola però condividiamo un momento di riflessione con Luciano Gualzetti, il direttore di Caritas Ambrosiana, che ci ricorda l’importanza del progetto di corridoi umanitari e ce ne rendiamo conto giorno per giorno; lo capiamo noi, che lavoriamo ogni giorno con queste persone, e lo capiscono anche i nostri ospiti che non perdono occasione per dire “grazie”, un grazie che viene naturale, spontaneo e che in qualche modo ripaga il difficile lavoro che siamo chiamati a svolgere.

Quindi pranziamo. Un pranzo bello, di gioia e condivisione. Ognuno di noi ha portato qualcosa da dividere con gli altri, chi delle semplici patatine chi un dolce; è c’è chi, come i nostri quattro ospiti, ha cucinato un vero e proprio pranzo tipico eritreo. Diventa occasione per tutti di conoscenza degli altri, delle loro tradizioni e delle loro storie. Si chiacchiera, a parole e anche a gesti tutti con tutti, italiani, eritrei, grandi e piccoli. Ricorda uno di quei pranzi di famiglia dove tra gli invitati c’è anche la zia di terzo grado che non vedi mai: non la conosci, ma sai che è parte della famiglia e quindi ti senti subito connesso e ti ritrovi a raccontarle di te come se la conoscessi da sempre.

Finito il pranzo ci trasferiamo all’aperto per un momento di gioco: tombola per tutti! Credo sia stato uno dei momenti più divertenti e felici della giornata. I numeri detti in italiano, poi tradotti in inglese e infine declamati in tigrino. Ragazzi, ragazze, bambini, nonni che a turno esultano per una cinquina o una tombola e ognuno alla fine se ne va a casa con un piccolo regalo, per sé o per gli altri.

Subito dopo la tombola, una bella passeggiata in riva al lago gustando un gelato.

E poi arriva il momento del saluto. Ci si saluta con la felicità di chi ha passato un bel momento insieme e con il rammarico di chi sa che comunque ci vorrà del tempo prima di rivedersi, ma che comunque ora ha in mano un altro tassello di un puzzle di una vita nuova da mettere lì e incastonare nella memoria.

Ci si saluta anche con la consapevolezza di chi in questa nuova vita ci crede molto, con la fiducia di chi spera nel domani e con una certezza: tra qualche mese ci si ritroverà per raccontarsi ancora questi piccoli grandi passi fatti insieme.

Federica Di Donato

27 Giugno 2018. Una data, un giorno che segna un passaggio, un momento di riflessione profonda anche per noi. Un nuovo modo di accogliere, un modo sicuro e legale che permetta alle persone di arrivare sul territorio italiano senza affrontare il deserto e poi il mare, un modo che mette al centro l’incolumità delle persone. A Fiumicino, alle 4:50 del mattino, sono atterrate 120 persone: donne, uomini, bambini provenienti dall’Etiopia; persone Eritree che hanno vissuto gli ultimi anni della loro vita in un campo profughi e che oggi iniziano una nuova fase della loro vita.

corridoi umanitari 400pxIl progetto è di Caritas Italiana, in collaborazione con le Caritas locali. Nella diocesi di Milano sono arrivate 22 persone; 4 di queste, due coppie di giovani sposi sono state accolte nelle zone pastorali di Varese e Rho, rispettivamente a Oggiona Santo Stefano e Fagnano Olona. Le persone arrivano da un percorso di conoscenza e di scelta che hanno effettuato in Etiopia con gli operatori di Caritas che li hanno accompagnati e supportati nelle fasi pre partenza, dalla conoscenza del progetto in cui sarebbero stati accolti all’affiancamento sull’aereo che li ha portati in Italia.

La mattina del 27 Giugno, noi operatori dei progetti di accoglienza l’abbiamo passata in aeroporto in attesa di accogliere i nostri futuri ospiti nell’area arrivi del terminal 3. Attesa lunga, piena di aspettative, di gioia, di paura per una cosa nuova per tutti e anche di consapevolezza, la consapevolezza di chi sa di cominciare un progetto tutto nuovo e quindi difficile, ma con la certezza di stare dalla parte giusta, di stare dalla parte delle persone. Sono quasi le 14 quando iniziamo a scorgere le persone in uscita dalle porte, facce stanche, sfinite, ma tanti sorrisi (e tanti, tantissimi bagagli…).

Ci dividiamo e ogni diocesi raggruppa i suoi ospiti, salutiamo i colleghi e ci dirigiamo verso il pullman; breve pausa pranzo e via: direzione Milano.

Durante il viaggio si chiacchiera un po’, si cerca di conoscersi l’un l’altro, non è semplicissimo per via della lingua, ma come sempre, quando si ha voglia davvero di conoscersi e di incontrarsi, un modo si trova.

Kiros, Winta, Jhon e Fikrte sono talmente stanchi che dormono praticamente tutto il viaggio, ma ogni volta che incrocio il loro sguardo non mi negano mai un sorriso e un cenno col capo che mi dice che sì, sono felici di essere qui.

In tarda serata arriviamo a Lampugnano, ad attenderci ci sono i volontari delle due Parrocchie che li ospiteranno; sembra niente, ma il solo fatto che siano lì crea da subito legami. Legami che saranno la base di questo progetto.

Ripartiamo quindi in macchina e arriviamo a casa. I ragazzi sono in giro ormai da 48 ore e sono talmente abituati ad essere spostati di qui e di là che la prima cosa che ci chiedono è: “Possiamo disfare le valigie? O stiamo qui solo qualche giorno?” finalmente possiamo rispondere loro che sono arrivati a CASA. Quella che per un anno sarà la loro casa, dove potranno riprendere in mano le loro vite e ricominciare.

Sono passate tre settimane dall’arrivo. Tanto tempo l’abbiamo passato a sbrigare pratiche burocratiche varie, ma questo ci ha dato la possibilità di stare molto insieme e di cominciare a conoscerci. Al nostro primo colloquio una delle cose dette che mi ha lasciato più il segno è stato “alla fine di questo progetto sarete fieri di noi”. Mi viene da dire che siamo già fieri di loro, siamo già orgogliosi di prendere parte ad un progetto così bello ed ambizioso, siamo orgogliosi di accogliere persone che hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco.

Abbiamo iniziato i corsi di italiano con i volontari, organizzato momenti di condivisione e di socialità e piano piano ci stiamo conoscendo, perché la conoscenza è la base necessaria per camminare lungo la strada migliore per tutti: l’integrazione.

E oggi i ragazzi ci hanno lanciato una scommessa: entro un mese parleranno italiano. Avendo potuto vedere quanto sanno mettersi in gioco, non dubito che vinceranno loro!

Federica Di Donato

delpini 29aprile2018 grandeSabato 14 aprile l’arcivescovo di Milano ha fatto visita agli ospiti di Casa di Adama in occasione del “Primo incontro di buone prassi di inclusione”, organizzato dalla Pastorale Migranti della Zona IV all’interno dell’oratorio prepositurale di Saronno. Il nome della struttura è stato scelto per ricordare Adama Kanouté, un ragazzo di 31 anni proveniente dal Mali che, disperato per l’impossibilità di soddisfare ormai da tempo i bisogni della sua famiglia, ha deciso di togliersi la vita nel maggio 2017 nei pressi della Stazione Centrale di Milano.

Sabato 14 aprile l’arcivescovo di Milano ha fatto visita agli ospiti di Casa di Adama in occasione del “Primo incontro di buone prassi di inclusione”, organizzato dalla Pastorale Migranti della Zona IV all’interno dell’oratorio prepositurale di Saronno. Il nome della struttura è stato scelto per ricordare Adama Kanouté, un ragazzo di 31 anni proveniente dal Mali che, disperato per l’impossibilità di soddisfare ormai da tempo i bisogni della sua famiglia, ha deciso di togliersi la vita nel maggio 2017 nei pressi della Stazione Centrale di Milano.

Il “Primo incontro di buone prassi di inclusione”, realizzato dalla Zona Pastorale IV e svoltosi nell’ambito del Sinodo Diocesano “Chiesa delle genti”,  è stata l’occasione per intitolare ufficialmente la struttura di accoglienza ricavata riutilizzando parte dei locali della canonica che da quasi un anno ospita 9 richiedenti asilo provenienti principalmente dall’Africa sub-sahariana.

I nostri ospiti in questo periodo hanno potuto trovare un luogo accogliente, una “Casa”, un punto di riferimento fondamentale per tutto il periodo in cui dovranno attendere l’esame della propria domanda di protezione internazionale da parte della Commissione territoriale. La scelta del nome è un modo per ricordare la storia di tutti coloro che, come Adama, hanno dovuto lasciare i propri affetti nei paesi di origine per cercare un futuro migliore in Europa, rischiando la propria vita e rimanendo comunque esposti ad una situazione di forte fragilità anche nei paesi che dovrebbero accoglierli in ragione di obblighi internazionali, oltre che etici. Per usare le parole del Prevosto don Armando Cattaneo: “Intitolare a lui la nostra piccola casa è un modo affettuoso per dire a lui e a chi soffre come lui: ‘Eccola qui, la tua casa! Ora ne hai una tutta per te! E scusaci davvero per essere arrivati troppo tardi a trovarla! Adama, ora hai un angolino nel cuore di ciascuno di noi”.

La valenza simbolica della scelta del nome e del luogo in cui la Pastorale Migranti ha voluto organizzare l’incontro è molto significativa, se si pensa che due anni fa le polemiche hanno “infiammato” il dibattito cittadino a causa dell’apertura – poi bloccata dall’amministrazione comunale - di un CAS gestito dalla nostra cooperativa per ospitare 32 richiedenti asilo. Oggi, chi conosce i ragazzi ospiti della parrocchia, li apprezza ed  é felice della presenza. Fortunatamente, venute meno le strumentalizzazioni, si è potuto ristabilire un clima di serenità e di proficua collaborazione con il territorio, per garantire il rispetto dei diritti e della dignità di persone costrette a migrare a causa di povertà, guerre e persecuzioni.

Andrea Papoff

lab interculturale magenta 380pxDa quando esistono le guerre, le persecuzioni e anche i cambiamenti climatici, da quando regnano la discriminazione e l’intolleranza, ci sono i rifugiati. Costretti a fuggire perché temono per la propria vita e la propria libertà, spesso i rifugiati abbandonano tutto: casa, beni, famiglia e Paese.

Dal 2 marzo, gli studenti di 5 classi di seconda e terza della scuola secondaria di primo grado “F. Baracca” di Magenta, partecipano a un gioco di ruolo in cui provano direttamente le difficoltà vissute dai richiedenti asilo. Attraverso la simulazione di quelle che sono le tappe della fuga, del viaggio e dell’arrivo, i ragazzi sono coinvolti nelle scelte, nelle prove e nelle situazioni alle quali si trovano davanti coloro che fuggono dal proprio Paese.

L' équipe socio-educativa del Centro d’accoglienza straordinaria di via G. Casati, 52 a Magenta, si è posta espressamente l'obiettivo di stimolare i ragazzi a mettersi nei panni dei profughi, dei richiedenti asilo e dei  rifugiati per comprendere, a livello esperienziale e simbolico, le loro problematiche.

lab interculturale magenta 200pxAl termine del gioco è sempre prevista una fase di riflessione sull'esperienza e la trasmissione di informazioni e conoscenze sui temi dell'accoglienza e dell'asilo politico.

Grazie alla collaborazione della professoressa Federica Franchi e del corpo docente della scuola, i risultati si sono visti già dai primi incontri: i ragazzi, davvero coinvolti dal gioco, si pongono in modo critico rispetto alle decisioni che si chiede loro di prendere (“io parto perché voglio vivere; però appena potrò tornerò perché anche se il mio corpo parte il mio cuore resta alla madrepatria”), propongono spunti di riflessione (“è una FUGA, non un VIAGGIO”) e fanno domande che mettono in gioco anche i membri dell’équipe che gestiscono l’incontro (“perché avete scelto di fare questo lavoro?”).

Andrea Papoff

profughi rho ilgiornoSabato 18 febbraio si è svolto il convegno delle Caritas della zona di Varese, con a tema l’accoglienza diffusa nelle parrocchie; erano presenti 140 persone, volontari delle Caritas e alcune operatrici della cooperativa Intrecci. Dopo i saluti iniziali del Vicario di Zona, Mons. Franco Agnesi, abbiamo ascoltato la testimonianza di quattro delle otto parrocchie che hanno aderito al progetto lanciato dalla Caritas Ambrosiana che vede protagoniste le comunità parrocchiali, sostenute e accompagnate dalla cooperativa Intrecci che nel territorio delle zone pastorali di Varese e Rho è incaricata di essere riferimento dei progetti di accoglienza.

Tutti i volontari hanno espresso soddisfazione per l’opportunità di poter accogliere nelle loro comunità un gruppettino di persone richiedenti asilo, provenienti dai Centri di accoglienza straordinaria gestiti dalla cooperativa Intrecci. Infatti l’accordo siglato da Caritas Ambrosiana con le prefetture di Milano, Varese e Lecco, sancisce il fatto che nelle parrocchie le persone arrivino dopo essere state scelte dagli operatori della cooperativa, tra quelle ospitate nei CAS. Infatti quando arrivano hanno già avuto modo di frequentare i corsi di italiano e di aver completato l’iter burocratico relativo alla documentazione che li riguarda.

Ogni parrocchia ha avuto modo di raccontare il percorso che l’ha portata al progetto di accoglienza: incontri col Consiglio Pastorale, verifica sull’immobile individuato, la collaborazione con la Caritas di Zona e l’incontro con gli operatori di Intrecci, fondamentale per conoscere e condividere normativa e finalità del progetto. In quasi tutte le parrocchie sono 4 le persone accolte, ad eccezione di Luvinate che ne ospita 6; anche il numero dei volontari varia da parrocchia a parrocchia; anche per questo motivo, ogni progetto è calibrato rispetto alle risorse che la comunità è riuscita a coinvolgere. Tra le varie attività dei volontari, si va dai corsi di italiano, corsi di economia domestica, educazione civica, pulizia degli ambienti circostanti le parrocchie e gli oratori; anche i gruppi giovani sono coinvolti a vario titolo: calcio, feste, serate a tema, cene, gite...

Una delle difficoltà riscontrate, soprattutto all’inizio, è stata quella di comprendere bene il linguaggio necessariamente tecnico che gli operatori adoperavano per spiegare le varie fasi del progetto di accoglienza. Dopo diversi mesi, prevale ora una certa familiarità, sia con i ragazzi ospitati che tutti ormai conoscono per nome, sia con gli operatori della cooperativa con i quali si è in contatto quotidiano. Le varie iniziative sono concordate con gli operatori e anche eventuali iniziative spontanee degli stessi ospiti vengono monitorate da volontari e operatori; insomma, si può dire che, dopo il periodo di permanenza nei centri collettivi, i ragazzi stanno sperimentando l’accoglienza in una piccola comunità, dove anche chi ti incontra per strada ti saluta e magari ti chiede anche come stai o cosa stai facendo in quel momento. Sono tanti quelli che si interessano se tutto va bene o se si ha bisogno di qualcosa; il tempo aiuta senz’altro a cambiare un iniziale sguardo di diffidenza in un possibile interesse a fare un tratto di strada insieme. Alla fine la vera sfida è proprio quella di dimostrare che accogliere e accompagnare persone molto diverse da noi, non solo è possibile, ma può anche arricchire la storia di chi sceglie di camminare accanto a questi giovani, molti dei quali non hanno certo scelto volontariamente di lasciare il proprio paese, le famiglie e i propri affetti.

Dopo le testimonianze, Don Marco Bove, presidente della Fondazione Sacra Famiglia, riprendendo la lettura dell’Antico Testamento che riferisce della visita ad Abramo alle querce di Mamre, ha approfondito il tema dell’accoglienza e dei gesti essenziali che la caratterizzano. Nell’ora più calda del giorno Abramo fa mettere all’ombra i tre sconosciuti che si presentano alla sua tenda, gli porge dell’acqua per dissetarsi e poi prepara loro da mangiare. Al termine della visita, lasciano ad Abramo un dono fecondo: la moglie Sara avrà un figlio e, a quell’annuncio, c’è un sorriso di incredulità in lei. Ma la questione è che l’accoglienza di persone diverse, lontane per abitudini e usanze, può portare arricchimento anche alle nostre comunità.

Infine, il direttore della Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti, ha sottolineato la bontà del progetto di accoglienza diffusa che vede coinvolte le parrocchie della diocesi. La sfida è infatti quella di creare opportunità di incontro, di conoscenza delle situazioni e accompagnamento delle persone che vengono accolte nelle nostre strutture. Ha posto l’attenzione su termini impropri che vengono utilizzati per impaurire: soprattutto la parola “clandestini” va combattuta, perché non rispondente alla reale condizione in cui si trovano giuridicamente le persone accolte, ovvero richiedenti asilo con pieno diritto di essere accolte nel nostro paese e veder esaminata la loro richiesta.

Compito della comunità tutta è quello di guardare alla realtà delle persone che sono costrette a lasciare il proprio paese di origine a causa di guerre, carestie, cambiamenti climatici che non rendono possibile una vita dignitosa. Ha concluso dicendo che questa sfida riguarda anche il modello di società che vogliamo costruire, a partire dalle nostre comunità, dove l’inclusione è opposta a esclusione e dove alle mura che vediamo sorgere, si devono contrapporre ponti che avvicinino la grande famiglia dell’umanità tutta, nessuno escluso.

Mario Salis

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